21 Febbraio 2024

Giorno della memoria: Arendt e la banalità del male

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di Stefano Cazzato

Filosofa ebrea tedesca, si occupò soprattutto di filosofia politica cui dedicò varie opere: Sulla violenza, Che cos’è la politica, Le origini del totalitarismo, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme.

All’avvento del nazismo, si rifugiò prima in Francia e poi negli Stati Uniti. Del tutto particolare è la condizione della Arendt nel panorama del ‘900: è una donna in una comunità filosofica di uomini (Husserl, Guardini, Bultmann, Jaspers i suoi maestri; Heidegger, il suo maestro e amante; Benjamin il suo amico negli anni parigini, Anders il suo primo marito, Blucher il suo secondo marito); è un’ebrea in un paese di ariani; è una liberale in un’epoca totalitaria; è una voce critica e pensante (socratica) in un mondo di individui conformisti, incapaci di pensare, passivi, istupiditi dalla propaganda, che hanno subordinato la ragione alla pancia, le virtù agli istinti.

Arendt individua le origini del vero pensare nella filosofia socratica. “Socrate – diceva A.– ci ha insegnato a pensare in due”, alludendo al fatto che con Socrate era nata la pratica del logos e del dialogos.

Il filosofo socratico, come dimostra il mito della caverna, aveva due obiettivi: pensare e comunicare il suo pensiero; trovare la verità e renderla pubblica; capire e trasmettere agli altri ciò che aveva capito. Il primo obiettivo era alla base del secondo, il nous cioè la riflessione era alla base del logos, cioè del discorso.

Capire e far capire: questa è stata la molla della filosofia della A. E siccome il suo tempo è stato quello dell’orrore totalitario e dei campi di sterminio, A. ha cercato soprattutto di capire e far capire quali fossero le cause di questi fenomeni.

La politica è libertà. Ma se questo era vero nel mondo antico, dove politica e libertà coincidevano, non lo è nel mondo moderno dove i regimi totalitari (fascismo, nazismo, stalinismo) hanno reso incompatibili i due termini. Nel mondo moderno, la politica è negazione della libertà, e rischia di diventare anche negazione della vita, dell’umanità e del pianeta, a causa dei mezzi di distruzione di massa di cui si sono dotati gli Stati.

Nello stesso periodo in cui A. scrive questo testo, due altri filosofi scrivono due importanti saggi sulla minaccia dell’atomica, quella già sganciata a Hiroshima, e tutte quelle che potrebbero essere sganciate negli anni successivi. I due saggi sono: “La coscienza al bando. Il carteggio del pilota di Hiroshima Claude Eatherly” di G.Anders e “La questione della bomba atomica e il destino dell’uomo” di K.Jaspers.

Per quanto riguarda il totalitarismo Arendt sostiene che un tempo il peggio che si potesse infliggere a un uomo era l’assassinio. Dopo il genocidio abbiamo capito che anche l’assassinio è un male limitato, che non c’è un limite al peggio, perché mentre l’assassino comune non pretende che la sua vittima non sia mai esistita, i nazisti intendevano letteralmente far sparire le vittime: o uccidendole e cancellando la traccia del loro passaggio sulla terra o tagliandole fuori dal mondo dei vivi: viventi ma già morti per i vivi. L’internato dei campi, anche se vive, non è nessuno, è ridotto a cosa, a numero, a un fantasma, è annullato fisicamente, psicologicamente e moralmente.

Tutto questo i nazisti lo facevano in modo professionale, burocratico, impersonale (per i tanti Eichmann uccidere era un lavoro come un altro), dimenticando di avere di fronte persone, storie, vissuti, uccidevano con la stessa disinvoltura con cui si può schiacciare una zanzara fastidiosa, nella maggior parte dei casi non provando alcun turbamento, rimorso, indecisione, crisi di coscienza, né durante la guerra (mentre facevano i massacri), né durante i processi (mentre venivano giudicati e invitati a pentirsi per i massacri).

