31 Ottobre 2026
L'editoriale di francesco SAMPOGNA «Cattedrali nel deserto»


«L’Editoriale» di Francesco SAMPOGNA

Tra carenza cronica di medici, concorsi deserti e cattedrali nel deserto finanziate a debito: dove ci sta portando la propaganda del PNRR sanitario. E alla fine, il conto dei prestiti europei lo pagheranno i cittadini.

Non c’è niente di più facile per la politica che tagliare un nastro, mostrare un rendering tridimensionale su uno schermo o sbandierare cifre a sei e sette zeri.

Negli ultimi tre anni, il racconto ufficiale sulla sanità in Campania e nella provincia di Salerno è stato monotematico: il PNRR e la transizione digitale. Una pioggia di miliardi pronti a cambiare il volto dei territori. L’ASL Salerno ha presentato e approvato progetti su progetti: 33 Case della Comunità, 8 Ospedali di Comunità, 13 Centrali Operative Territoriali, la rete delle “Botteghe della Comunità” e il tanto decantato sviluppo della telemedicina con gli ambulatori virtuali. Da Sarno a Sapri, passando per Pollica, Vallo della Lucania, Roccadaspide, Eboli e Oliveto Citra, la mappa dei servizi sembrava finalmente disegnata per non lasciare indietro nessuno.

Un paradiso su carta. Una rivoluzione tecnologica e strutturale per i cittadini.

Poi, però, arriva la realtà. La realtà si presenta con il morso di una vipera a una turista a Pioppi, con un giovane del posto azzannato nelle stesse ore, con un bambino di cinque anni soccorso in un pomeriggio di fine estate a Oliveto Citra. E la realtà ci dice che per queste persone, il primo approccio con la sanità locale si è trasformato in un incubo d’ansia, prima di essere caricati su un’ambulanza o su un’eliambulanza e inviati d’urgenza a oltre cento chilometri di distanza: verso il Cardarelli o il Santobono di Napoli.

È qui che il cortocircuito tra la narrazione della politica e la vita reale dei cittadini esplode in tutta la sua drammaticità.

Ci dicono che i trasferimenti a Napoli fanno parte dei “protocolli”, che nei piccoli presidi periferici non si somministra il siero antivipera con facilità per non rischiare lo shock anafilattico. Ma allora la domanda sorge spontanea: se i presidi di prima linea — che dovrebbero tutelare un Parco Nazionale e un bacino di utenza che in estate triplica — non hanno le condizioni operative per gestire l’emergenza, a cosa serve raccontarci la favola della “sanità di prossimità”?

La verità è che si stanno spendendo milioni di euro per ristrutturare e costruire muri, o per acquistare piattaforme informatiche. Mattoni, cemento e schermi. Tutte cose bellissime. Ma gli ospedali e i centri sanitari non curano i pazienti con la calce o con i link per una videochiamata: li curano le persone.

E arriviamo così al grande inganno che nessuno nelle stanze del potere vuole affrontare.

Guardiamo gli ospedali esistenti: il San Luca di Vallo della Lucania, l’Immacolata di Sapri, il presidio di Roccadaspide, Oliveto Citra. Reparti storicamente d’eccellenza oggi sono ridotti all’osso. Le sigle sindacali lanciano allarmi settimanali e diffidano l’ASL: mancano anestesisti, cardiologi, chirurghi, infermieri e Operatori Socio-Sanitari. Turni stremanti, ricoveri bloccati, medici costretti a fare i salti mortali in strutture dove persino coprire la guardia notturna o festiva diventa un terno al lotto.

I concorsi pubblici e gli avvisi a tempo determinato? Vanno deserti o producono graduatorie che si prosciugano in poche settimane. Perché i giovani medici e gli specialisti, comprensibilmente, rifiutano le sedi periferiche, schiacciate da carichi di lavoro insostenibili, stipendi inadeguati e zero attrattività di carriera.

In questo quadro di collasso imminente della rete ospedaliera tradizionale, le istituzioni ci dicono che le Case della Comunità, gli Ospedali di Comunità e gli ambulatori virtuali saranno la panacea di tutti i mali. Ci dicono che la tecnologia e il digitale alleggeriranno i pronto soccorso e sostituiranno progressivamente i medici di medicina generale, sempre più rari e prossimi alla pensione.

E allora la domanda finale, l’unica che conta davvero e alla quale la Regione e l’ASL devono rispondere adesso, la poniamo noi ad alta voce:

“Una volta completati i cantieri del PNRR, quando le tappe burocratiche saranno concluse e i nastri saranno stati tagliati, chi entrerà a lavorarci dentro?

Con quale personale medico, infermieristico e OSS verranno aperte e gestite queste decine di strutture, se già oggi gli ospedali esistenti stanno cadendo a pezzi per mancanza di risorse umane? Se i concorsi vanno vuoti e i medici rifiutano i presidi di provincia? E davvero pensiamo che una piattaforma per la visita a distanza o un “ambulatorio virtuale” possano sostituire un medico in carne ed ossa quando un paziente è in pericolo di vita?

Ma c’è di più, ed è la beffa peggiore: ricordiamoci che buona parte di questi fondi del PNRR sono prestiti che lo Stato italiano dovrà comunque restituire all’Europa. Se queste strutture, per mancanza di personale, rimarranno le ennesime cattedrali nel deserto, non solo avremo fallito l’obiettivo di curare i cittadini, ma ci ritroveremo sul collo un danno economico mostruoso, un debito che, ancora una volta, saranno i cittadini a pagare a caro prezzo sulla loro pelle e sulle loro tasse.”

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