14 Ottobre 2026

Sapri, il miraggio turistico e la città che perde abitanti e servizi

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Sapri, il miraggio turistico e la città che perde abitanti e servizi

ANGELO GENTILE

La grafica basata sui dati PayTourist (aggiornati al 2 settembre 2026), disegna un quadro impietoso: Sapri è il fanalino di coda delle presenze turistiche, con il solo Comune confinante che registra quasi il triplo dei pernottamenti: 39.493 presenze a Sapri contro 117.307 a Vibonati. 

   

Senza contare Marina di Camerota, che di presenze ne ha registrate 693.725, circa 18 volte il dato saprese. Saranno pure rilevazioni parziali, legate soltanto alle presenze dichiarate, ma bastano a scoperchiare il baratro tra la sbandierata «vocazione turistica» e la miseria dei numeri reali.
   Il problema, peraltro, non si esaurisce nel confronto con Vibonati: gran parte del comprensorio supera Sapri in attrattività, a riprova che la vicinanza al mare, la fama storica, un ospedale e uno scalo ferroviario non garantiscono proprio nulla.     Invece di rifugiarsi nella solita retorica, Sapri dovrebbe interrogarsi sul proprio ruolo nel territorio: se le località vicine intercettano flussi maggiori, significa che hanno anche saputo costruire servizi, eventi, collegamenti e strategie promozionali migliori.
   La competizione tra Comuni ha senso solo se stimola un’analisi seria, non se si riduce a una gara a chi lancia lo slogan più ad effetto o a un continuo cercare conferme, ormai da svariati decenni, tra la propria corte: «Chi è il migliore del territorio?», per sentirsi invariabilmente rispondere: «Sei tu, sei tu, sei tu!».
   Questi dati non dicono che il turismo sia un’illusione in sé, ma smontano l’idea che possa bastare da solo a salvare la città. 

   Quanti sono gli addetti turistici? Quanti posti di lavoro stabili crea davvero? Quanto reddito distribuisce il settore?             Quante serrande rimangono alzate in inverno? Quanti cittadini vivono di stipendi e pensioni? 

   La realtà è che un cittadino saprese deve ormai spostarsi altrove per soddisfare bisogni essenziali che un tempo trovavano risposta in città, quando Sapri era il polo d’attrazione naturale per un raggio di oltre 50 chilometri. 

   Oggi d’inverno diventa un paese fantasma, che aspetta le ricorrenze festive per dare la falsa sensazione, a quanti ostinatamente ancora ci credono, che tutto vada bene e che noi siamo i migliori.
   A ciò si aggiunge il crollo demografico. 

   I dati ISTAT parlano chiaro: dai 7.430 residenti dei primi anni ’70 si è passati ai 6.261 del 2025. Anche considerando i mutamenti nei metodi di  rilevazione, la contrazione è innegabile: nel solo 2024 si sono registrate 28 nascite a fronte di 80 decessi.
   Scaricarne la colpa esclusivamente sul turismo fallimentare sarebbe ingenuo, ma continuare a venderlo come la panacea di ogni male è un errore politico imperdonabile. Moltiplicare i posti letto non significa creare una destinazione turistica: servono accessibilità, decoro urbano, servizi e un’offerta capace di prolungare la stagione, mentre i cartelli “chiuso per ferie” di inizio settembre la dicono lunga.
   Soprattutto, bisognerebbe verificare se i benefici ricadano sulla collettività o se alimentino soltanto la rendita di posizione di pochi proprietari di micro-strutture. 

   L’esplosione delle locazioni brevi (almeno 160 appartamenti), ad esempio, sottrae case al mercato residenziale ordinario. 

   Con quali effetti sulle giovani coppie, sui lavoratori e sulle famiglie che vorrebbero vivere qui?     Quanti alloggi rimangono disponibili tutto l’anno e a quali prezzi? 

   Sarebbe compito dell’amministrazione rilevare questi dati e renderli pubblici. 

   Servono politiche abitative serie, incentivi agli affitti a lungo termine e procedure edilizie rapide e trasparenti.
   Da anni appare evidente -ma non a chi governa- che il futuro di Sapri passi dalla sua storica funzione di centro servizi del Golfo: sanità, istruzione, trasporti, commercio e professioni capaci di generare occupazione 365 giorni all’anno. 

   Il turismo dovrebbe integrare questa solida struttura, non prenderne il posto. 

   Una città che si spopola indebolisce la rete economica che sostiene le attività quotidiane, mentre sanità e trasporti restano legati a decisioni sovracomunali e a bacini d’utenza sempre più ampi. Se vuole sopravvivere, Sapri deve tornare a essere indispensabile per chi ci abita e per i Comuni vicini.
   La responsabilità della politica si misura nelle condizioni reali che offre per lavorare, abitare e crescere figli. 

   Servono un sostegno concreto alle attività permanenti, incentivi alla residenzialità e obiettivi turistici misurabili e monitorati nel tempo. Nessun dato è stato mai rilevato, elaborato criticamente e reso pubblico.
   A chi spettava prendere atto di questi stravolgimenti e intervenire? Perché non è stato fatto? 

   Per calcolo politico o per pura negligenza?

   Quanti posti letto dovremmo ancora aggiungere prima di accorgerci che stiamo togliendo agli abitanti l’unica cosa che conta davvero, ossia una ragione per restare? 

   È davvero impossibile ammettere gli errori di vari decenni? 

   O continueremo a scivolare nel declino, cullati dalla solita, effimera illusione: Sapri, paese a forte vocazione turistica? 

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