23 Luglio 2024

Nonè catena di schiavi nè capestro che riduca l’uomo in cadavere.

Citazione dello stesso Alfredo De Marsico (* Sala Consilina 29.5.1888 † Napoli 8.8.1985), figlio di Alfonso e di Emilia Rossi, con abbondante biografia agevolmente reperibile anche in rete) tratta da una conferenza, 27.6.1942, sull’ammiraglio Caracciolo al Teatro San Carlo di Napoli che opportunamente si presterebbe come prologo ed epilogo di qualsiasi lavoro sulla sua figura e sulla quale si potrebbero sviluppare argomentazioni sostanziose per delineare compiuto ritratto dell’uomo, del politico, soprattutto del praticante e dello studioso della disciplina e dell’arte forensi.

Con lui prende forma un’esistenza che diventa modello seguito “in diretta” per quasi un secolo e si plasma una personalità sulla quale solidamente si struttura il principe e il maestro del foro, “malato di poesia”, come egli stesso si definisce, instaurando, infatti, una stretta amicizia con la letteratura che si perfeziona in solidarietà e lo porta a un’ottima conoscenza delle lingue tedesca, inglese, francese e russa.

In tutto ciò l’origine e la venuta alla luce di certi suoi “connotati” essenziali e innati che gli fanno scoprire per l’oratoria una disposizione fatta di ispirazione, studio e genialità: diversamente non può essere in quanto avvocato e penalista si sente intimamente, tanto è vero che rinunzia a intraprendere qualsiasi altra carriera, incluso un impiego nel Ministero della Pubblica Istruzione dopo aver brillantemente superato un concorso risultando secondo in graduatoria su mille partecipanti.

Spiegazione non secondaria è l’essersi formato nella culla dell’avvocatura penale, nel Meridione e in particolare a Napoli, come illumina l’autorevole citazione di Vincenzo Siniscalchi (La parola di De Marsico la Repubblica.it del 24.3.2006): La storia della professione forense ha avuto nel secolo scorso due grandi riferimenti in Europa: Napoli e Parigi. In queste due città si è formata una tradizione forte della avvocatura penale collegata alla funzione della eloquenza, intesa come arte del dire, capacità di rappresentazione dei fatti e delle tesi del processo, tensione comunicativa per l’ascoltatore, giudice o altri protagonisti del confronto dialettico. Questo primato è in Italia un primato meridionale”.

Napoli, virtuale galleria dove vediamo collocati i busti di Francesco Mario Pagano, Nicola Amore, Enrico Pessina, Domenico Sandulli, Gaetano Manfredi, Enrico de Nicola. Napoli, città che da secoli esibisce gli esempi unici e inimitabili del Penale, grazie alle conoscenze più recondite ed efficaci di quell’arte oratoria che riesce a conglobare nel dibattito tutti i partecipanti attraverso toni e registri vocali, sintassi ed esposizioni dottrinali, apporto di prove e di testimonianze. Napoli, galleria e città che riconosce ed accorda a pieno titolo al De Marsico, già considerato Il gemello di Minerva, un posto preminente, non fosse altro perchè ben “raccomandato”.

Da chi? Da un Alfonso Tesauro (lo chiama Un mago insuperato), da un Giuliano Vassalli (lo chiama Un miracolo umano), da un Enrico De Nicola (lo chiama Il penalista emulo di Demostene), da un Luigi Labruna (De Marsico è colui che più sintetizza la tradizione dei grandi giuristi del mezzogiorno e la novità dell’ordinamento centrale, affermatosi con l’unità d’Italia), da un Paolo Cesaroni che (L’Oratore- Scritti giuridici in onore di Alfredo De Marsico, a c. di Giovanni Leone- Giurisprudenza Università di Roma 1961) tiene a ribadire come l’oratoria del De Marsico non conceda nulla all’imperante retorica ampollosa, barocca e fumogena alla quale ricorre chi non possieda capacità di assemblare un discorso organico, risultante dalla ricerca dei fatti, dalla consistenza della logica, dall’assistenza della cultura che per fortuna resta in lui eternamente “malata di poesia”.

