4 Marzo 2024

Rubrica: “Meridione: terra di eroi o sognatori …a cura di Francesco Sampogna

Da un intervista di Vincenzo Morettivincenzomoretti.nova100.ilsole24ore

Cara Irene, Filippo Ettorre ha 34 anni, è sposato con Stefania, è padre di Margherita e la prima volta che ho pensato di raccontarlo è stata la scorsa estate a mare. In realtà non sono sicuro che “pensare” sia il verbo giusto, forse quella prima volta è stata più una sensazione, alla fine le nostre erano solo chiacchiere da aperitivo insieme a Patrizio e Luca. Ecco, adesso che ci ripenso direi che la sensazione è diventata un pensiero compiuto quando ho saputo che aveva fondato Margris, tra un poco ce lo facciamo raccontare per bene da lui di cosa si tratta e il perché. Come mi accade spesso il pensiero se ne è stato lì ancora un po’ prima che gli dicessi della mia intenzione, fino a qualche giorno fa, quando gli ho parlato e gli ho chiesto se aveva voglia di venirmi a trovare a casa per raccontarmi la sua storia. È venuto ieri, appena è entrato ha fatto un commento simpatico sulla piccola calamita azzurra con su scritto “Lavorobenfatto Casa, Cinzia e Vincenzo” che ho attaccato sulla cassetta della posta e così io, che già stavo contento, sono stato più contento ancora. Non ci sta niente da fare amica mia, succede sempre così quando una cosa la fai con gioia. Dove eravamo rimasti? Ah, all’arrivo di Filippo. Bene, mentre lui si toglieva il giaccone, si metteva seduto comodo e tirava fuori dallo zaino il suo Pc io ho preparato la macchinetta con il caffè e l’ho messa sul fuoco, dopo di che ho avviato il programma per la registrazione e gli ho chiesto di cominciare parlandomi delle sue passioni, delle cose che ama e di quelle che invece no.

“Prof., comincio dalle cose facili, dal mio amore per il pallone, per il gioco del calcio. Il pallone è la mania nazionale, mondiale direi, per una piccola comunità come Caselle è anche la principale attrazione. Anche io come tantissimi qui in paese ho giocato, ero un attaccante esterno, mi sono dato da fare fino a quando non mi è saltato un ginocchio. Detto questo, aggiungo che sono un grande tifoso dell’Inter, se volete vi racconto anche perché.”

“Certo, dimmelo, i perché aiutano sempre a conoscere e a capire le cose.”

“Direi per due ragioni fondamentali. La prima è che provengo da una famiglia prettamente interista, è una passione che si tramanda da padre in figlio, diciamo così. La seconda è che quando avevo 9 – 10 anni all’Inter è arrivato il giocatore più forte che io ricordi, Ronaldo il fenomeno. È stato il leader indiscusso della mia generazione, come Alessandro Del Piero per i tifosi juventini.

Ancora alla voce cose facili amo il blu e nero, mi vesto quasi sempre così, i miei amici a volte mi prendono in giro per questo. Un’altra mia grande passione sono i salumi, davanti ai salumi non ho freni, perdo le staffe.”

“Bella questa. Hai una preferenza particolare?”

“Forse la pancetta. È quella che mi piace di più. A parte questo sono un grandissimo appassionato di tecnologia, da sempre.”

“Cosa intendi dire con da sempre?”

“Vedete, la mia è stata una generazione di transizione, abbiamo vissuto i primi 14 anni senza telefono mobile, senza smartphone, senza internet. Per quanto mi riguarda, non appena tutte queste cose sono entrate nella mia vita mi sono subito appassionato. Oggi il mio Pc me lo assemblo da solo, cambio tranquillamente i componenti o per ripare un guasto o per potenziarlo, insomma sono capace di fare parecchie cose e di risolvere in autonomia molti problemi, sia per quanto riguarda l’hardware che il software. Me la cavo anche con il web, anche il sito di Margris l’ho realizzato io, e quando sento persone che, come avete fatto voi prima, dicono che è bello, è una soddisfazione. Ah, da un po’ di tempo leggo di più, libri soprattutto, ho finalmente capito che anche questo è un modo per migliorare da molti punti di vista. Un’altra cosa che mi piace, avendo vissuto le squadre, gli spogliatoi, è fare gruppo, stare insieme. Ho sempre cercato di essere un amico sincero, una persona disponibile, di cui fidarsi. Se una persona mi chiama è molto difficile che risponda con un no.

