Assassini in azione
Il genocidio di Gaza

“Le città sono rase al suolo, livellate, azzerate. Rafah non esiste più. Ciò che a me colpisce di più è il fatto di viaggiare su strade fortuite, in mezzo alle tende, alle fognature.
Qui vive la gente di Gaza. Un aspetto che le immagini non rendono sono gli odori. E una delle piaghe più presenti in questo momento sono i topi, che mordono.
Mordono soprattutto i bambini e Gaza è piena di bimbi, ma anziché andare a scuola giocano sporchi accanto alle fogne.

Se un po’ di cibo ad oggi riesce ad entrare, tutto il resto è ancora proibito.
I prodotti dual use non possono entrare. E con essi si intendono persino i banchi di scuola, le matite, i quaderni, il vetro con cui si fanno le finestre.
Noi vogliamo riaprire le scuole, ma manca quasi tutto. Quel che serve subito, mi hanno detto gli operatori sanitari, è il personale preparato a gestire i traumi psicologici dei bambini e delle mamme.
Sarà una questione di cui prendersi cura con la dovuta sensibilità.
Lo dirò in modo poco diplomatico, ma io provo una grande pena, non riesco a comprendere. Altrettanto drammatica è la situazione in Cisgiordania nello Stato di Palestina, dove non vige la legge e, se c’è, non è fatta per i palestinesi.
Ai coloni israeliani viene permesso tutto. Fanno check-point ovunque, tagliano gli alberi, non ti fanno coltivare la terra, aggressioni, furti, insulti sono diventate scene quotidiane. E che si ripetono anche per il fatto di essere totalmente impunite.
Spesso chiamiamo l’esercito israeliano (Idf) affinché intervenga per placare i coloni, ma quando arrivano sono già andati via, come se qualcuno li avesse avvisati per tempo, e così l’Idf finisce per prendersela con noi” -drammatica testimonianza del Patriarca latino di Gerusalemme, cardinale Pierbattista Pizzaballa.

Per fortuna c’è un cardinale a Gaza perché i riflettori sul genocidio che i palestinesi stanno subendo sono ormai spenti!
A Gaza c’è un Cardinale, ma l’Italia, l’Europa, il resto del mondo?
A Gaza un popolo sta morendo non solo per le armi israeliane (che magari gli abbiamo venduto noi) ma soprattutto per l’indifferenza generale.
Chi si dice cattolico, pacifista, democratico, come può rimanere silente di fronte a questo massacro di poveri innocenti?
A Gaza, in Cisgiordania, si continua a morire per la mano assassina di Israele ma il mondo non vede, non sente, non parla!
Pizzaballa è lapidario: “Io provo una grande pena, non riesco a comprendere”’.
Luciano RIMINI

È dal 27 ottobre 2023 che la Voce ha assunto una posizione inequivoca

La pace armata di Israele

PASQUALE SCALDAFERRI
Hanno fatto “rumore” e continuano a suscitare reazioni scomposte e per molti aspetti contraddittorie e provocatorie, le parole del Segretario generale dell’Onu, António Guterres, dinanzi al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, sulla guerra in Medio Oriente.
«Ho condannato inequivocabilmente gli orribili e senza precedenti atti terroristici compiuti da Hamas in Israele il 7 ottobre. Niente può giustificare l’uccisione deliberata, il ferimento e il rapimento di civili o il lancio di razzi contro obiettivi civili.
Tutti gli ostaggi devono essere trattati umanamente e rilasciati immediatamente e senza condizioni. E con rispetto constato pienamente la presenza tra noi di membri delle loro famiglie.
È importante riconoscere anche che gli attacchi di Hamas non sono avvenuti dal nulla. Il popolo palestinese è stato sottoposto ad anni di soffocante occupazione. Hanno visto la loro terra costantemente divorata dagli insediamenti e piagata dalla violenza. Le loro economie sono state soffocate, le persone sono state sfollate e le loro case demolite».
Quello che viene dipinto dai pifferai del circo mediatico come uno Stato ad alto tasso di democrazia, non si smentisce mai e adotta subitaneamente provvedimenti ritorsivi e dal tono guerrafondaio da parte delle massime rappresentanze diplomatiche e governative, cercando di mettere la mordacchia a qualsiasi voce libera che abbia l’ardire di esprimere fuori dal coro belante un pensiero non omologato e sicuramente imparziale.