D’altra parte, ben trentatadue anni prima in un’intervista, 1929, lo stesso De Marsico orienta l’ago della bussola in direzione dell’oratoria che avrebbe seguito: Ogni avvocato può avere per sé il vero, sol che non confonda la sua funzione con l’arte dell’ audacia, del virtuosismo o della violenza. Chi vuole soffocare la prova dei fatti dove i fatti gridano; chi vuole camuffare per folle l’ uomo normale che ha ceduto ad un impeto di affetto o di collera, colui offrirà uno spettacolo di abilità, creerà forse anche il capolavoro del sofisma, ma non farà un’ arringael’esordio in quest’arte gli storici fissano nel 1905, quando a diciassette anni pronuncia il suo primo discorso all’inaugurazione di un monumento a Francesco De Sanctis in Avellino.

Nel 1909, ventuno anni, si laurea in Giurisprudenza a Napoli con una tesi in diritto civile su La compravendita di cosa futura. Nello stesso anno il suo primo processo ad Avellino, secondo una fonte quello ad un ufficiale giudiziario accusato di falso in atto pubblico, secondo un’altra in sostituzione dell’avvocato Domenico Sandulli […] in un processo a carico di un imputato di duplice omicidio e le stesse due fonti riferiscono concordi di un’ arringa di tre ore, senza appunti, che zittì i dodici avvocati di parte avversa. Nel 1915 è libero docente in Diritto e Procedura Penale all’Università di Roma.

Arrivati al Ventennio, per sommi capi il tragitto. Enrico De Nicola lo vuole candidato nel Listone Mussolini, ne riceve l’assenso dal Duce e De Marsico risulta eletto alla Camera, circoscrizione di Napoli, per la prima volta il 6.4.1924. Dovere impone precisare che al Listone vanno meno del 50% dei voti validi con diritto a 4 candidati eletti, ma in soccorso scatta la Legge Acerbo che permette l’elezione di tutti i candidati. Forse si tratta della prima “Legge truffa” italiana, ma sorvoliamo. Nel periodo 1925-1942 fa parte della commissione parlamentare per la riforma dei codici e collabora alla stesura del Codice Rocco. Nel 1939 è consigliere nazionale della Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Il 5.2.1943 sostituisce Dino Grandi come ministro di Grazia e Giustizia.

È un cambio di rotta effettivo o un “dare a vedere” di Mussolini con la nomina di De Marsico che egli stesso definisce liberale del fascismo? Di sicuro liberale è il nostro, sia perchè nel 1919 già partecipa alle elezioni come avversario di Nitti ma solo resta candidato, sia perchè già tempo prima fonda ad Avellino un circolo liberale, sia perchè nella militanza fascista si discosta dalle posizioni più estreme del partito, a cominciare dal disegno velato di riformarne o almeno limitarne dall’interno gli eccessi dottrinari e politici, disegno che ufficialmente, fragorosamente e paurosamente rompe il consolidato e granitico Signorsì, quando in veste di ministro annuncia: Nessun favore ai fascisti, nessuna persecuzione agli antifascisti. Sarò il Ministro dello Stato e non del Regime.

Logico che si guadagni feroce ostilità, soprattutto da Carlo Scorza, Segretario del P.N.F. che nella seduta, 19.6.1943, del Consiglio dei ministri ravvisa in quegli annunci una pericolosa destabilizzazione del regime per cui dovrebbero con urgenza allontanarlo dal partito e dal governo, perchè le sue idee debiliterebbero la incrollabile fede fascista e seminerebbero eversivo e antipatriottico sabotaggio nella sicurezza della Patria. Già, democrazia e libertà, non guerra e miseria ed affini, sono i peggiori nemici dello Stato, i bubboni da estirpare, le bestemmie innominabili.

La prova finale dell’ubriacatura o follia di quella classe dirigente si ha nella riunione, notte del 24-25.7.1943, del Gran Consiglio: Roberto Farinacci, che negli ultimi anni solo ha saputo cadere in disgrazia del Regime, forse per “rientrare” interrompe l’intervento di De Marsico ad ogni parola e, tra il tragico e il grottesco, non si rende conto della catastrofica situazione politico-istituzionale-militare del Paese, ma tra una carezza e l’altra alle sue medaglie -come, dove, quando guadagnate?- è sicuro di riempire pagine di Storia gridandogli: Tu sei un democratico, tu sei un liberale!

