18 Luglio 2026
Tra le onde e la maestria una giornata di pesca a Policastro

“I luoghi, i personaggi, la storia” da Cronista di Strada a cura di Mario Fortunato del 5 luglio 2026

​Continuando il nostro viaggio tra i luoghi e i personaggi che hanno fatto la storia del nostro territorio, vi raccontiamo una bellissima storia di lavoro quotidiano che unisce fatica, abilità e una profonda passione. ​Il sole non è ancora alto quando, alle sei del mattino, lasciamo il porto di Policastro. Insieme a me ci sono Raffaele Di Benedetto e Nicola Lamoglie.

Mentre la barca, un’imbarcazione di nove metri, solca le acque calme, osservo i due amici muoversi con una sincronia che è frutto di una vita passata tra le onde.​Per Nicola, il mare è un’eredità che arriva dall’infanzia: ha iniziato a sette anni al fianco del padre, membro della storica famiglia dei “Lancieri”, autentici pionieri della pesca locale. Poi, nella vita, ha fatto tutt’altro, lavorando in polizia, ma oggi che è in pensione, il richiamo del mare è forte e, di tanto in tanto, ritorna in barca con il suo vecchio amico. Anche per Raffaele il legame con questo mestiere è profondo: dal 1995, quando decise di lasciarsi alle spalle i libri di scuola per seguire il consiglio di suo padre – un vecchio operaio che lo spronò a cercare la sua strada – ha fatto della pesca la sua vita, prima imbarcandosi con i Lancieri e poi, con coraggio, mettendosi in proprio.

​Mentre loro lavorano con gesti precisi e sapienti, io mi lascio cullare dalla brezza. Dal mare, la costa appare come un dipinto: il borgo di Scario che sembra un presepe, la mole imponente del Monte Bulgheria, l’antico castello di Policastro e il litorale che si distende armonioso fino a Sapri.​Poi, l’attesa si trasforma in emozione. Iniziamo a salpare le reti calate la sera prima. È un lavoro incessante: Raffaele governa il salparete, mentre Nicola, con pazienza e maestria, libera il pescato finito tra le reti cosiddette a tramaglio. A ogni colpo di verricello, il mare ci regala i suoi tesori: prima una bellissima spigola, poi un susseguirsi di orate, triglie, una magnifica cernia e diversi scorfani.​In questo rituale antico, colgo l’aspetto più prezioso: il profondo rispetto che questi uomini nutrono per il loro mare.

Quando nelle reti finiscono pesci troppo piccoli, Nicola li rigetta in acqua con cura. “Devono crescere”, dice semplicemente. Anche le specie meno pregiate vengono restituite al mare, diventando un banchetto per i gabbiani che ci seguono, fedeli compagni di viaggio. Ad un tratto, ho modo di apprezzare la grande abilità di Raffaele che, in un attimo, lascia il verricello e, con un colpo da maestro, usa il guadino (il “cuoppo”) per catturare un polpo gigantesco.

​Guardando la terraferma dal largo, però, lo sguardo si incupisce. Tra le dolci colline, vedo le cicatrici lasciate dall’egoismo umano: insediamenti che stonano con il paesaggio, palazzine anonime che, come vecchi scatoloni, rischiano di deturpare un suolo prezioso. Una rabbia passeggera, che svanisce però guardando le mani di Raffaele e Nicola. Le loro sono mani che lavorano con dedizione, mani che sanno che la pesca non è solo guadagno, ma fatica, maestria e, soprattutto, infinito amore.​Un amore che dovremmo imparare tutti, per custodire il mare e il territorio, nostri veri tesori, con la stessa cura con cui questi due pescatori li vivono ogni giorno. Torno a casa con il cuore colmo delle emozioni vissute in questa esperienza unica e con un po’ di quel magnifico pesce che, con cortese bontà, hanno voluto regalarmi. Sarà, senza dubbio, il pesce più buono che abbia mai mangiato.

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