Il rispetto dell’alterità

Pasquale MARTUCCI
Il rispetto nell’accezione riferita alle persone si riferisce al riguardo, considerazione, attenzione verso qualcuno, riconoscendone il valore e la dignità ed astenendosi da ogni offesa o discriminazione, manifestandolo attraverso gesti, azioni, parole (Treccani).
Nelle relazioni il rispetto è fondamentale e concerne la scelta di riconoscere che gli altri non sono migliori o peggiori di se stesso. Byung Chul-Han sostiene che solo nella relazione basata sul rispetto possiamo percepire l’altro, possiamo instaurare un dialogo per la costruzione del sé e dei rapporti sociali. Ci troviamo nella dimensione in cui solo facendo un passo indietro verso l’alterità si riesce a raggiungere la responsabilità sociale e ad instaurare legami profondi e significativi.
Questi passaggi sono propedeutici per permetterci un approccio al libro del filosofo coreano-tedesco Byung-Chul Han: “La società senza rispetto” (Einaudi, 2026), che si confronta con il malessere della società contemporanea e al tempo stesso indica possibili soluzioni utilizzando concetti che suggeriscono l’approfondimento delle attuali condizioni di crisi.
Il rispetto verso l’altro è centrale per non portare a ciò che, nell’accezione di Enzensberger, è la violenza del “perdente radicale”, umiliato, isolato e frustrato perché ha interiorizzato il giudizio di fallimento che il mondo moderno, globalizzato e nichilista ha indotto. Per ripagare il suo stato di frustrazione, attua pratiche di distruzione e autodistruzione: è il progresso che ha suscitato attese di uguaglianza che non si possono soddisfare. La soluzione, lo sostiene Sennett, è la “pratica del rispetto reciproco”: nessuno lotta per ottenere rispetto, ma come accade per la musica il rispetto è nello stare insieme, nel suonare “l’uno per l’altro”, nel seguire “ideali comuni”, nell’essere legati da “un senso che li accomuna” (pp. 15-16).

È dunque l’attenzione per l’altro, meglio la responsabilità del rispetto della sua presenza ad essere determinante, perché la nostra stessa esistenza dipende dall’altro. Questa affermazione, del resto, conduce direttamente al capitolo su “identità e alterità”, che credo sia interessante anche rispetto all’attuale dibattito sociale, tutto proiettato verso un senso di ostilità e inconciliabilità verso l’altro/altri. Se c’è rifiuto di riconoscimento e accettazione, si ha l’eliminazione dell’altro, una identità intesa in modo netto, direi di chiusura, che non ha “riguardo per nessuno” e che ha “un effetto distruttivo per la società”. La citazione di Agamben è significativa: l’amico è heteros autos (alter ego), un prolungamento dell’io, un altro sé che presuppone l’istanza di Alterità. Byung-Chul Han sostiene ancora che l’amicizia è Alterità, come “la diversità che abita il Sé”, un altro Sé che persiste “nella sua altra stessità”. Procedendo in tal senso è la “co-esistenza dell’Altro nella sua Alterità”, una sorta di “accadimento ontologico” in cui l’essere non è di mio possesso ma è condiviso. È condiviso perché “in esso è iscritta la presenza dell’Altro”. In “Essere e Tempo”, Heidegger rilevava come l’amico “incarna l’essere con-diviso”, in cui l’amicizia “fa dell’Esserci un con-essere”, un Essere con-diviso (pp. 39-42).
Detto questo, non si può che individuare le possibilità che conducono alle crisi delle attuali società. Un primo elemento è rappresentato dal concetto della perdita della vergogna, che piuttosto ci proietta verso la maschera della vergogna, l’affermazione della violenza. La vergogna sopraggiunge se è violato un ordine sociale, perché quando “l’uomo arrossisce inizia il suo essere più nobile” (Hebbel): è l’agire entro un sentimento morale, un sentimento che riconosce onorabilità e valore (pp. 47-48). Un secondo aspetto è il rapporto con i valori ideali, che proiettano verso l’immagine del futuro. Il discorso di Han esalta ciò che non è a nostra disposizione, è avvolto nel mistero, introducendo la parola aidos che significa rispetto e venerazione, ma anche timore: ed allora se tutto è disponibile, raggiungibile, consumabile, calcolabile, “non c’è spazio per alcuna remora”. Occorre invece quella zona sacra che fa prestare attenzione perché “il sacro si nasconde dietro un velo” da svelare attraverso una ermeneutica che “penetri il profondo”, che si soffermi su quei significati nascosti (p. 62-63).
