28 Febbraio 2024

di Pasquale Martucci

Quando il poeta Emilio La Greca Romano, nell’opera: “Monet. Poesia di Sole” (Book Sprint Edizioni, 2023), scrive: Monet, poesia di sole. / Impressione. Nuda parola frantumata. / Schegge di vita sulla tela. / Canto chiaro di colore, dà già l’idea di cosa tratterà questa raccolta di versi dedicata a Claude Monet. Del resto, è la stessa citazione del pittore, contenuta all’inizio della raccolta a definire sia ciò che intendeva rappresentare con la sua arte, sia quello che il poeta vuole proporre per poterla definire e comprendere: “Sono costretto a continue trasformazioni, perché tutto cresce e rinverdisce. A forza di trasformazioni, io seguo la natura senza poterla afferrare e poi questo fiume che scende, risale, un giorno verde, poi giallo, oggi pomeriggio asciutto e domani sarà un torrente”.

Trasformare è il senso delll’arte. Tutto si trasforma e niente è statico, fisso. Come il fiume che scorre, il tutto scorre e non si ferma, non resta immobile. Così è l’opera di Monet, che non riesce ad imprimere sulla tela quello che vede, che cambia e non riesce ad afferrare.
In: “Donne in giardino” si legge: “Vanno nel sole acceso / bella natura e cuor pulsante. / Camille in multiplo moto / fa gioco di donne in giardino. / Svelati amata bellezza toccata / da mutabile luce veniente graduale, / in più posizioni nel verde solare. / Introduzione di stile che migliora”. È il movimento, la luce che muta, posizioni non fisse: ecco quello che La Greca Romano individua. Ed ancora:: “Muove, mia Camille, la veste il vento; / a soffi d’Argenteuil spontaneità semplice tratto. / Linee colore docili a forme da genuflessa postura / nel rovente sole d’estate culminante. / Armonico movimento d’una malinconia / in tepore colore pasta parola cuore. / Muove, trasparente velo, mio amore, il vento” (“Muove, amata mia, bellezza il vento”).

Ed è proprio nell’ambito di queste continue trasformazioni che si inserisce l’arte di Monet.

Per capire la figura di questo artista, è necessario calarla nell’ambiente storico-culturale francese della seconda metà dell’ottocento. In quel periodo, i pittori francesi continuavano a osservare le norme tradizionali, dando vita a immagini uniformi, stereotipate, ripetitive, prive di elementi di interesse. La realtà rappresentata, per Monet, era tuttavia obsoleta e arida, ed allora era opportuno trovare innovazioni che si opponessero all’accademismo per ripristinare il senso del vero, secondo gli orientamenti illuministici.

Il pittore impressionista con il tempo aveva elaborato questa idea: se le nostre percezioni visive avvengono grazie alla luce e ai colori, rielaborate tramite il nostro cervello, occorreva abolire ogni prospettiva geometrica che caratterizzava l’arte del tempo. Rapportandosi alla natura ci si deve abbandonare all’istinto della visione che, quando è immediata, ignora il rilievo e il chiaroscuro degli oggetti. Da qui l’importanza di liberarsi dalla schiavitù del reticolo prospettico, che ferma gli spazi in maniera statica e idealizzata, per cogliere la realtà fenomenica con maggiore spontaneità e freschezza.

Ci venga esperienza puramente visiva di cose, / assuma sguardo naturale scena, / nutra luce e bellezza d’immenso occhi e pensieri, / schiusa di pace al cuore  / d’infinita elevazione e meraviglia, rilevano i versi di La Greca Romano (“Monet, poesia di sole”).

Ma fu solo quando la Francia stava conoscendo uno sviluppo economico e sociale, agli inizi degli anni settanta dell’ottocento, che Monet instaurò un fruttuoso sodalizio con il suo Paese. Dopo essere stato da giovane orientato verso la pittura del paesaggio ed aver praticato il mestiere delle caricature per mantenersi economicamente, aveva abbandonato Parigi per andare in Svizzera, dove conobbe Pissarro e frequentò l’Accademia. Nel 1866 a Champigny-sur-Marne dipingeva direttamente dalla natura; divenne amico di Renoir, Sisley, Bazille, poi Coulbert e Manet. Nel 1871, trovò in un piccolo villaggio sulla riva destra della Senna, Argenteuil, e che Emilio La Greca Romano spesso cita nei suoi versi, molti motivi che lo ispirarono per esprimere pienamente la sua concezione dell’arte: il suo tocco si fece più mobile e vibrante, congeniale per una resa più veritiera della luce e degli effetti cromatici che da essa derivano. Nei suoi quadri, se la natura si offre in maniera immediata agli occhi di chi osserva, registrando in maniera oggettiva tutti i dettagli sui quali ci soffermiamo, è il nostro intelletto che scarta il superfluo e tiene solo l’essenziale. Il suo stile non è liscio e attento ai dettagli, ma si caratterizza per una pittura priva di forma disegnativa e finalizzata con la sua indefinitezza a cogliere l’impressione pura. Tenendo conto dell’affermazione della fotografia, che produceva immagini impeccabili per la loro precisione, il pittore poté legittimare le proprie opere, interessate a cogliere l’impressione che determinati dati oggettivi suscitavano nella sua soggettività.