Più in generale posso dire che sono una persona schietta, leale, che dice sempre le cose in faccia. Come si dice qui da noi ‘tengo ‘a lengua longa’, ho la lingua lunga. Lo so, può essere considerato un pregio ma anche un problema, un difetto, ma io sono così, se una cosa non mi sta bene la devo dire, è più forte di me.”

A questo punto il gorgoglio della macchinetta sul fuoco mi ha avvisato che il caffè era uscito e così ho fermato Filippo e ho fatto quello che dovevo fare fino a quando sono arrivato allo zucchero. Eh sì, perché quando ho trovato lo zucchero ho trovato anche un altro barattolo con il caffè, che a occhio mi è sembrato più nuovo e più bello di quello che avevo usato e che stava in un’altra parte del mobile da cucina. Così ho assaggiato un chiacchiaino di caffè dalla mia tazza e ho buttato tutto. Dopo di che ho pulito e ricaricato la macchinetta con il caffè nuovo, e l’ho rimesso sul fuoco. Ti prego cara Irene non dire niente, che già da solo mi sono mortificato.

“Possiamo andare avanti Filippo, scusami, ancora 5 minuti e finalmente ce lo prendiamo questo benedetto caffè.”

“Non c’è nessun problema. Dunque, passando alle cose che non sopporto, che non reggo, direi che hanno a che fare principalmente con la mia sincerità. Vedete, io sono una persona che non sa dire bugie,  in pratica di fronte alle falsità mi ribello, sento la necessità di far venire fuori la verità, di mettere in chiaro come stanno realmente le cose. Magari capita che sono eccessivo, anche mia moglie mi rimprovera su questo aspetto, ma è come se dovessi far capire alle persone che sbagliano. Non so bene da cosa dipende, un poco è una questione di carattere, un poco di più una questione di educazione familiare, mia madre per esempio è così. In più non amo fare le cose per quieto vivere, non mi piace assecondare, se una cosa secondo me non va, lo devo dire. L’apparenza, la finzione, l’ipocrisia, mi fa stare a disagio, la soffro, non so se mi spiego.”

“Ti spieghi. Senti, ho un’altra cosa da chiederti prima di passare oltre. La scorsa estate sono stato colpito dalla tua voglia di migliorarti, di crescere, di avere un tuo percorso. Ecco, da cosa nasce questa tua voglia così forte di metterti in gioco.”

“Vedete, io vengo da una famiglia di operai, e pure io lo sono stato per molti anni, e però se voi mi volete fare indossare una maglia marrone che a me non piace io non me la metto. Non so se è chiaro quello che intendo dire, essere operaio significa obbedire a delle direttive, fare quello che ti è stato detto di fare, è anche giusto che sia così, ma non è la vita che fa per me. Così a un certo punto mi sono detto ‘ma perché non posso fare anche io qualcosa di mio, qualcosa con cui mi possa misurare in prima persona?’

Ecco, direi che la scintilla è stata questa, la voglia di non stare più sotto a nessuno, di fare qualcosa per conto mio, di essere padrone di me stesso e del mio futuro. Da qui nasce la determinazione che avete visto voi, nonostante le tante difficoltà, le fragilità e le incertezze, che ci sono. Quella che ho fatto io non è stata una scelta facile, innanzitutto per me stesso. Come sapete lavoravo alla Confort Shoes, proprietaria del marchio Patrizio Dolci. È un’azienda importante, di proprietà della famiglia di mia moglie, compresi gli zii, e per un piccolo paese operaio e contadino come il nostro non è stato facile capire perché me ne sono andato. Non più di tre o quattro persone mi hanno fatto i complimenti per il coraggio che ho avuto, la maggior parte, anche tra gli amici più cari, non mi hanno detto niente, nemmeno una parola e ci sono state persone che mi hanno addirittura tolto il saluto.

Ve lo posso dire? Alla fine penso che stia anche qui la mia sfida, vediamo tra 10 anni se sarò riuscito a fare qualcosa e poi ne riparliamo. Vedete, se chiedete in giro molti vi diranno che sono stato un pazzo, e magari hanno pure ragione, però se non sei un pazzo certe sfide non le puoi vincere, certe cose non le puoi fare. Alla fine anche se sbaglio, voglio sbagliare da solo.”

“Steve Jobs agli studenti di Stanford disse siate affamati, siate folli.”

