Il piacere del testo “Il vuoto non significa niente”
di Stefano Cazzato

Il piacere del testo rubrica a cura di Stefano Cazzato
Con questo libro catalogo veniamo velocemente catapultati in una stagione ricchissima della creatività italiana, in cui si incrociano orientamenti concettuali, avanguardie, esperienze situazioniste, e in cui la sfida non è solo pittorica e figurativa, ma visiva e globale, capace di coinvolgere nell’urgenza del cambiamento linguaggi, mezzi, tecniche, codici diversi.
A quella stagione appartiene Emilio Prini, uno dei protagonisti più brillanti e radicali dell’arte povera, artista forse non notissimo al grande pubblico ma in contatto con gli esponenti della nuova sensibilità tra cui Gino De Dominicis e Mario Merz.
Ed è stata proprio la fondazione Merz, in collaborazione con l’archivio Prini, a realizzare nel 2019 una mostra di cui questo volume raccoglie opere esposte e immagini dell’allestimento.
Abbiamo quindi un resoconto complessivo del lavoro di Prini, artista operante nella seconda del XX secolo, tendenzialmente restio a sovraesporsi, se non addirittura orientato a nascondersi, incline non solo a smaterializzare l’opera d’arte (“un artista che si muove nel vuoto”, ha scritto di lui Germano Celant) ma anche, in un certo senso, a smaterializzarsi.
Un’ implicazione politica molte forte del suo lavoro, come emerge da queste pagine, sta nella critica della mercificazione dell’arte, della quale parte integrante è l’autopromozione dell’artista che si rende continuamente visibile, organizza mostre e performance, realizza libri, rilascia interviste, dissemina insomma la scena con i segni della sua presenza narcisistica.
Togliere, fino a negare a volte l’autorialità, è invece l’obiettivo di Prini, e la sua, come scrive Hans Ulrich Obrist, è un’estetica della sottrazione come attesta la mostra del 2008 “La Pimpa e il vuoto” dove gli spazi della Galleria Giorgio Persano di Torino sono riempiti soltanto, per così dire, dai fotogrammi del fumetto di Altan cui è stato sottratto, appunto, l’elemento essenziale cioè il colore fino a creare un vuoto.
Forse un vuoto che vuole invitare lo spettatore a farsi parte attiva del processo artistico, contribuendo tramite l’interpretazione alla sua costruzione che resta tuttavia fugace e aleatoria e quasi vocata alla dissoluzione.
Certo un’arte più democratica che non vuole dire e fondare perentoriamente il senso ma creare le condizioni del dire, offrire e dare la parola. “La galleria vuota – dice Prini in un’intervista qui riproposta – non significa niente”.
Il libro, oltre all’introduzione di Beatrice Merz, contiene saggi, ricordi, interviste, l’elenco delle mostre e la bibliografia.

(a cura di Beatrice Merz), Emilio Prini, doppia edizione italiana e inglese, Hopefulmonster, 2025, pp. 266, euro 35.00
