2 Marzo 2024

Simboli e ricordi dell’Olocausto. A Carnate, il biglietto lanciato dal treno dei deportati.

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Rubrica: di Mario Fortunato da «Cronista di Strada» del 26 gennaio 2023

I luoghi, i personaggi, la storia

Nella giornata che ricorda l’immane tragedia del Novecento, ci piace far rivivere il foglietto sgualcito, scritto a matita, e lanciato da un deportato sui binari della linea ferroviaria Monza-Carnate. Poche parole indirizzate a un amico, intrise di amore per la moglie e di speranza per un mondo che non poteva chinare la testa verso la tirannia.

La vicenda è riportata nel volume di Carlo Perego ‘Te se regòrdet i temp indrè… a Carnà’, che, a sua volta, l’aveva tratta dal libro ‘L’orto di Monsignore’ di Pietro Arienti, ispirato al diario di Leonida Perego, antifascista di Seregno, arrestato il 19 agosto 1944 e deportato in Germania.

Il volume contiene una sessantina di racconti: per la maggior parte riferiti al ventennio fascista, alla Seconda Guerra Mondiale e al dopoguerra.

Nel capitolo che ha per titolo ‘Il Treno’ viene riportato l’episodio che avrebbe coinvolto anche due ragazzi di Carnate: Mario e Aldo. Il primo era il figlio del casellante che aveva in custodia il vecchio passaggio a livello (lato Resegone), sostituito dal sovrappasso di via Matteotti; il secondo, suo amico per la pelle. Entrambi diciassettenni, non ancora chiamati al servizi di leva, venivano utilizzati per effettuare la vigilanza nelle stazioni. Il controllo alla linea ferroviaria era stato istituito dal regime per paura di sabotaggi.

Il convoglio merci sul quale viaggiava Leonida – strapieno di prigionieri diretti ai lager tedeschi – era partito dal binario 21 della stazione Centrale di Milano, l’11 giugno 1944. Percorreva la tratta Monza-Usmate/Carnate-Ponte San Pietro, Bergamo, per poi innestarsi sulla linea diretta Brescia-Verona-Trento-Bolzano. Un itinerario anomalo scelto, presumibilmente, per evitare i frequenti bombardamenti degli alleati sulle linee ferroviarie principali.

Il racconto

“I due giovani stavano passeggiando stancamente lungo i marciapiedi della stazione, quando sentirono il fischio di una locomotiva 625, che trascinava una lunga fila di vagoni merci, proveniente da Milano. Che si trattasse di un treno anomalo lo capirono subito, vedendo a fianco del macchinista due SS. Quasi istintivamente Mario e Aldo si portarono all’estremità opposta della ferrovia rispetto alla stazione, al di là dell’ultimo binario. In prossimità della stazione il treno cambiò direzione andando proprio a sistemarsi su tale binario, quello appunto dei treni da e per Bergamo. Giunto in stazione il treno si fermò e subito saltarono dai vagoni dei soldati tedeschi armati fino ai denti, che con modi bruschi intimarono al personale della ferrovia, che si stava dirigendo verso il treno per le formalità dei documenti di viaggio, di allontanarsi. Ma non si avvidero di Mario e Aldo che stavano dalla parte opposta. Il treno rimase fermo per lungo tempo, forse una mezz’ora, per permettere ad un treno proveniente dalla direzione opposta di liberare la linea. Mario e Aldo capirono subito che si trattava di un trasporto di prigionieri. Lo capirono dalle voci che si levavano da dentro. Il treno era partito da poco da Milano e questa lunga odissea era appena cominciata. Pur facendo molto caldo, non si levavano ancora lamenti per la sete: cosa che sarebbe sicuramente successa di lì a qualche ora. Ma sentirono dei sussurri che non riuscirono a comprendere. Videro però cadere da uno dei finestrini sigillati col filo spinato un biglietto scritto a mano. Si guardarono preoccupati: avvicinarsi per raccoglierlo era troppo pericoloso. Le SS non scherzavano e non gli avrebbero risparmiato una raffica di mitra. Per cui se ne stettero immobili dove erano infrattati, per tutto il tempo che il treno rimase in stazione. Ma non appena il treno partì e fu a debita distanza, tornarono al binario e raccolsero un foglietto stropicciato, scritto a matita.

Era indirizzato a tale Cecco di un paese vicino: “Caro Cecco, spero che questa mia ti verrà recapitata per la gentilezza di qualche buona persona. Passo di qui unitamente ad altri sventurati trasportati in Germania per ordine del Comando tedesco che ha trovato nella Repubblica la fredda esecutrice di tale ordine”. (La RSI, Repubblica Sociale Italiana, o di Salò, lo stato fantoccio istituito dopo l’8 settembre 1943, nel nord Italia, dagli occupanti nazisti e retto da Benito Mussolini). “Spero che questa tragedia volga ad una fine prossima, tuttavia se hai occasione di vedere mia moglie esortala anche tu a sopportare questa terribile prova e falle coraggio. Salutami i tuoi cari e gli amici che ti chiedono di me… La nostra destinazione è Hannover. In questo convoglio prigione, ogni classe intellettuale è largamente rappresentata: avvocati, medici, ingegneri, studenti”.

I due giovani, appena gli fu possibile, si recarono di corsa in bicicletta dal destinatario per consegnargli il biglietto.

Dai Diari pubblicati da Pietro Arienti si legge che i deportati cercarono di lasciare qualche notizia alle loro famiglie lanciando dei biglietti nelle stazioni in cui il treno si fermava. Leonida Perego nella tratta da Monza a Carnate ne lanciò tre: tutti recapitati alla moglie Lucia. Prigioniero in Germania dal 1944 al 1945, riuscì a riabbracciare i propri cari. Purtroppo, non fu così per i 6 milioni di ebrei trucidati nei lager nazisti.

Ecco, mi piace pensare che la gentilezza di qualche persona buona sia stata quella di qualche carnatese”, auspica l’autore a conclusione del racconto che ci ha fatto conoscere la vicenda.

Per fortuna sono tante le persone che, a rischio della propria vita, hanno aperto il cuore e le porte delle proprie case per aiutare le persone perseguitate. Ma sono state troppe anche quelle che non hanno mosso un dito, girandosi, addirittura, dall’altra parte.

Un simile orrore, che ha macchiato per sempre l’intera umanità, avrebbe dovuto far riflettere e servire come antidoto alle prepotenze e alle brutalità che sciaguratamente continuano a insanguinare il Mondo.

Parafrasando il pensiero di un noto filosofo e politico del Novecento, si può concludere che dal passato giungono tanti insegnamenti, ma sono poche o sorde le orecchie disposte ad ascoltare.

L’illusione è la gramigna più tenace della coscienza collettiva: la storia insegna, ma non ha scolari” (Antonio Gramsci).

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