14 Luglio 2024

L’Angolo Letterario di Alfonso Fortunato

Come una furia, appoggiandosi a un grosso bastone, Francesco si era avvicinato alla casa di zi Peppe. Prima di bussare alla porta, infilandosi la camicia nei pantaloni era scappata la prima bestemmia; aveva continuato maledicendo l’unico suo figlio Giuseppe, arrivato in tarda età.

Persona tarchiata, senza capelli e vicino agli ottant’anni, portava sempre una coppola in testa. Tra i tanti possedimenti, aveva un terreno giusto a confine con Pietro, padre di Emma.

Tutti i santi giorni il figlio, non più giovane, portava al pascolo il gregge.

Quella mattina, Giuseppe si era appartato proprio con Emma, la sua ultima fiamma, nel vicino boschetto, e, travolto dalla ardente passione, si era dimenticato delle pecore.

<<Quando ci sposiamo?>> gli aveva chiesto, all’improvviso la giovane.

L’uomo colto alla sprovvista aveva recuperato la parola dopo essersi passata più volte la mano sulla fronte.

<<Che bella sorpresa che mi stai facendo!?>>

La domanda gli procurava un fastidio quasi a limite del dolore fisico. Per lui il matrimonio era l’ultima spiaggia, non aveva tempo per queste cose: la famiglia, i figli. Infatti, alternava ad Emma sempre nuove compagnie femminili, che erano motivo di continui litigi con la sua fidanzata.

Le ragazze del paese facevano a gara per accaparrarsi quel buon partito. Alto, robusto e di bell’aspetto, aveva modi gentili che attiravano le donne. Se fosse stato per lui, avrebbe saltato di fiore in fiore tutta la vita. Distratto dalla domanda di Emma, aveva lasciato libero il gregge di fare danni nel podere di Pietro. Le pecore in poco tempo avevano divorato i teneri germogli di grano appena spuntati, per tutto il campo.

Le urla in lontananza avevano fatto sobbalzare d’istinto Emma.

“Oddio,… Papà!”

La giovane, nascondendosi tra la folta vegetazione, si era rivestita in tutta fretta.

<<Disgraziato!…cretino, ti ammazzo, Giuseppe dove sei?>> continuava a gridare l’anziano, che avviatosi verso il boschetto, paonazzo di rabbia, brandiva il bastone nell’aria come una spada. Ma il pastore più lesto di una lepre, dopo aver chiuso le pecore nel recinto, già si trovava lontano dalle sue grosse mani.

Rosso in viso come un peperone, Pietro si era, poi, diretto verso la casa di zi Peppe, per affrontare la questione. Non certo di bell’aspetto, indossava un mantello con il bavero rialzato, cappello fino occhi e due baffi lunghi arricciati all’estremità.

Intanto, Francesco, che aveva assistito alla scena da lontano, cercava frettolosamente di spiegare il fatto al mago, informandolo anche di suo figlio e di Emma. Sapendo che il suo vicino, irascibile e facile alle mani, avrebbe risolto la questione a modo suo, lo pregava di intervenire per placare gli animi.

Proprio in quell’istante, Pietro entrava in casa urlando e con in mano una mazza: <<Non c’è riparo a tutti i danni… non c’è riparo!…>>

Così dicendo, aveva alzato il bastone, per assestare il primo colpo.

Ma si era fermato in tempo, anche grazie al provvidenziale intervento di zi Peppe che facendo scudo con il suo corpo lo redarguiva a voce alta: <<In casa mia alzi la mazza? Ma sei scemo!>>

Nel frattempo, Francesco si era immediatamente allontanato, stringendo tra le mani un grosso bastone per difendersi dall’attacco del suo avversario: conscio che sarebbe bastato un gesto, una mezza parola per scatenare un putiferio.

Aveva dovuto sudare sette camicie per calmarlo, zi Peppe, ripetendogli severamente: <<Minacciare una persona anziana, in casa mia >>.

Pietro mal volentieri taceva, e forzatamente aveva accettato il risarcimento. Di modi spiccioli, ma non cattivo, si era accontentato di cinque agnelli, ottenendo la garanzia che non avrebbe mai più pascolato da quelle parti.

Intanto, Giuseppe, assorto nei suoi pensieri, contemplava il profilo della chiesa. Gli sembrava che il campanile si estendesse per slanciarsi verso l’alto e spiccare il volo. Si domandava tra sé: <<Una moglie… Maritarsi!… Perché?>>

I tremanti rintocchi della campana che batteva l’ora del vespro, lo riportavano alla realtà. Bisognava ritornare a casa.

La madre Teresa, piangendo ed implorando perdono al marito, era riuscita ad evitare il peggio per suo figlio.

Finalmente, si era deciso a rincasare. Per evitare la madre, girava svelto attorno alle aiuole dietro casa, tentando di entrare da una porta secondaria. Ma lei era lì, già appostata da tempo. Scura in viso, con aria minacciosa e scrutandolo attentamente aveva stizzosamente domandato: <<Cosa hai combinato con Emma?>>

Non ricevendo risposta, entrambi si erano guardati in silenzio, perché la parola non è il solo modo di interloquire tra una madre e il figlio; le guance di Giuseppe erano diventate rosse e gli occhi rivelavano qualcosa di impuro che la bocca non poteva dire. La donna si era coperta il viso con le mani, come se si fosse pentita della rabbia ostentata; poi, illuminando il suo volto con un sorriso aveva detto:<< Forse, faremmo meglio ad entrare in casa>> – aggiungendo – << E domani… vai da Zi Peppe>>.

Trovare Emma in casa del mago, era stata una sorpresa, per il fidanzato; avvicinandosi l’aveva salutata con un sorriso dubbioso.

<<Allora, che progetti hai, giovanotto!?>> aveva chiesto severo zi Peppe. Ma l’attenzione di Giuseppe era attratta dalle mani della morosa che, allargando le dita, le faceva scivolare su tutta la pancia, come a dire: <<Guarda, sono incinta!>>.

Osservandola bene, gli sembrava già più tonda in faccia. A quella vista, l’uomo si era subito rassegnato. Era tutto finito, sembrava un assedio senza alcuna possibilità di difendersi. Doveva abbandonare la bella vita. Sbarrava gli occhi, cosciente di quello che lo circondava. Non gli sfuggiva neanche il fastidioso inconveniente che non sarebbe stato facile sopportare il carattere del suo futuro suocero.

Le nozze erano state celebrate dal parroco del paese e allietate dalla presenza di tante persone che avevano festeggiato gli sposi con musiche e balli fino a tarda a notte. Il matrimonio tra i loro figli aveva posto fine anche ai dissidi dei due vicini, che avevano alzato più volte i bicchieri per brindare all’arrivo del futuro erede.

Passati i primi tre mesi, Giuseppe chiedeva dubbioso alla moglie: <<Ma la pancia non cresce!?>>.

Seccata e alterata, gli rispondeva: <<È una gravidanza isterica, ha detto zi Peppe>>.

1 thought on “IL DANNO

  1. Ho letto,con piacere rilassante, il racconto “Il danno” di Fortunato.
    La stesura è breve,ma corretta e scorrevole.
    I personaggi sono presentati in modo lineare,ma bene articolati.
    Il racconto si sviluppa in un ambiente rurale.

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