“Appunto, dopo di che può darsi pure che alla fine dovrò tornare a fare l’operaio, però intanto mi metto in gioco, ci provo, penso sia un mio diritto farlo, penso che tutti abbiamo il diritto di cercare di realizzare almeno un pezzetto dei nostri sogni.”

C’è un’altra cosa che voglio dirvi se posso, riguarda i rapporti con mia moglie e mia figlia.”

“Certo che puoi Filippo, vai.”

“Con mia figlia Margherita adesso ho più tempo e il nostro rapporto è diventato molto più stretto, direi quasi carnale, nel senso bello del termine ovviamente. Sto molto più tempo con mia figlia e per me è bellissimo. Vedete, a differenza di mio padre, che ha lavorato sempre tanto per la famiglia e di conseguenza aveva poco tempo per noi, io con mia figlia vorrei riuscire a esserci il più possibile. Non voglio essere un padre che, anche se per un motivo nobile come il lavoro, non sta mai a casa.

Invece per quanto riguarda mia moglie Stefania dico una cosa sola: se non fosse stata una donna così in gamba e intelligente le scelte che ho fatto non avrei potuto farle. Lei è stata ed è per me uno straordinario punto di riferimento, giocando le ripeto spesso che è stata la mia salvezza, mi ha dato stabilità, maturità, sicurezza. Io ci gioco, ma è la verità.”

Il gorgoglio avverte che il caffè atto secondo è pronto. Questa volta è quella buona. Lo accompagniamo con un biscottino e procediamo.

“Il mio rapporto con il lavoro è cominciato da piccolo. Come diciamo noi governavo, nel senso che me ne prendevo cura, le galline, i conigli e i cani, in particolare quando mamma non c’era. La mattina andavo a scuola, confesso senza un grandissimo profitto, tornavo, mangiavo, alle 15:00 mi occupavo degli animali e intorno alle 16:00 ero in piazza, ai giardinetti, a giocare a pallone.

Questi sono stati i miei primi lavoretti. Verso i 16 – 17 anni ho cominciato a lavorare, d’estate, come cameriere al bar e a guadagnare i miei primi soldi. Ricordo che me li sparavo tutti sulla tecnologia, telefono e altro, come vi ho detto erano già 2 o 3 anni che ero entrato in quel mondo. Ancora adesso appena ho un’opportunità cambio telefono, è un po’ una fissazione.  Sempre d’estate, negli anni successivi ho lavorato anche come montatore di palchi per le manifestazioni. Dopo il diploma ho lavorato come operaio con un idraulico, facevo le tracce sul muro o sui pavimenti, e lì ho capito i lavori di mio padre, che ha fatto l’idraulico, il fabbro, ha lavorato come operaio con un elettricista e tante altre cose.

Nel 2010 sono entrato in fabbrica, ancora non ero neanche fidanzato con Stefania, e ci sono rimasto fino al 2021, 11 anni. Con Stefania nel 2012 ci siamo fidanzati e nel 2015 ci siamo sposati. Tornando al punto, lavoravo sulla manovia, di fianco al montatore.

Anche se tutti parliamo del Made in Italy e diciamo di sapere quanto sia importante per la nostra economia e per il prestigio dell’Italia nel mondo, io solo lavorando in fabbrica ho toccato con mano il suo valore. Le persone, le aziende, tutti impazziscono per il Made in Italy, e anche lì mi è scattata una scintilla e così a fine 2019 …”

“Filippo aspetta, prima di parlare della scintilla mi piacerebbe che tu mi dicessi quali sono le 2 -3 cose, a livello professionale e personale, che porti con te dai tuoi 11 anni in fabbrica.”

“A livello lavorativo direi la cosa che vi ho già detto, la forza e la bellezza del Made in Italy, e l’importanza di lavorare in squadra. È come nel gioco del calcio, il team, la squadra, viene prima di tutto. A livello personale sicuramente l’unità della famiglia e il modo molto bello in cui sono stato accolto nella famiglia.

Come vi ho detto la decisione di lasciare la fabbrica è derivata solo dalla voglia di fare qualcosa di mio, è questa la scintilla che è scoccata a fine 2019 e che si è radicata nel corso della pandemia. Anche l’idea del logo è nata in quel periodo, idea che ho potuto realizzare con l’aiuto di un mio caro amico. A Giugno 2021, quando mi sono sentito pronto, mi sono licenziato dalla fabbrica.

