Scienza, Economia, Potere le priorità della conoscenza e della tecnologia

di Roberto Sabatini *
Conoscere è un valore e un obiettivo, un presupposto per qualsiasi impresa, per lo stesso quotidiano, anche per la più banale e prosaica iniziativa. Questo è particolarmente vero per la conoscenza scientifica, quella che ha sostanziato la cultura egemone della nostra specie e che coi suoi più vari applicativi ha letteralmente modellato quasi ogni aspetto della nostra vita e del mondo in cui viviamo. Al punto che da qualche tempo è diventata assolutamente indispensabile e ci vede arrancare dietro alle sue scoperte, alle sue invenzioni e ai dispositivi che produce e diffonde senza sosta, quasi invertendo i ruoli in gioco: siamo ancora noi a progettare e pianificare lo sviluppo di questa gigantesca impresa? Siamo ancora noi umani a dirigerla in una direzione piuttosto che in un’altra? Siamo ancora noi a disegnare, costruire e testare i dispositivi che l’industria produce e il commercio distribuisce?
Non sono domande retoriche e la risposta non è scontata, anche se sembra che siamo sempre noi ad accendere e spengere i macchinari, a finanziare e a realizzare la complessa organizzazione, umana e materiale, in cui scienza e tecnologia consistono.
Spesso si pensa e si auspica che la ricerca pura sia anche libera da condizionamenti geopolitici e che gli obiettivi della conoscenza scientifica siano concepiti e perseguiti per finalità universali, per scopi ideali, per il miglioramento della qualità della vita della nostra specie e dell’ambiente in cui vive.
Ma chi fissa l’agenda della ricerca? Con quali criteri e per quali scopi viene finanziata quest’ultima? E soprattutto: quali criteri guidano industria e commercio a produrre e distribuire le realizzazioni di scienza e tecnologia? Siamo certi che le priorità della conoscenza pura e dei suoi applicativi concreti rispondano ai nostri bisogni?
Lo stesso aggettivo nostro è qui in discussione! Nostro di chi? Della gente comune dei paesi più ricchi? E in questo caso di quale classe? Delle popolazioni che sopravvivono a stento tra miseria e devastazioni belliche? Di una generica umanità dal tenore di vita e di democrazia allocata nell’area centrale di un’ipotetica gaussiana del benessere, dei diritti e delle opportunità?
Forse questo “nostro” si riferisce ai vertici degli Stati nazionali e, tra questi, ai vertici di quelli più potenti; forse si tratta del nostro dei circa duemila alti esponenti della finanza e dell’economia che annualmente si riuniscono a Davos? Forse è il nostro di quel gruppo di multimiliardari presente all’insediamento di Trump alla presidenza USA? Tutti pezzi da novanta nei settori oggi chiave della stessa ricerca scientifica che sembra dominare la scena mondiale, a partire dall’informatica e dalla missilistica?
Certo non è il nostro a cui dovevano riferirsi John Stuart Mill e Jeremy Bentham quando sostenevano che il criterio che doveva guidare ogni legge e ogni impresa collettiva doveva portare il maggior benessere possibile al maggior numero possibile di persone! Non sembra davvero che questo criterio sia stato seguito da nessuno, certamente non da chi ha avuto e ha potere per influire sulla vita degli altri!
Si può accettare che chi ha il potere di fissare l’agenda della ricerca e del finanziamento delle sue scoperte/invenzioni, non debba e non possa rimetterci capitali e si può forse anche accettare che sia il soggetto che ne ricavi il maggior guadagno, ma è sicuramente inaccettabile che questo guadagno sia smisurato e che gravi sulle spalle, sulla salute, sulla libertà, sulla dignità di qualcuno e, spesso, di gran parte dell’umanità!
Spesso addirittura assistiamo alla devastazione e all’avvelenamento di ambienti, al saccheggio di risorse planetarie e a terribili conseguenze collaterali di quello che eufemisticamente continuiamo a chiamare progresso tecnico-scientifico.
E’ perlomeno inquietante che ancor oggi, a fronte dell’incredibile sviluppo della tecnologia, ci siano ancora milioni di persone costrette ad operare in contesti malsani (dall’asbesto all’uranio, dalla diossina al silicio) e a sopportare fatiche sovrumane: anche in questo settore di altissima avanguardia culturale persistono laceranti differenze di sicurezza, libertà, diritti, qualità dell’esistenza!
