26 Febbraio 2024

di Pasquale Martucci

Una volta mi disse il sociologo Aldo Musacchio: “le condizioni del sud sono state rappresentate meglio da scrittori come Levi e Scotellaro, piuttosto che da tante inchieste ed analisi storico-sociali ed anche antropologiche e sociologiche”. Ovvero, che un territorio è conosciuto attraverso la descrizione dei luoghi e le storie di vita delle persone, tracciate dalla penna di autori che raggiungono il grande pubblico e ne evidenziano le caratteristiche.

Ciò ha fatto Antonella Casaburi nel suo romanzo: “Mirari”, un’opera che ha avuto successo ed è stata molto recensita da critici letterari e da attenti studiosi. Quel libro è stato pubblicato due anni fa e credo valga ancora la pena parlarne, anche se da una prospettiva differente, connettendo la complessità narrativa nel suo costante rapporto con il territorio di riferimento. Qui l’anima dei personaggi si sposa con l’anima dei luoghi e riesce ad evidenziarne: bellezza, stati d’animo, stupore ed ammirazione, come riportato nel titolo del romanzo, reso evidente al lettore solo nella parte finale, anche se certamente ne aveva colto molto prima il senso.

La Casaburi scrive molto bene ed è dotata di una penna accattivante, che fa divorare le pagine per farti giungere alla conclusione ed avere i contorni del tutto. La scrittura scorre veloce, senza pause, delinea sei personaggi che accompagneranno ed evidenzieranno le differenze della loro prospettiva personale, che poi si unisce ed amalgama nell’unione intorno ad un territorio.

Il Cilento è i suoi luoghi. I riferimenti nel volume sono: Agropoli, Paestum, Vallo della Lucania, ma anche Velia, il Golfo di Policastro, Scario, Sapri, Valle dell’Angelo, Trentinara, Pertosa e Castelcivita. Questi i posti, ma non solo, che meritano di essere percorsi e vissuti.

Una ragazza delicata e bella, la rossa Giulia, di ventuno anni, incontra altri cinque personaggi ed insegue il suo destino. Tutti cercano l’autrice che deve dar loro forma e tracciarne i caratteri nelle pagine che si susseguono. Inizialmente le tracce non ci sono, paiono sfumate e sembra quasi che ognuno debba cercare il suo percorso, scegliendo e decidendo.

La protagonista è una donna spontanea e con idee chiare, ma ha anche paure e diffidenze, quelle che le ha riservato la sua giovane vita: viene da Roma e va in questa terra con i libri in valigia, decisa a tornare alla sua vita da studentessa. Due cilentani, Giovanni e Maria, sono radicati nel territorio e preferiscono stare lì piuttosto che affrontare l’ignoto dell’esterno, in controtendenza rispetto ai fenomeni migratori che caratterizzano tutte le realtà del sud. Si avverte il senso di restanza e resistenza, cosa del resto comune alla scrittrice che vive quei luoghi e con forza manifesta la sua intenzione di esserci per fare qualcosa. C’è un medico siciliano, Paolo, che si innamora subito della protagonista ed è disposto a tutto pur di stare con lei. Un ingegnere toscano, Francesco, lavora nel Cilento e manifesta subito l’ammirazione per quel territorio, che conosce e frequenta, apprezza in tutte le sue bellezze. Infine, c’è l’intrigante presenza di un vecchio “arrogante”, che sembra la voce di dentro, il contrario delle illusioni e speranze; è ignorato da tutti nonostante i continui ingressi nei vari dialoghi, che sono molto ben strutturati. Quel vecchio è anche il sapere che fugge dalla quotidianità ed intende dare senso al pensiero razionale, che si ammanta di arte e bellezza. Giulia non intende ascoltare quella voce dal profondo, che riconduce alla realtà ed infrange i sogni.

Tutti si incontrano sul treno che piano piano si avvicina, con ritardi impressionanti, alla meta.

I personaggi sono di una diversità disarmante: il vecchio è a parte, un caso che riserverà sorprese; le due donne rappresentano studio da un lato ed operosità dall’altro, ma anche rapporto città e provincia, libertà e lacci, leggerezza e concretezza; i due uomini sono accomunati dalla voglia di fare, ingegnere e agricoltore, ma molto dall’amore per la bellezza dei luoghi, pur essendo spinti da altre e più importanti motivazioni.

Il ritardo del treno e le condizioni del tempo determineranno scenari imprevisti.

Qui mi fermo, per rispetto dei pochi lettori che ancora non hanno percorso il romanzo, né ancora si sono fatti trascinare dalle pagine per scoprirne le dinamiche.

Una cosa che va invece detta è l’amore che la scrittrice mette nel racconto per offrire chiavi di lettura diverse di fruizione del territorio. Cosa fare, sembra chiedersi, per la ricchezza storico-archeologica ed artistico-culturale del Cilento? Non è solo il desiderio di una vita libera da trascorrere dove c’è la pace, lontano dai rumori e dal caos cittadino; no, c’è anche questo ma soprattutto il futuro dell’amato Cilento che deve individuarsi nell’offerta sia in termini ricettivi che culturali.

Antonella Casaburi è questo romanzo, la sua vita di amore per il territorio e di opere che compie quotidianamente per la sua valorizzazione e riscatto. Ci sono i problemi, a partire dai disagi di un treno che accumula ore di ritardo, dalle strade non sempre percorribili, dall’abbandono che i protagonisti in controtendenza rifiutano. Ma c’è l’arte e la cultura, la storia, lo stupore, il “mirari”, che soprattutto l’occhio attento di chi giunge riesce a cogliere, dal momento che i cilentani spesso non conoscono neppure il loro territorio.

La scrittrice compie un’operazione importante, facendo esaltare le bellezze, scoprire e riscoprire le realtà cilentane ricche di storia. È amore per la terra, con il sotteso intento di sperare in un cambiamento che arresti il senso di disagio ed abbandono.

È un libro di speranze, tanto amore per la sua terra, ma anche un esercizio di scrittura e la costruzione mirabile di una storia veloce ma solida, e destinata a continuare.

E, a mio giudizio, quelle pagine possono costituire certamente un interesse per cinema e serie televisive, vista la trama narrativa, la perfetta descrizione dei personaggi, la centralità di luoghi e contesti, le scene che riconducono ad immagini. Anche questo sarebbe un modo per valorizzare il Cilento, porre un freno all’abbandono e offrire la possibilità di ripensare fatalismo ed assenza di prospettiva.

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