Ciò che invece definitivamente si debilita in quella seduta è l’adesione al Fascismo: Vittorio Cini, Ministro delle Comunicazioni, interviene per sostenere la fine della guerra, necessità sentita e sostenuta da quasi l’intera Nazione e, al diniego senza alternativa del mussolinianovincere, o cadere a fianco della Germania, interviene De Marsico: se la situazione fosse stata insostenibile, poiché i popoli non hanno diritto di suicidarsi, sarebbe stato doveroso … scegliere una via onorevole per non immolarsi al sacrificio.(G. Bianchi- Perché e come cadde il fascismo. 25 luglio crollo di un regime, pag. 404- Milano 1982).

Non sono dichiarazione ed impegno inefficaci, se si da il giusto valore alla sua opera di dissuasione verso Mussolini quando tre mesi dopo, a maggio, questi sta preparando un decreto legge con il quale imporre “operazioni chirurgiche di stato” a cittadini affetti da infermità vere o supposte per guadagnare guerrieri all’Italia e all’Impero.

La barriera che lo separa sempre più e irrimediabilmente dal Regime diventa insormontabile quel famoso 25.7.1943, quando da membro del Gran Consiglio del Fascismo vota a favore della mozione Grandi, ossia della sfiducia a Mussolini con conseguenti arresto del Grandi e condanna in contumacia a morte per De Marsico nel processo di Verona del 1944 ma riesce a rifugiarsi e salvarsi a Salerno. Si leggano, quindi, alcune fondamentali testimonianze testuali sull’avvenimento:

Silvio Bertoldi (Quel 25 luglio firmato De Marsico– Corriere della Sera del 6.3.2003):

L’ ordine del giorno fatale lo stese Grandi quand’ era in Albania con gli alpini, nel 1942, ma fu De Marsico, prima che fosse presentato in Gran Consiglio, a riscriverlo, dandogli i fondamenti giuridici, quelli che Grandi definirà «osservazioni particolarmente apprezzate». Senza quelle «osservazioni» sarebbe stato difficile convincere gli altri diciassette firmatari che il documento aveva una validità tale da reggere alle contestazioni del dittatore e quindi di meritare di correre il rischio.

Mario Benedetti, a cura (Blog ali e uomini. L’ultima seduta del Gran Consiglio): De Marsico illustrò il senso giuridico e morale dell’ordine del giorno Grandi e della sua richiesta, di fronte alla crisi in atto nelle istituzioni del regime, di restituire al sovrano le sue prerogative e «quella suprema iniziativa di decisione» che non tutti avevano ancora capito cosa significasse […] Mussolini ostentò di seguire con noia e fastidio –anzi, di non seguire affatto- le argomentazioni di De Marsico; ma fu proprio ad esse che rispose quando ritenne giunto il momento di replicare.

Lo stesso De Marsico nelle sue memorie: Il 25 luglio fu una rivolta, no una congiura: la rivolta di 19 italiani contro gli errori di uno solo e l’acquiescenza di tutti […]. La rivolta del sentimento nazionale […] contro le deviazioni di un partito […], della critica contro il mito, della fede contro gli idoli.

Finita la guerra, a De Marsico viene presentato un salato conto da pagare per la sua militanza fascista, nonostante questa sia stata caratterizzata da importanti “attenuanti” come brevemente

esposto, quindi viene allontanato per quattro anni dall’esercizio dell’avvocatura, per sette dall’insegnamento all’Università di Roma ma ecco che scatta lo “strano ma vero”: viene riammesso alla cattedra grazie all’appoggio decisivo di un certo signor Mario, non altri che il padre di Enrico e Giovanni Berlinguer, perchè convinto sosteneva: Un uomo come Alfredo De Marsico non può rimanere fuori dall’Università.

