MARIO ROMANO, il pittore che sottrae i piccoli borghi cilentani dall’oblio

Antonella CASABURI
La monografia dedicata a Mario Romano, curata da Amedea Lampugnani e Angelo Niglio con i contributi di Giuseppe Barra e le testimonianze di Don Marco Torraca, è un denso volume teorico e antropologico che supera la semplice catalogazione per delineare un’intensa sintesi di 50 anni di lavoro, di restauri e opere nel Cilento e nel salernitano.
Il libro si presenta come una mappa geografica e spirituale impressa con il colore, testimonianza viva di una resistenza culturale contro lo spopolamento e l’oblio dei piccoli borghi del Cilento.
Il percorso dell’artista affonda le proprie radici a Gioi, dove la pittura si manifesta come un atto istintivo e puro. I primi lavori giovanili di Romano, impressi con carboni grezzi sulle strade mulattiere, rappresentano l’archetipo di una figurazione che elegge a soggetti i pastori, i cacciatori e i volti segnati dalla fatica rurale. La successiva formazione presso la Scuola d’Arte di Salerno, sotto la guida del Maestro Pasquale Avallone, conferisce all’artista Romano la disciplina della pittura ceramica che gli consente di affinare la manipolazione della materia e la stesura cromatica su superfici stabili: doti che gli permetteranno di affrontare con sicurezza la pittura monumentale.
Il superamento dell’esame di Stato a Napoli, presso l’Istituto d’Arte Statale a Piazza del Plebiscito, sancisce la piena maturità artistica. A questa fase segue l’esperienza dell’emigrazione a Schwörstadt, nella Germania meridionale, dove lavora nel settore della grafica pubblicitaria. Sul Reno, l’isolamento dell’emigrante si tramuta in un laboratorio di riflessione estetica e la preghiera bilingue assume il valore di una testimonianza civile. Quando torna in Italia, Romano dispone della maturità necessaria per intraprendere quel percorso artistico che gli ha dato fama.
Il ritorno a Gioi coincide con l’impegno all’interno dell’associazione L’Atomo per l’organizzazione della mostra d’arte della Sagra del fusillo, che grazie all’acume grafico di Romano e al coinvolgimento di maestri salernitani come Alfonso Grasso e Mario Carotenuto attira un’affluenza straordinaria e l’attenzione dei media nazionali, culminata nell’invito in diretta alla trasmissione Unomattina su Rai Uno nel marzo del 1997.

Nelle riflessioni che Romano affida al volume, e che rappresentano una straordinaria chiave interpretativa, l’artista paragona il pittore da cavalletto all’esecutore di canzonette di musica leggera e il pittore di chiese all’interprete di opere liriche, a lasciar intendere che confrontarsi con la vastità delle navate e con le curvature delle cupole richiede una straordinaria potenza espressiva.
La monografia documenta i complessi cantieri nelle chiese, frutto di una sintonia artigianale con la ditta familiare composta dal fratello Vincenzo, dai nipoti Roberto e Nicola Ferri, e dal cugino Dino. Questa armonia ha permesso alla squadra di trasformare il lavoro di Romano in un cammino di elevazione estetica, fissato dai reportage visivi d’epoca del fratello Peppino e dagli scatti contemporanei di Maria Rosaria Romano.
Il volume ripercorre momenti importanti: il debutto assoluto del 1961 all’interno della Cappella Scarpa nel cimitero di Gioi, dove Romano affronta per la prima volta la tecnica dell’olio su muro con una commovente riproduzione della Madonna di Pompei; la maestosa tela della Predicazione ai pesci nella Cappella di Sant’Antonio, a Piano Vetrale nel 1992, caratterizzata da un dinamismo teatrale che traduce un miracolo medievale in un’epifania mediterranea vicina alla sensibilità popolare; il restauro della Chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Stio, eseguito tra il 1998 e il 1999 su impulso del parroco Don Damiano Modena.
Operando a venticinque metri d’altezza sulla cupola di un edificio tardo-barocco devastato da infiltrazioni e patine di cera, Romano esegue i monumentali dipinti della Resurrezione, del Martirio e della Gloria dei Santi Patroni, mentre la sua squadra impreziosisce il tempio con finiture a finto marmo. La solenne inaugurazione del 20 agosto 1999, alla presenza di Sua Eccellenza Monsignor Giuseppe Favale e del sindaco Natalino Barbato, sancisce il superamento di una grande prova artistica.
Segue il ciclo decorativo della Chiesa di San Gennaro a Gorga, sviluppatosi tra il 2001 e il 2002. Romano qui affronta il restauro delle tre navate e vi incastona cinque monumentali tele ad olio, tra cui spiccano il Battesimo di Gesù e il martirio del Santo Patrono, completando l’apparato visivo con l’affresco dei quattro Evangelisti nei pennacchi della struttura. Il cantiere si conclude nella Domenica in Albis del 14 aprile 2002 con una solenne cerimonia presieduta dal Vescovo Favale, durante la quale lo stesso Romano sale sui gradini dell’altare per unire la propria voce lirica ai canti del coro, suggellando il legame profondo tra pittura e melodia.
Di pari vigore drammatico sono le opere realizzate a Gioi e a Cardile, come il Martirio di Santa Caterina d’Alessandria eseguito a olio su intonaco fresco nella Cappella Bianco nel 1999, e la maestosa tela della Madonna del Carmine che assiste le anime del Purgatorio a Cardile, dove l’Artista dimostra di aver fatto propria la grande lezione chiaroscurale della pittura controriformistica, rileggendola con la sensibilità di un verista moderno. Questo legame profondo con la comunità parrocchiale e civile di Cardile viene solennemente riconosciuto il 29 dicembre 2023 con il tributo di un encomio di gratitudine per la sua arte.
La rassegna stampa e l’apparato critico inseriti nel volume, arricchiti dai saggi storici di Giuseppe Ripa e dalle recensioni di Giuseppe Lucco e Silvia Carlone, evidenziano il riconosciuto valore di Romano, che comprende l’esecuzione del ritratto ufficiale consegnato a Papa Benedetto XVI nel 2010 e i successivi dipinti d’onore per Papa Francesco. Questi importanti riscontri si collegano alle tappe pastorali della Diocesi di Vallo della Lucania, come il manifesto del maggio 2010 che celebra il solenne atto di affidamento del Cilento alla Madonna quale Terra di Maria, e la successiva esperienza decennale che vede Romano operare come stimato docente di disegno e restauratore all’interno dell’Oratorio Diocesano, e che lo ha visto ricevere il plauso personale del Vescovo Favale dinanzi a un dipinto monumentale come Gesù nell’orto.
La pittura monumentale sacra possiede un più elevato valore civile rispetto al collezionismo d’élite: come riflette Romano, la chiesa costituisce uno spazio monumentale e democratico, accessibile a chiunque desideri raccogliersi o contemplare il bello.

Questa monografia non celebra solo la straordinaria abilità tecnica di un uomo che rifiuta l’orgoglio presentandosi con autentica umiltà, ma consacra un pittore capace di trasformare la devozione popolare e la memoria del mondo rurale in un’arte immortale.
Dei piccoli paesi del Cilento Mario Romano testimonia l’indiscussa bellezza, offrendo col suo lavoro una possibilità di riscatto contro il rischio del tempo e dell’abbandono.