La conoscenza scientifica è diventata inseparabile dalle grandi infrastrutture tecnologiche, da massicci investimenti finanziari, da decisioni e condizionamenti politici; la ricerca pura e soprattutto quella applicata si sono inestricabilmente legate ai poteri forti, in una dipendenza che è reciproca, ma che lascia a questi ultimi anche l’ultima parola.
Economia, Finanza, Politica e Forze armate guidano il grande treno della conoscenza e non possono più fare a meno dei suoi servizi: Trasporti, Energia, Infrastrutture, Comunicazioni, Armi, Commercio, Salute, Controlli, tutto è affidato a mezzi e strumenti che richiedono altri mezzi e strumenti non più disponibili ai comuni mortali, competenze specialistiche e dotazioni sofisticate che a malapena Governi, Stati Maggiori, Tecnici e Scienziati riescono a gestire e solo nelle forme complesse ed elefantiache che tappezzano ormai il mondo intero: Acceleratori di particelle grandi come città, giganteschi impianti di Server informatici, immensi e costosissimi Laboratori chimici, farmaceutici, elettronici, rampe di lancio di astronavi interplanetarie, stazioni spaziali, telescopi e radiotelescopi disseminati nelle zone più remote del pianeta, poligoni militari per testare i nuovi dispositivi bellici e il tutto sovrastato da una rete onnipervadente di migliaia di satelliti.
Molte di queste strutture sono secretate, sottratte ad ogni controllo democratico, non dei cittadini, ma degli stessi Parlamenti! Molti governi accedono a stanze dei bottoni e prendono decisioni che non vengono sottoposte al vaglio delle rappresentanze politiche elette dalle popolazioni e le linee di sviluppo della sperimentazione e del finanziamento tecnico scientifico sono spesso ignote alla pubblica opinione e affidate alla poco tranquillizzante Ragion di Stato!
Sempre più spesso e soprattutto in questo momento in cui è decollata l’IA forte e in cui l’automazione sta per rendersi indipendente dalla nostra specie, si deve notare come la direzione di sviluppo nel suo insieme sia diventata una variabile indipendente, ingovernabile, inarrestabile, che prescinde da un ragionato bisogno, da una opportuna scala di priorità e da qualsiasi effetto collaterale! Le stesse elite del potere, come le battezzò circa 70 anni fa C. Wright Mills, arrancano dietro a questo complesso tecnocratico mondiale che procede a ritmi esponenziali verso perfezionamenti e potenziamenti del tutto avulsi da obiettive necessità!
Il metodo scientifico è neutro e affidabile, anche perché è in se stesso falsificazionista: contiene gli anticorpi indispensabili per evitare dogmi e cecità di vario genere e tipo, dunque non è davvero al metodo che si può far carico dei gravi problemi sempre più generati dal binomio Scienza e Potere.
Non sono le procedure di ricerca e sperimentazione i bersagli di questa riflessione; certo potrebbero fare la loro parte, ma non è il team di teorici e di tecnici che deve essere sanzionato perché non lavora per l’effettivo benessere comune, ma magari solo per un’elite, solo per mettere a punto qualcosa di nefasto, come un nuovo sistema d’arma o un nuovo dispositivo per carpire la privacy o un nuovo prodotto per irretire masse di consumatori e così via.
No è alla politica che vanno ascritte le responsabilità delle scelte, è all’economia che vanno ricondotte le decisioni che condizionano la ricerca, è alla finanza che vanno attribuite le priorità prese dalla conoscenza, è all’establishment militare che va addossato il dirottamento di immense risorse, in nome di una sempre più minacciosa difesa che, a sua volta, infatti, si trasforma spesso in offesa, aggressione, saccheggio, distruzione, morte.
Certo anche gli scienziati e anche i tecnici hanno una coscienza e possono fare scelte, non sono esentati dalle conseguenze dei progetti a cui lavorano, dalle finalità dei prodotti che realizzano. Anche loro sanno a che servono e come vengono usati i prodigiosi dispositivi iper tecnologici che progettano e producono.
Anche la scienza è messa in atto da persone che non sono indifferenti alle seduzioni provenienti dal mondo, subiscono anche loro il fascino della ricchezza, del prestigio, del potere e non possono sentirsi estranei agli usi e agli effetti del loro lavoro.