Ecco la prova del desiderio sincero di veri Italiani che vogliono lasciarsi guerra, odio e rancore definitivamente alle spalle, ecco un Berlinguer come, antifascista adamantino e incorruttibile e in veste di alto commissario aggiunto per i delitti fascisti,non abbia neppure aperto un giudizio sul De Marsico che era stato accusato di avere in seguito al 3 gennaio 1925 contribuito con atti rilevanti a mantenere in vigore il regime fascista. Dopo quello di andata vi è anche uno “strano ma vero” di ritorno, come descritto in Pasolini, l’assoluzione di Benevento (fogliapress, blog mimmozampelli.wordpress.com. del 30.4.2007): Ed è un collegio difensivo di prim’ordine […] e soprattutto c’è Alfredo De Marsico. Il Maestro fornisce l’ennesima prova della sua limpida concezione dell’Avvocatura, nella quale il diritto alla libertà dell’individuo va anteposto a qualunque ragionamento di ordine politico. Così l’ex membro del Gran Consiglio del Fascismo difende il direttore di Lotta Continua, e lo fa con il suo celebre stile efficace, affascinante, vincente […] Pasolini ne resta ammirato, elogiandone il rigore semantico. Qui risalta l’onestà intelletuale di un professionista dalla ineccepibile moralità che difende Pasolini nel processo per il film I racconti di Canterbury e lo definisce Il D’Annunzio di sinistra.

Dalla stessa onestà intellettuale l’impegno profuso nel portare avanti campagne d’informazione attraverso la stampa, seminari, convegni eccetera su due argomenti spinosi già allora, ora diventati esplosivi: il timore della politicizzazione della magistratura che porterebbe ad insidiare e demolire la sua stessa indipendenza e la minaccia di un radicamento del terrorismo che solo uno stato forte può distruggere.

Delle due problematiche di esagerata attualità è la prima, basti osservare come a giornate alterne se la palleggiano partiti e politici contro l’avversario di turno, accusando o negando una supposta politicizzazione della stessa magistratura a seconda della convenienza del momento, perciò ad altra occasione il discorso ma a queste si affianca una terza problematica. Essa meno si avverte nella società di allora e meno la scuote in quanto pervasa da minore intensità dalla quotidiana e spigolosa polemica politica ma altrettanto attiene alla necessità, all’aurgenza socio-morale come evincesi dallo scritto La lotta contro il dolore e la legge penale del 1963. Riferimento circonstanziale è dato dalla cronaca che registra il parricidio di un uomo ossessionato e disperato per la nascita del figlio focomelico e lo annega nel Tevere. Tutto oggi spiegheremmo con le teorie di “suicidio assistito”, di “eutanasia”, di “libertà di autodeterminazione” eccetera le quali ancora si necessita che convincano senza dubbi e remore, che vengano accettate con pieno rispetto dall’opinione pubblica generale ma soprattutto non vengano ritardate e innecessariamente ostacolate dalla istituzioni preposte a normarle e garantirle.

Eppure nell’apogeo di una condivisa difesa della vita a tutti i costi, o perlomeno non parlarne quando volontariamente spezzata, il De Marsico sa introdurre il discorso su quei principi accennati nonché sulla tutela dei malformati di natura e sull’aborto non sanzionabile per obiettivi motivi sanitari. L’interrogativo drammatico si situa nella dicotomia prolungamento della vita e prolungamento dell’atto di morire ma, una volta irreversibile quest’ultimo, al medico non resta che “uccidere” il dolore inutile.

Per ora così concludo: ho tentato di volare più in alto possibile chiedendo ausilio ai venti della memoria e complicità alla testimonianza dei grandi che si fanno sodali quando si tratta di memoria della nostra terra.

All’improvviso il volo mi riporta in basso, al livello dell’ingresso del Tribunale di Sala Consilina dove per le vicende che si prendono beffa del Vallo di Diano è stato lasciato solo e abbandonato un busto che mira sconsolato se stesso e l’edificio che avrebbe dovuto illustrare ma io, sconsiderata pulce di nullità, qual conforto potrei mai dargli?

Potrebbe bastare l’accenno che fino al 1980 è stato otto volte presidente dell’ Ordine degli avvocati di Napoli, nella cui sala del Consiglio fu posto, 1995, un busto nonché componente della commissione di riforma dei codici e relatore per il progetto del Codice Penale?  

Forse ma ci vorrebbe anche una delle magistrali arringhe proprio di chi fu ritratto per fustigare e denudare la invereconda e squallida cialtroneria politica di coloro che nel tempo hanno continuato a derubarci quel poco che ci restava e di coloro che lo hanno permesso.

Con una siffatta arringa almeno ci consoleremmo leccandoci le ferite pur da secoli abituati ma per fortuna questo sì che lo sappiamo fare da maestri.

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