Il pensiero di Monet è esplicitato dal nostro poeta: Entro impressione di paesaggio / nostro tratto veloce di natura. / Nei puri toni venuti alla tela / con danza di pennello (“Nel giardino di Hoschedé a Montgeron”).

Monet suggella il definitivo trionfo pittorico del colore e della luce, avvalendosi delle ricerche scientifiche nel campo della cromatica. I tre colori a cui sono sensibili i coni dell’occhio umano, ovvero il rosso, il verde e il blu, se combinati in quantità equilibrate danno vita a un fascio luminoso bianco. È per questo motivo che, sovrapponendo gradualmente più colori diversi, questi perderanno gradualmente la loro luminosità, fino a degradare nel nero. Da queste ricerche Monet arrivò a teorizzare l’esistenza delle “ombre colorate”, proprio perché le tinte in un dipinto subiscono l’influenza di quelle vicine seguendo concatenamenti continui. Egli utilizzò colori puri, evitando di contaminarli con i chiaroscuri artificiali giungendo a dissolvere i colori in una luce intensissima, quasi abbagliante. In: Voglio dipingere l’aria  / intorno al ponte,  / alla casa, alla barca.  / La bellezza dell’aria così,  / dov’è, nient’altro che impossibile, Emilio La Greca Romano ne esalta l’idea (“Cromie di stagioni”).

Monet non dipingeva nel chiuso degli atelier ma all’aria aperta, immergendosi nella vegetazione di un boschetto o nella folla brulicante di un boulevard parigino e subendone direttamente l’influsso. La natura venne assunta da Monet come punto di partenza per decodificare la realtà: all’epoca si trattava di un approccio del tutto innovativo. Questa pratica lo obbligava a una rapidità d’esecuzione che doveva cogliere le impressioni fuggevolissime e irripetibili. Per lui la realtà è un flusso perenne dove tutto si anima in “un incessante e fantastico divenire” senza fermarsi ad uno “stato definitivo e acquisito”: il compito del pittore è quello di cogliere con il suo pennello l’attimo fuggente, quel momento transeunte che passa e non torna più. Da qui nasce l’ammirazione di Monet per i soggetti perennemente in movimento, come gli specchi d’acqua, che a seconda delle condizioni del colore, della luce, dei riflessi sovrastanti e della disposizione delle increspature forniscono stimoli pittorici inesauribili.

Ora qualche notazione sul lavoro contenuto in questa raccolta.

La Greca Romano manifesta una grande attrazione per questo pittore, cui dedica l’intero volume. Si tratta dell’incontro di un poeta, anch’egli artista e dedito all’arte pittorica, con un pittore che introdusse temi particolarmente innovativi per la sua epoca, che ha segnato una svolta determinante rispetto alle tecniche che allora erano consolidate.

Scrive La Greca Romano: Impressionismo ha occhio / di modernità, / guarda pura ecologia.  / Immersione natura, / totale abbandono. / Monet rifugge al moderno, respira aria ideale di Giverny, / ritrovo d’utopistico amore natura (“Pittura “en plainair””).

Sono tanti gli esempi anche di spiegazione del senso artistico delle opere di Monet, che lascio al lettore trovare tra le pieghe del volume.

Faccio una conclusiva considerazione. Quello di La Greca Romano è certamente un lavoro di grande sensibilità che proietta attraverso l’elaborazione del pensiero verso una forma artistica che è d’impatto immediato. Come sosteneva Monet, in breve tempo occorre cogliere gli aspetti provenienti dall’esterno per imprimerli su tela. Ed allora occorre avere una sensibilità per andare oltre e cercare di cogliere il senso di un lavoro soggettivo e legato alla percezione del momento, che solo un poeta può fare, attraverso versi in grado di rendere ancora più emozionali i sentimenti e le manifestazioni che erano solo dell’artista. Nei versi: A soggetto di colori / ora motivo soltanto. / E’ fatta rivoluzione  / d’abolizione del soggetto denudato (“Pittura come soggetto”), permette di compere una ulteriore riflessione sull’arte impressionistica. Ed ancora: Donne,  / or si venute danzante bellezza pensiero  / nel vento sottile parlante, / in giardino hanno traccia / d’ impressionismo,  / già tutti cardini nuovi, / prima schiusa ridente di primavera (“Donne in giardino”).

Emilio La Greca Romano dunque mostra una particolare sensibilità per parlare della natura e di tutte le sue forme, e mi consente una considerazione: si tratta di un poeta impressionista, che coglie gli aspetti di un dipinto rapidamente e li trasferisce su un foglio, che poi è la stessa cosa di ciò che si fa su tela. Invece di osservare la realtà, si tratta di far affiorare dalla tela la vita vissuta, una veloce trasposizione, una osservazione che offre spunti e manifestazioni della bellezza della natura.

Questa raccolta sugella anche la poesia di La Greca Romano, che in precedenti occasioni ha già mostrato. Eppure, in questa circostanza, i suoi versi con grande passione possono essere accomunati alle sfumate sensazioni di Monet e alla voglia di trasmettere e permettere di elaborare altre emozioni.

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