Lo strumento di tortura con cui, nell’antichità, si stringeva la lingua del condannato, ora gli ebrei ortodossi, le ancelle della pace, i sedicenti vessilliferi dell’equidistanza a intermittenza -comunque protesi sempre a strizzare l’occhio a Tel Aviv e
pronti a soffiare sul fuoco della guerra perenne- intendono applicarlo al politico e diplomatico socialista, già premier portoghese, reo di aver affermato senza perifrasi e con la consueta compostezza e chiarezza, ciò che molti con ignobile pavidità pensano in silenzio, anche all’interno delle fumose cancellerie europee, schierate acriticamente a rimorchio della politica di Benjamin Netanyahu.
Il caso Guterres non è il primo della storia di Israele, in cui un giudizio dissenziente, una riflessione articolata e non pregiudiziale, sono strumentalizzate, brandite pretestuosamente e lanciate come oggetti contundenti per fomentare e incendiare l’opinione pubblica.
Non è necessario scomodare studiosi ed esegeti per dare una chiave di lettura intelligibile sul conflitto in quell’area che si trascina ormai da più di mezzo secolo, basta non dotarsi della lente deformante della faziosità o praticare la mai celata inclinazione a tatticismi barricadieri.
Chi non ha memoria ottenebrata, ma robusta erudizione e conoscenza, anche non approfondita, della perniciosa questione israelo-palestinese, potrà cogliere l’aspetto sempre sospettoso, bensì dietrologico, quando un ragionamento non collima con la tesi dei maggiorenti della comunità ebraica.
Condannare tutte le guerre non significa accettare, benedire, giustificare rappresaglie di chi spara in nome della “pace”.
Coloro che agiscono così, sono soltanto complici di chi alimenta il terrorismo, soprattutto quando esso si fa scudo con i civili: bambini, donne, uomini inermi.
Sono pochi, se non rarissimi, gli esponenti della politica israeliana seriamente intenzionati al processo di pace in Medio Oriente.
Uno era certamente Yitzhak Rabin, primo premier d’Israele ad essere nato sul territorio del proprio Stato, Gerusalemme. Autentico propugnatore degli accordi e vero facitore del dialogo, il leader laburista fu insignito del premio Nobel per la Pace nel 1994, insieme con il capo dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, Yasser Arafat.
Inviso alla falange oltranzista che si opponeva alla politica dei “due popoli-due stati”, Rabin fu ucciso a Tel Aviv il 4 novembre 1995 da un estremista ebreo dopo un comizio in difesa della pace, nella piazza dei Re d’Israele, che ora porta il suo nome.
Ma non è il primo caso, né sarà l’ultimo della storia rovesciata.
La vulgata dei cattedratici filo israeliani -tra cui anche molti cattolici compunti e genuflessi, forse per espiare qualche peccato commesso in casa- ha cercato in passato, con argomentazioni torbide e pedestri di contaminare persino la figura di Pio XII.
La principale accusa rivolta a Eugenio Pacelli riguardava i “silenzi” del pontefice sullo sterminio degli ebrei, ovvero all’assenza di condanne ufficiali del nazismo e della shoah da parte della Santa Sede.
Eppure bastava svestirsi dei panni faziosi e facinorosi che molti storici indossano e si andasse a spulciare tra le carte ufficiali del governo di Tel Aviv per riportare alla luce il telegramma che il ministro degli Esteri dell’epoca, Golda Meir (successivamente tra i più illuminati premier della storia d’Israele) inviò da New York in occasione della morte del Papa, il 9 ottobre 1958.
La politica ucraina naturalizzata israeliana, che diventerà la prima donna a guidare il governo del suo Paese (terza a livello internazionale) scrisse “che la voce del pontefice si è levata a favore delle vittime durante i dieci anni del terrore nazista.
In un periodo turbato da guerre e da discordie, Pio XII ha mantenuto alti gli ideali più belli di pace e di carità, affermando le più grandi verità morali”.
E quando il 19 dicembre 2009 con decreto firmato da Benedetto XVI è stato proclamato venerabile, puntuale è arrivata la levata di scudi della comunità ebraica -accecata da furore ideologico- e numerosi rabbini, pronti a discettare di scelta “che addolora e riscrive la storia”.
Quella storia che intendono elaborare e continuare ad impregnare di odio e di sangue gli epigoni di Netanyahu, più che un capo di governo, un guerrigliero sul campo, che non si inchina neppure al cospetto degli accorati appelli alla pace di papa Francesco.
Anzi, forse domani, Jorge Mario Bergoglio si trasformerà nel suo prossimo obiettivo di attacchi e contumelie, per non aver parlato solo di pace in Israele, limitandosi a esortare i governanti a “deporre le armi, avere coscienza del bene e del male, a combattere uniti per la pace e l’amore”.
Per il Pontefice e per tutte le persone di buona volontà, se non si estirpa il male che sta manipolando il mondo intero, la guerra in Medio Oriente, Ucraina e Crimea diventerà molto seria e si diffonderà.
Ecco perché Israele potrà finalmente elevare un inno alla pace solo quando sarà libera da politici come Netanyahu.