C’è molto romanticismo nella figura tradizionale dello scienziato preso dai problemi della sua ricerca, dalla elusività dell’oggetto dei suoi studi, dal mistero delle leggi che le sue teorie cercano di individuare, ma avulso e lontano dal contesto destinatario del suo lavoro.
C’è ancor più ingenuità nel ritenere gli addetti ai lavori del settore scientifico e tecnologico neutri esecutori di azioni dettate dalle necessità interne e inevitabili dei loro iter di ricerca o dei loro processi creativi.
E se lo sono, pure, per poter lavorare, non possono prescindere dai meccanismi finanziari e dagli obiettivi politici, economici e militari che li circondano, perché niente è oggi più fattibile senza l’intervento di cospicui finanziamenti, di delicate autorizzazioni, di speciali permessi, di concessioni territoriali, di accesso a mezzi e strumenti, materiali e fonti di energia di altissima qualità e, spesso di ingente quantità: tutte cose che solo una ben concertata sinergia tra ricerca e poteri forti rende possibile.
La stessa ricerca in campo medico, che può essere considerata la prima delle urgenze a cui dedicare risorse, non avviene secondo il principio utilitarista del maggior bene possibile al maggior numero possibile di persone. No, è estremamente selettiva e asimmetrica, trascura molte malattie endemiche e anche molto diffuse, ma relegate in aree o tra classi povere e privilegia patologie magari concentrate in specifici settori sociali e quantitativamente contenute, ma estremamente lucrative.
Abbiamo avuto la prova incontrovertibile di questo andamento delle cose proprio recentemente e in occasione di un evento di portata mondiale, che per alcuni mesi ha letteralmente paralizzato gran parte del mondo e, comunque, causato centinaia di migliaia di morti: la pandemia da corona virus!
Persino in un frangente così grave e universalmente compromettente, le multinazionali del farmaco non hanno fatto eccezioni e hanno potuto mettere un gigantesco business avanti a tutto! Alla mobilitazione generale delle istituzioni e delle comunità nazionali variamente colpite da questa aggressione virale, la scienza medica ha risposto prontamente ed efficacemente, ma seguendo la legge del profitto e le asimmetrie sociali preesistenti, se possibile acuendone la forbice.
Insomma scienziati e tecnici sono chiamati a dire la loro, a fare la loro parte, ad assumersi le loro responsabilità perché non siamo obbligati a realizzare, costruire e impiegare tutto quello che è possibile, non importa quali siano le conseguenze!
Questo è significativamente vero anche nel quotidiano più prosaico soggetto all’obsolescenza pianificata e alla continua immissione sui mercati di nuovi prodotti del tutto superflui, tanto ridondanti quanto avidamente cercati, con la complicità sinergica della ricerca, dell’industria, del commercio, del marketing pubblicitario.
Sembra insomma che il seducente e razionale mondo della conoscenza scientifica e della sua consociata sorella tecnologica, sia mosso e sostenuto dai giganteschi affari che la loro stretta alleanza consente, purtroppo concentrando le ricchezze planetarie nelle mani di un pugno di multimiliardari e contribuendo non poco al saccheggio e avvelenamento del pianeta.
Ma una sfida ancora più inquietante sta affacciandosi all’orizzonte degli eventi e con una rapidità crescente: con l’implementazione completa delle potenzialità dell’IA è possibile che l’intero complesso tecnologico da noi progettato e realizzato, si renda autonomo, indipendente da noi e in modi che non siamo ancora in grado di immaginare.
Già da tempo il corso dello sviluppo tecnico-scientifico sembra avanzare per una sua interna inerzia, per una sua legge di sviluppo che pare impiegare le risorse umane per progredire, capovolgendo la relazione essere umano/macchina che ci ha accompagnati e incantati per secoli: in ogni settore la conoscenza e i costrutti che essa rende possibili hanno creato dipendenze e obsolescenze sempre più rapide e sempre più massive, non necessariamente sempre migliori per noi!
Ecco, serve prendere profonda consapevolezza di queste tendenze ed assumersene piena responsabilità, magari anche alla svelta, perché siamo agli sgoccioli della sostenibilità planetaria e perché nel volgere di poco tempo perderemo ogni parvenza di controllo: forse sarà solo questo spauracchio a mitigare la brama di potere e di ricchezza, il folle e patologico desiderio di primeggiare, di stravincere competizioni prive di senso.
*Docente di scienze umane, saggista e sociologo
