30 Maggio 2024

La filosofia per tutti e per ciascuno

di Stefano Cazzato

Se dovessimo definire la sua filosofia, potremmo dire, tra le tante definizioni possibili, che è la filosofia dei ponti, per quanti ne ha gettati, per le distanze che ha cercato di colmare, trovando audaci terze vie tra opposti.

Innanzitutto il ponte tra il razionalismo, che spiegava tradizionalmente la conoscenza a partire da princìpi innati, e l’empirismo, che la considerava come un prodotto dall’esperienza; tra i fenomeni, connessi in modo logico attraverso reti causali e procedure sintetiche; tra lo scetticismo, che rinuncia alla verità, e il dogmatismo, che pretende di averla trovata con sicumera; tra il sapere colto, che si trasmette nelle accademie e attraverso i trattati, e quello popolare, di cui argutamente si discute nei salotti e nei giornali; tra la felicità, sensibile, e il bene, razionale; tra la scienza newtoniana e la filosofia; tra la sfera soggettiva e quella oggettiva; tra il particolare e l’universale; tra il rigore metodologico di una Critica (anzi di tre Critiche, la pura, la pratica, la giudicante) e la leggerezza di un pamphlet (si pensi a Che cos’è l’illuminismo o alle Osservazioni sul sentimento del bello e del sublime), tra il cielo stellato sopra di me e la legge morale che è in me (il tribunale interiore della ragione che sa quello che deve fare indipendentemente dal tribunale esteriore dello Stato). Per alcuni ha anche gettato un ponte tra il razionalismo e l’idealismo, tra il Settecento illuminista e l’Ottocento romantico. Anzi, egli stesso sarebbe stato il ponte tra Cartesio e Fichte o Schelling.

Per non parlare del ponte più difficile, quella pace perpetua tra le nazioni, da costruire attraverso il disarmo e l’autodeterminazione, con cui provò a connettere popoli diversi sulla base del principio che tutti possono andare dappertutto, che nessuno è straniero o nemico al mondo, che chiunque, dovunque si trovi e quale sia il motivo, merita accoglienza in quanto essere umano.

Più che pontificare, Immanuel Kant costruì ponti. Forse l’idea di collegare quello che è scollegato, di unire quello che è lontano, gli venne direttamente dalla conformazione della sua città: Konigsberg, oggi Kaliningrad. Di fatto una citta lagunare, le cui diverse parti non sarebbero entrate in comunicazione se non attraverso la costruzione di una complessa rete di ponti, ben sette, che ogni sera Kant, in una sorta di passeggiata salutare e peripatetica, percorreva con regolarità. Una sorta di piccolo cosmopolitismo urbanistico, prima ancora che culturale.

Solo su un punto Kant non riuscì a immaginare un ponte. Come sarebbe stato possibile collegare il mondo fisico con quello metafisico, il finito con l’infinito, i fenomeni con i noumeni, il conoscibile col solamente pensabile?

Platone lo aveva risolto, o creduto di risolvere, con la dottrina della partecipazione del mondo reale a quello ideale: laddove non è possibile percorrere un ponte, si sale su un carro alato, ed è fatta.

A questa separazione Kant pensò invece di doversi rassegnare, per non far precipitare la ragione in un buco nero, affermando il limite invalicabile della conoscenza: il limite che separa la fisica dalla metafisica, appunto. Del resto non sarebbe bastato un semplice ponte per ridurre quella che non era una semplice distanza ma un abisso, tra le cose di quaggiù e i noumeni di lassù.

Sarebbe stato come costruire una torre che arriva sino al cielo, non avendo i mattoni, gli strumenti, gli operai, il tempo per farlo. Illudendosi di farlo, come ci si illude che sia reale ogni pensiero o progetto campato per aria. Forse è meglio accontentarsi – dice Kant – di una casa, alta e spaziosa quanto basta per vedere abbastanza lontano e per metterci dentro quello di cui abbiamo bisogno in questa vita. Purtroppo, questa casa ha anche porte e finestre, e la metafisica cacciata dalla porta rientra in qualche modo dalla finestra, senza bisogno di ponti. In punta di piedi, senza che nemmeno ce ne accorgiamo, come un ladro di notte.

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