4 Marzo 2024

“IL DANESE CHE S’INNAMORÒ DI NAPOLI”

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“Letteratura della Danza…” a cura di Rossella Iannone

Napoli ha sempre affascinato uomini colti e non di ogni tempo. Essa rappresentava meta fondamentale del cosiddetto Grand Tour, lungo viaggio nell’Europa continentale intrapreso dall’aristocrazia europea a partire dal XVIII secolo e volto a perfezionare il suo sapere. La città divenne presto oggetto di memorie, saggi, pitture e stampe, ma accadde anche che ispirò un balletto. Infatti Napoli, nel 1842, divenne soggetto per eccellenza di una storia in tre atti che non fu ideata da un napoletano, bensì da un danese: August Bournonville. Maître de ballet del Balletto Reale, nel 1841 Bournonville fu bandito dalla Danimarca per aver ammonito il re Christian VIII a causa del baccano irrispettoso che il sovrano produsse durante uno spettacolo teatrale.

Il coreografo dunque approfittò dell’esilio momentaneo per tornare in Francia e in Italia; a Napoli dimorò al n°31, quarto piano, di un palazzo in Piazza di Santa Lucia. In pochissimi istanti ebbe modo di innamorarsi perdutamente della città e questo amore, un anno dopo, divenne “Napoli (o il Pescatore e la sua Sposa)”.
La storia racconta di Gennaro che chiede la mano di Teresina e, poco dopo, i due si allontanano su una barca per una breve gita. Ma quando scoppia una tormenta, Gennaro ritorna a terra; di Teresina però non v’è alcuna traccia. La ragazza è infatti stata rapita da Golfo, dio del mare e, si ritrova privata di memoria e trasformata in una nereide nella Grotta Azzurra. Gennaro la ritroverà e la libererà dal maleficio, mostrandole il ciondolo che raffigura la Madonna dell’Arco, per poi portarla in salvo e festeggiare insieme agli amici – e al ritmo di una tarantella – la vita ritrovata.
Il libretto non mostra un particolare excursus sui personaggi; ci viene invece restituito un affresco palpitante della Napoli del tempo con dovizia di particolari. Il primo atto celebra la musicalità e la varietà del paesaggio napoletano, la religiosità unita alla superstizione, la vivacità di una piazza mai ferma e piena di gioia di vivere. Cucine fiammeggianti, campane che scandiscono i canti e le litanie, bambini che giocano con i secchi di carbone, fresche limonate, teatrini di burattini, zuffe seguite prontamente da abbracci, venditori di maccheroni, tavole imbandite e consumate a ridosso di marciapiedi. Su tutto si staglia una spiccata figura, quella dei lazzaroni, giovani dei ceti popolari della Napoli del XVII-XIX secolo ed eredi nominali di Ferdinando IV, detto Re Nasone o giustappunto, Re Lazzarone, a causa della sua indolenza nei riguardi dei libri a favore degli scherzi, del dialetto, della superstizione.
Bournonville, in una lettera a sua moglie Helene datata 24 maggio 1841, così li racconta: Il primo membro di questa nazione che si incontra è il lazzarone. Che meraviglioso tipo folkloristico è questo! Non si può davvero descriverlo e tutto ciò che ho letto a riguardo è inadeguato. È una bugia vergognosa dire che è un fannullone di professione e un ladro per natura. Al contrario, ha mille modi per guadagnarsi da vivere. È pescatore, rematore, legatore, calzolaio, guida, birbante – sempre in cerca di qualcosa e, quando non c’è nulla da guadagnare, sonnecchia, rilassandosi e saltellando all’aria aperta; perché di solito non ha luogo di residenza se non la strada e la sua barca. È un tipo divertente; o discute come se fosse una questione di vita o di morte, oppure ride, balla e scherza. La buona natura è la sua caratteristica principale.
Bournonville, che non solo ebbe il merito di portare la danza maschile allo stesso livello di importanza e virtuosismo della danza femminile, fu anche un eccellente esponente della pantomima, un linguaggio scenico che consta di circa 1500 gesti conosciuti anche dal pubblico del tempo e che veniva sovente usato nei balletti. Non è dunque difficile immaginare quanto egli abbia potuto amare il popolo partenopeo anche per quella gestualità che da sempre lo contraddistingue. Per poter riprodurre la musicalità distintiva di Napoli si rivolse a ben quattro compositori danesi: Holger Simon Paulli, Edvard Helsted, Niels Gade e Hans Christian Lumbye, ma non manca un classico della canzone napoletana,

Te voglio bene assaje, attribuita a Raffaele Sacco e risalente al 1839 e che, tre anni dopo, nel balletto di Bournonville diviene strumentale e tema d’amore di Gennaro e Teresina. Nel libretto originale, scritto ovviamente in danese, a pagina 7 del primo atto ritroviamo alcuni versi che rimarcano la pronuncia napoletana:
Te voglio ben’ assai
E tu non penzi a me!

“Napoli (o il Pescatore e la sua Sposa)” è ascrivibile pienamente al panorama della poetica romantica che avviluppa ogni sfera artistica a partire dal 1830 e che, tra le varie componenti che la caratterizzano, mostra attenzione al popolo, depositario dell’anima originaria della nazione e che viene riscoperto ed inseguito attraverso i miti, le leggende, le tradizioni e i canti popolari di cui serba i rituali.

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