Sant’Angelo Le Fratte, l’arte lasciata da parte per inseguire la favola del tartufo

Michele LAURINO
Sant’Angelo Le Fratte è storicamente e da sempre il Paese delle Cantine, famoso ovunque come la Capitale dell’Arte, delle sculture e dei famosi murales, il paese di Caramuel. Tutto ci potevamo immaginare, fuorché vedere trasformato nel ridicolo un paese con una storia così importante, identitaria e riconosciuta a livello internazionale.
L’attuale amministrazione ha invece deciso di battezzare in modo “monumentale” il nostro borgo con una targa in pietra posizionata al centro della piazza principale, Piazza dei Martiri, recante la scritta “Città del Tartufo”. Una scelta che lascia sbigottiti cittadini e visitatori.
Ci si ritrova così di fronte a una semplice autoproclamazione, senza considerare che, per potersi fregiare di un primato o di un titolo come quello di “Città del Tartufo”, un Comune dovrebbe soddisfare precisi requisiti minimi e oggettivi:
Mappe e vocazione tartuficola riconosciuta: Terreni e boschi con presenza certificata di tartufaie naturali o controllate.
Presenza di cavatori con patentino: Una reale comunità di ricercatori e tartufai abilitati con tesserino regionale e iscritti ai ruoli.
Filiera e commercio: Una rete legale e tracciabile di commercializzazione, trasformazione e ristorazione tipica.
Storia ed eventi: Un legame gastronomico radicato nella tradizione e manifestazioni tematiche consolidate nel tempo.
A Sant’Angelo Le Fratte, invece, assistiamo a un’operazione promozionale priva di qualsiasi fondamento:
I cittadini non sanno nulla: La stragrande maggioranza della comunità non ha la minima idea di dove si possa trovare il tartufo sul nostro territorio, ad eccezione dei pochissimi appassionati che esistono legittimamente in qualsiasi paese del mondo.
Assenza totale di filiera: Non esiste una produzione locale strutturata, non esiste una commercializzazione legale e non esiste alcuna attività di trasformazione di questo prodotto, tranne la vendita di un solo privato iscritto regolarmente e forse presumibilmente altri pochi a nero, senza pagarci le tasse.
Nessun legame storico: Il tartufo non è un piatto tipico della nostra storia culinaria, né costituisce un brand identificativo per la nostra comunità.
In maniera quasi “magica”, da un giorno all’altro, un’amministrazione decide a tavolino di affibbiare al paese un’etichetta che non gli appartiene, scolpendola persino nella pietra nel cuore della piazza principale.
Ci chiediamo se questa sia la strategia per “valorizzare il territorio con la bugia”: inventare un’identità che non esiste a tavolino e sminuire la vera storia, la vera arte e le vere tradizioni di Sant’Angelo Le Fratte solo per rincorrere una targa da mostrare in piazza. Ci si riempie la bocca di “sviluppo locale”, ma la domanda sorge spontanea: questa trovata della “Città del Tartufo” ha generato anche un solo singolo posto di lavoro per la nostra comunità?
I cittadini e la storia di questo paese meritano rispetto, autenticità e la promozione delle proprie reali eccellenze, non operazioni di facciata che rischiano solo di scivolare nel ridicolo con questa pubblicità ingannevole.