Ebbene, questo inferno, questa lucida follia (folle è lo sterminio, lucido il modo industriale e scientifico in cui fu organizzato e portato avanti), non ha paragoni nella storia: è un male assoluto, radicale, che la nostra immaginazione non può immaginare, le nostre parole non possono esprimere, la nostra ragione non può concepire: è una situazione limite che trascende la nostra capacità di comprendere. Eppure, dobbiamo cercare di comprendere, facendo delle ipotesi, abbozzando delle interpretazioni. Comprendere è già un modo di tenere a distanza il male, di difendersene, di evitare che si ripeta.

Nel maggio del 1960 a Buenos Aires i servizi segreti israeliani catturano il criminale nazista Adolf Eichmann. Nove giorni dopo lo conducono a Gerusalemme dove nell’aprile del ’61 inizia il processo che lo vede imputato con 15 capi d’accusa, tra cui crimini contro l’umanità, contro il popolo ebraico e di guerra. Ci saranno 121 udienze. Il presidente della giuria è Landau, il P.M. Hausner, le vittime il popolo d’Israele, il pubblico gli scampati, il difensore Servatius, testimoni i sopravvissuti dei campi, il regista politico del processo il capo d’Israele Ben Gurion, la stampa i giornalisti di tutto il mondo tra cui la A. inviata da un giornale americano.

Eichmann era il responsabile del trasporto e della deportazione degli ebrei nei campi di concentramento e di sterminio. Non aveva ucciso nessuno, ma era il responsabile della morte di milioni di ebrei. Era un alto esponente delle S.S., di cui aveva scalato tutti i gradi, nonostante provenisse da una famiglia popolare e avesse un titolo di studio modesto, diceva di credere in Dio, era un ottimo padre di famiglia. Fu sottoposto a 3 sedute psichiatriche e giudicato normale dagli esperti. Dichiarava di non essere antisemita, e affermò che aveva anche avuto alcuni amici ebrei. Come mai una persona così (banale, comune, uno come tanti, un uomo che non era un mostro, non un sadico, non mentalmente infermo) aveva commesso azioni così mostruose?

Eichmann era forte con i deboli e debole con i forti che ovviamente venerava( i suoi superiori erano Muller, Heydrich, Himmler e Hitler); aveva sostituito la morale kantiana universale e categorica (non uccidere) con la morale del terzo Reich (uccidi se te lo ordina il Furher); la morale kantiana dice “non fare cose che la tua coscienza disapprova”, la morale nazista dice “agisci in modo che Hitler, se conoscesse le tue azioni, le approverebbe”; la morale kantiana dice “non fare agli altri quel che non vuoi sia fatto a te”, la morale nazista afferma il contrario.

Inoltre Eichmann era diligente, conformista, dipendente e gregario; non era stupido ma non aveva idee personali; anche in punto di morte (venne impiccato) non si pentì perché non capiva la gravità del crimine commesso. L’unica sua giustificazione fu che aveva solo obbedito agli ordini e che se non lo avesse fatto la macchina dello sterminio si sarebbe inceppata. Infine si giustificò dicendo che sarebbe stato ucciso se non avesse eseguito gli ordini ma dai documenti del processo di Norimberga risulta che non c’è un solo caso di ufficiale ucciso per omissione o disobbedienza. Al limite si veniva declassati o spostati ad altri incarichi. Prima di essere un uomo Eichmann era un impiegato, un burocrate e come tale voleva essere giudicato. Quando nel 1942, nella conferenza di Wansee, i nazisti decisero in meno di un’ora la soluzione finale, Eichmann così commentò: “A quel punto mi sentì come Ponzio Pilato, cioè libero da ogni colpa. Del resto come potevo io giudicare una tale decisione? Che diritto avevo io di avere idee proprie?”

Un male radicale, tremendo, impensabile, incomprensibile, che non si era mai visto prima, era stato commesso da un individuo così banale e da tanti altri uomini banali come lui: è questo il paradosso che A. ha cercato di spiegare.

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