Il Paese delle occasioni mancate
Il Mezzogiorno: questo sconosciuto
Come abbiamo speso una montagna di soldi e perso una generazione

GAETANO FIERRO*
C’è qualcosa di profondamente italiano nel nostro modo di affrontare i problemi: aspettiamo l’emergenza, stacchiamo un assegno gigantesco, organizziamo conferenze stampa trionfali e poi ci stupiamo che il problema sia ancora lì.
Un terremoto? Arrivano i fondi.
Una crisi economica? Arrivano i fondi.
Una pandemia? Arrivano i fondi.
Un’alluvione? Arrivano i fondi.
Sembra quasi che abbiamo scambiato l’arrivo dei soldi per la soluzione dei problemi. Eppure il denaro, da solo, non costruisce il futuro. Al massimo crea un’opportunità. È ciò che fai dopo che determina il risultato.
Prendiamo il Superbonus.
Una misura che ha mobilitato risorse enormi. Facciate rifatte, cappotti termici, infissi nuovi, ponteggi ovunque.
Tutto legittimo, per carità.
Ma una domanda continua a bussare alla porta della realtà.
Se viviamo in uno dei Paesi più sismici d’Europa, era davvero questa la priorità assoluta? Perché una casa
che consuma meno energia è certamente una buona notizia.

Una casa che non crolla addosso ai suoi abitanti durante un terremoto è una notizia ancora migliore.
Eppure milioni di italiani continuano a vivere in edifici che non hanno mai ricevuto adeguamenti antisismici significativi.
Nel Mezzogiorno, in particolare, interi territori convivono da decenni con fragilità strutturali note a tutti. Non serve essere ingegneri.
Basta possedere una memoria.
Tre treni carichi di soldi – La storia recente del Mezzogiorno può essere raccontata attraverso tre grandi treni.
Il primo passò nel 1980. Si chiamava ricostruzione post terremoto. Il secondo è passato pochi anni fa. Si chiamava Superbonus. Il terzo sta passando proprio adesso. Si chiama PNRR.
Tre stagioni diverse. Tre contesti diversi. Tre montagne di denaro pubblico. Tre occasioni straordinarie.
Ogni volta abbiamo sentito parole come svolta, rinascita, ripartenza, rilancio. Ogni volta ci è stato spiegato che nulla sarebbe stato più come prima.
Eppure, dopo oltre quarant’anni, il Sud continua a perdere popolazione, imprese e giovani. Questo non significa che non sia stato fatto nulla.
Significa però che qualcosa di fondamentale non ha funzionato. Perché il problema non è quanti soldi siano arrivati.
Il problema è cosa sia rimasto dopo il loro passaggio. Un territorio cambia quando si costruiscono infrastrutture, opportunità, lavoro qualificato, ricerca, innovazione e condizioni favorevoli per chi vuole restare.
Altrimenti il denaro passa. I problemi restano.
Il Sud fuori dai radar – La questione meridionale non è stata risolta. È stata semplicemente rimossa dal centro
del dibattito. Come quei mobili che non si buttano via ma si spostano in cantina per non vederli. Eppure il Mezzogiorno è una delle aree più strategiche d’Europa. È al centro del Mediterraneo.
Possiede un patrimonio storico, artistico, culturale, paesaggistico e ambientale straordinario. Dispone di porti, università, competenze e risorse che potrebbero trasformarlo in una piattaforma di sviluppo per l’intero Paese. Invece continuiamo a parlarne quasi esclusivamente quando emerge un problema.
Come se il Sud fosse una questione sociale da gestire e non una risorsa nazionale da valorizzare. Il punto è che una nazione seria non investe in un territorio perché è in difficoltà. Investe in un territorio perché ne riconosce il valore strategico.
E forse è proprio questa la differenza tra una visione e una toppa.
La fuga che racconta tutto – C’è un dato che dovrebbe togliere il sonno a qualunque classe dirigente. Sempre più giovani laureati del Sud non vedono più il Nord come la destinazione naturale del proprio percorso.
Questo è il vero fatto nuovo. Per decenni la geografia delle opportunità era semplice. Si partiva da Napoli, Bari, Palermo o Reggio Calabria e si cercava fortuna a Milano, Torino o Bologna. Era una migrazione dolorosa ma interna allo stesso progetto nazionale.