Diventano poi importanti i concetti di stima, come rispetto morale e riconoscimento della dignità dell’altro: un ordine verticale “che mi oltrepassa e oltrepassa il mio amor proprio” (pp. 67-68) e cortesia, che influenza la coesione sociale e permette di coltivare e civilizzare “una certa dimestichezza sociale con chi è estraneo” (p. 87).
La conclusione è che tatto, rispetto e cortesia dovranno prevalere rispetto a tanti altri sentimenti che conducono a “tensioni distruttive”, come quelle degli spazi digitali che hanno in sé l’assenza del volto e della presenza dell’Altro (p. 90).
Byung-Chul Han trova gli aspetti distruttivi e le crisi entro due grandi questioni riconducibili a: declino della sfera pubblica; crisi del concetto di autorità.
Il primo elemento non può che rivolgersi alla sfera digitale che acuisce le distanze e produce il linguaggio dell’odio. Se la sfera pubblica era strutturata attraverso “codici rituali”, oggi si indirizza verso i “moti emotivi della persona”. È l’odierno “culto dell’autenticità” che è diffidente delle “regole rituali” e delle “maschere sociali”: Sennett (ne: “Il declino dell’uomo pubblico”) si sofferma proprio sulla crescente de-ritualizzazione, in quanto le persone erano “entità ignote” e proprio per questo sottoposte alle regole della cortesia e riconosciute. L’Altro è riconosciuto come partecipante al gioco della vita: “la cordialità mette in relazione le persone, senza legarle l’una alle altre. Riesce a raggiungere un bell’equilibrio tra la vicinanza e la distanza”. Si agiva entro un teatro ricco di scene, maschere e costumi, una “esposizione teatrale”, molto diversa dalla nostra epoca basata sulla “esposizione pornografica”, dove il “corpo diventa pornografico perché è la comunicazione a diventarlo” (pp. 75-77). È ritenuto oggi che le relazioni sociali siano più autentiche e genuine, perché si esternalizzano i sentimenti privati, producendo “una introspezione narcisistica”, dove la società dell’intimità smarrisce il senso della civiltà. Oggi si svela e smaschera il discorso pubblico, con una comunicazione digitale che non favorisce l’incontro con l’altro, ma ci conduce ad incontrare solo coloro che la pensano come noi: “sono tribù digitali che si insultano, si offendono e lottano le une contro le altre”. La conclusione è che l’Altro “si degrada al livello di un oggetto senza volto o di un prodotto” (pp. 85-86).
L’ultimo passaggio di Byung Chul Han è riservato alla crisi dell’autorità, dove manca il termine auctor che si riferisce a garante e si fonda sulla responsabilità e la fiducia: era l’uomo che aveva raggiunto una conoscenza tale da saper giudicare nel modo più sereno (Sennett). Oggi l’autorità (pensiamo a quella statale) si degrada a burocrazia e amministrazione; inoltre, la capacità di condurre diventa la capacità di sedurre, che presuppone il passaggio verso la persuasione che induce “tanti fanatici” a adorare chi esercita questo potere. Infine, l’algoritmo e l’intelligenza artificiale producono quell’autorità seduttiva, che tuttavia costituisce per Han “un maestro senza autorità”, un anti-maestro che potrebbe condurre l’essere umano a diventare “schiavo di ciò che lui stesso ha creato”, abbandonando “quell’aura che si deve alla comprensione acuta e profonda delle cose” (pp. 92-97).
È un volume che critica ed indica, percorrendo idee integrate attraverso supporti autorevoli costituiti dai maestri del pensiero filosofico che cito in conclusione: Agamben; Arendt; Bauman; Buber; Enzensberger; Habermas; Heidegger, Kant; Nietzsche; Rawls; Sennett.
La sua posizione è una “politica dell’amicizia”, in cui il rispetto richiede di riconoscere l’altro non riducendolo ad oggetto di valutazione immediata, eliminando ogni distanza e trasformandolo in qualcosa da consumare, classificare o respingere, quanto piuttosto praticare quella forma di relazione capace di tollerare differenza e distanza. Solo così si realizza la coesistenza e il riconoscimento reciproco nella diversità, il passo verso una società giusta, nella quale il rispetto deve essere la caratteristica di ogni individuo.