Ho lavorato per quasi un anno e mezzo senza dire niente a nessuno, molti pensavano che me ne stavo a casa senza fare niente ma la realtà era molto diversa. La partita IVA l’ho aperta nel Febbraio 2022 e a Ottobre sono partito. Quando ho inviato a tutte le persone che avevo in rubrica il messaggio con la notizia che era nata Margris, in tanti sono rimasti sorpresi, solo allora hanno scoperto che non me ne ero stato con le mani in mano.”

“Filippo, magari mi sbaglio, ma noto un certo senso di rivalsa nelle tue parole, come se sentissi il bisogno di sottolineare sia le tue capacità che la tua voglia di fare.”

“Non lo so se vi sbagliate. Come vi ho detto vengo da una famiglia operaia, ho fatto l’operaio per 11 anni, e un po’ di paura nel fare questo passo c’è, è inutile negarlo. Però a tutte le persone che pensano che io da solo non posso fare niente, che la mia unica possibilità era quella di lavorare in fabbrica mi sento di rispondere vediamo tra 10 anni che succede, e nel caso ne riparliamo. La possiamo chiamare voglia di rivalsa oppure motivazioni molto forti, vedete voi, però è questo quello che voglio fare, niente altro.”

“Insieme alle motivazioni molto forti, alla tua voglia di essere imprenditore di te stesso, di non stare più sotto a nessuno come hai detto prima con una bella espressione, vorrei che mi dicessi qualche altro perché che ti ha spinto ad avviare questa tua impresa.”

“Un perché è sicuramente Margherita. Tutto quello che sto facendo è dedicato a mia figlia. Il nome, Margris, è nato dall’incrocio tra il modo in cui la chiama nonno Giovanni, Margarì, e il modo in cui la chiamo io in maniera scherzosa, Margis. Voi siete un padre e mi potete capire, per noi genitori il centro del mondo è lei, quindi il nome è dedicato a lei, e anche il nome delle borse che compongono la nostra collezione, che è daisy, in inglese vuol dire margherita.”

“Non hai detto ancora nulla sull’aspetto economico. Quanto è importante in questa tua visione?”

“L’aspetto economico dite. Intanto devo ancora partire bene con l’e-commerce ed è probabile che per pagare le spese della partita iva mi tocca cercarmi qualche lavoretto. Per il resto che vi devo dire, non è che aspiro a diventare un capitalista, voglio semplicemente vivere dignitosamente con una cosa mia, logicamente se entra qualche soldo in più è meglio, però questo è. Naturalmente vuol dire molto il fatto che mia moglie abbia un suo lavoro, che abbiamo una casa nostra, ma di sicuro per me la cosa più importante oggi non è la ricchezza ma la possibilità di fare qualcosa di mio. Anche la tipologia di e-commerce che ho deciso di mettere su testimonia quello che vi sto dicendo.
Abbiamo un solo prodotto in portafoglio, però fatto bene, come Cristo comanda. Un solo prodotto in 6 colorazioni, che molto presto diventeranno 7. Però come vi dicevo è fatto molto bene, tutto Made in Italy, di ottima qualità, realizzato come si deve. Con i colori ho deciso di uscire dalla mia riserva indiana fondata sul blu e sul nero. Ho scelto, anche con l’aiuto di mia moglie, colori vivi, insomma ho voluto che anche questo dei colori fosse un modo per uscire dalla comfort zone, per aprirmi a nuove possibilità.”

“E invece per quanto riguarda il numero perché proprio 6?”

“Per la verità sono fin dal principio 7, 6 subito, con l’avvio dell’e-commerce e il settimo a febbraio.
7 perché è il giorno in cui è nata Margherita, perché nonna Margherita è nata nel mese numero 7, perché anche Margherita la moglie di Jepis è nata il 7. Insomma il 7 nella nostra famiglia è un numero ricorrente, importante.”

Ecco cara Irene, per ora con la storia di Filippo mi fermo qui. Sì, per ora, perché magari ci ritorno su più avanti, magari non tra 10 anni come dice lui. Per me questa storia ha tutte le caratteristiche per non fermarsi qui, dopo di che vediamo che succede.

Con questo ti saluto, spero che la storia ti sia piaciuta, per quanto riguarda me ho molte ragioni per essere contento, compreso il fatto che sono riuscito a salvare il file audio senza cancellarlo. Alla prossima.

Il racconto dell’Italia che dà valore al lavoro. Che innova e compete. Che cerca senso e futuro. Che mette testa, mani e cuore nelle cose che fa. Perché ciò che va quasi bene non va bene.

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