Oggi qualcosa si è rotto. Molti giovani osservano il Nord e vedono affitti elevati, salari non sempre adeguati, precarietà e difficoltà crescenti. Così il ragionamento diventa spietatamente razionale. Se devo lasciare casa, famiglia e amici, tanto vale andare dove le opportunità sono realmente maggiori. E allora Berlino sostituisce Milano. Londra sostituisce Torino.
Amsterdam sostituisce Bologna. La vera emergenza non è la partenza. La vera emergenza è la perdita di fiducia.
Quando una parte crescente dei giovani più qualificati non vede il proprio futuro né nel Mezzogiorno né nel resto del Paese, il problema non riguarda quei ragazzi.
Riguarda l’Italia.
La leggenda dei miliardi – Ogni stagione politica produce le proprie narrazioni. Alcune resistono alla prova dei fatti.
Altre molto meno. Negli ultimi anni si è spesso raccontato che i fondi del PNRR sarebbero stati il risultato delle straordinarie capacità negoziali di questo o quel leader politico. La realtà è più semplice e meno romantica. Le quote assegnate ai Paesi europei sono state determinate attraverso criteri e parametri stabiliti a livello comunitario.
Popolazione, Pil pro capite, indicatori economici, dati oggettivi. Questo non significa negare il ruolo della politica.
Significa ricordare che una democrazia matura dovrebbe fondarsi sui fatti prima che sulle tifoserie.
Perché il punto non è attribuire medaglie. Il punto è chiedersi che cosa siamo stati capaci di fare con quelle risorse.
Ed è qui che il dibattito si fa improvvisamente molto più interessante. Se sommiamo le risorse straordinarie che hanno attraversato il Mezzogiorno negli ultimi quarant’anni, il risultato è quasi vertiginoso. Eppure la domanda resta lì, ostinata.
Come è possibile che, dopo un fiume di denaro così imponente, continuiamo a parlare di fuga dei giovani, spopolamento e carenza di opportunità?
Non perché nulla sia stato fatto. Sarebbe falso dirlo. Ma perché troppo spesso abbiamo distribuito risorse senza costruire una direzione. Abbiamo finanziato interventi.
Molto meno un progetto di futuro.
Il Paese che confonde i mezzi con i fini – Forse il nostro errore più grande è proprio questo. Confondere i mezzi con i risultati. I soldi sono un mezzo. Non un risultato. I fondi europei sono un mezzo. Non un risultato. Un bonus è un mezzo.
Non una strategia. Una spesa pubblica è un mezzo. Non uno sviluppo. Una conferenza stampa è un mezzo.
Non una politica industriale. Negli ultimi decenni abbiamo celebrato l’arrivo delle risorse come se il traguardo coincidesse con il finanziamento. Ma il finanziamento è soltanto il punto di partenza.
La vera domanda è sempre la stessa. Quale trasformazione concreta ha prodotto? Perché una classe dirigente si misura su ciò che lascia, non su ciò che annuncia.
La domanda che nessuno vuole sentire. Forse il vero problema italiano non è mai stata la mancanza di soldi. Forse è stata la mancanza di una visione. Abbiamo avuto fondi straordinari. Abbiamo avuto occasioni irripetibili. Abbiamo avuto risorse che intere generazioni prima di noi non hanno mai nemmeno immaginato. Eppure continuiamo a osservare gli stessi fenomeni: fuga dei giovani, spopolamento, declino demografico e occasioni perdute.
La domanda allora diventa inevitabile. Come è possibile che una terra collocata al centro del Mediterraneo, dotata di un patrimonio unico al mondo e sostenuta per decenni da enormi investimenti pubblici, continui a esportare i suoi figli migliori?
Forse perché il problema non è mai stato quanti soldi abbiamo avuto. Forse il problema è che non abbiamo mai deciso davvero cosa volevamo diventare.
E quando un Paese smette di progettare il proprio futuro, i miliardi possono arrivare, passare e perfino essere spesi.
Ma resteranno soltanto numeri. Perché il vero sviluppo non nasce dai fondi. Nasce da una visione.
E una visione, purtroppo, non si può finanziare con nessun bonus.
*Politologo – già Sindaco Potenza
