Il piacere del testo “La tensione tra materiale e spirituale”
di Stefano Cazzato

“Il piacere del testo” rubrica a cura di Stefano Cazzato
Anni fa scrissi un calembour filosofico: “Platone si nasce, Plotino si diventa” non con l’intento di sminuire il secondo di fronte al primo, ma di suggerire che senza Platone non avremmo avuto Plotino e tutto il neoplatonismo.
In tal senso, questa raccolta molto plotiniana (dichiaratamente plotiniana) è anche inevitabilmente platonica. E il punto d’unione sta nell’epopea dell’anima che Giuseppina Sciortino delinea scegliendo, com’è giusto, non il discorso della ragione ma quello della poesia. Perché se c’è qualcosa che ci hanno insegnato prima Platone e poi Plotino, al di là delle interpretazioni razionalistiche, è che l’accesso alla “cosa stessa”, cui l’anima partecipa da sempre, e in cui da sempre, liberandosi dai sensi, si riconosce, avviene con un mezzo diverso da quello logico-analitico.
Intendiamoci, la ragione prepara, ma non tocca; ci aiuta nel percorso, ma non è in grado di fare l’ultimo passo; il ragionatore si libera dalla doxa per costruire il concetto, ma poi cede il testimone a un messaggero che non cerca ma è cercato e invasato: è così, come spiega Diotima a Socrate nel Simposio, che si arriva, se si arriva, dalle parti della bellezza e del bene: “il bene supremo […] ho scoperto che si smorza facilmente se suddiviso sprecato a causa di parole vane avventate”.
E’, questo, un verso chiave per comprendere la poetica di Sciortino che vive di una continua tensione tra quel bene desiderato, l’altrove di cui si ha nostalgia, e col quale ci si vuole ricongiungere, e il mondo dei sensi, dal quale siamo avvinti e al quale cediamo, pur nella sincera attesa di una felicità duratura, per delle soddisfazioni più immediate: un lavoro gratificante, un partner affidabile, un successo professionale, una vita comoda, il piacere dei corpi.
Una tensione, che è anche una lacerazione, solo sommariamente componibile, tra parola e silenzio, tra materiale e spirituale, tra ricatto della carne e anelito all’infinito, tra fatti, contingenze, enti e l’anima. E’ la schiavitù della vita incarnata, innervata, sottoposta al tempo, contro il quale si può al limite imprecare, è la dura legge della combinazione tra “impermanente e sempiterno”, che può essere vista, a seconda dei casi, come una maledizione o come una benedizione.
Certo è che “prima viene l’anima” e poi il corpo e poi la casa e poi il resto, e l’anima non “vedrebbe il bello se non fosse bella”.
Parole di Plotino che riprendono probabilmente quelle pronunciate da Socrate sempre nel Simposio: “Mi sono fatto bello, per andare, bello, da un bello”. Perché, come dice Roland Barthes, bisogna assomigliare in qualche modo a chi si ama, essere fatti della stessa pasta, della medesima essenza, amare lo stesso dio.

Giuseppina Sciortino, Variazioni neoplatoniche, Montag edizioni, 2025, pp. 66, euro 15.00
