13 Aprile 2024

di Francesco Sampogna

Quelle migliaia erano solo un popolo affamato con negli occhi il terrore di dovere tornare in patria. E nelle condizioni in cui sono stati costretti, è stato facile farsi prendere la mano dalla disperazione

Chi era Enrico Dalfino:

Nato il 6 dicembre 1935 a Sammichele di Bari e si laurea in giurisprudenza con lode nel 1958 presso l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro. È stato Sindaco di Bari dal 1990 al 1991 con la Democrazia Cristiana e docente di Diritto Amministrativo nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bari.

L’8 agosto 1991 si trova a gestire lo sbarco dei circa 20.000 profughi albanesi arrivati con la nave Vlora al porto di Bari. In quella occasione ha pronuncia la sua famosa frase “Sono persone, persone disperate. Non possono essere rispedite indietro, noi siamo la loro unica speranza”, venendo etichettato come “cretino” dall’allora presidente Cossiga. Muore il 24 agosto 1994.

Il 15 settembre 1996 gli viene dedicato un busto in bronzo posizionato nella Sala del Consiglio Comunale di Bari. Nel 2019 una scultura pubblica a lui dedicata viene collocata sul lungomare IX Maggio di Bari nel quartiere San Girolamo. La scultura dal titolo “Sono Persone 8.8.1991” di Jasmine Pignatelli riporta, tradotta in codice morse, la famosa frase pronunciata da Enrico Dalfino in occasione dello sbarco degli albanesi.

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Enrico Dalfino è stato un illustre docente di Diritto Amministrativo nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bari, democristiano, per un brevissimo periodo – dall’agosto del 1990 al dicembre 1991 – Sindaco di Bari, un’esperienza breve, ma molto intensa. Trentuno anni fa, era la mattina dell’8 agosto del 1991 venne svegliato da una telefonata della capitaneria di porto che aveva avvistato una nave piena di persone. Si precipitò immediatamente sul porto, la nave era la Vlora, con un carico di circa 20mila persone, immediatamente si voleva intervenire con un operazione di polizia, ma lui immediatamente si oppose, come si oppose allo “stadio lager” proposto dalle autorità di polizia. Dalfino chiedeva di gestire la situazione come operazione di protezione civile e non di polizia. Colpirono molto le sue parole, diventate simbolo dell’accoglienza «Sono persone, persone disperate. Non possono essere rispedite indietro, noi siamo la loro unica speranza».

Nei giorni a seguire il sindaco si divise tra il molo e lo stadio per cercare di capire come Bari e l’amministrazione da lui guidata, potessero rendere meno dura e traumatica la permanenza di queste persone all’interno dello “Stadio Lager”. Ma la strategia dallo Stato unica soluzione al problema era solo ed esclusivamente una: lo sbarco andava gestito con le operazioni di polizia. Immediata l’indignazione del Sindaco, che rispose allo Stato, attraverso una dura intervista sul Manifesto: Quelle migliaia erano solo un popolo affamato con negli occhi il terrore di dovere tornare in patria. E nelle condizioni in cui sono stati costretti, è stato facile farsi prendere la mano dalla disperazione.

Queste parole suonaro forte e dure nei palazzi del potere romano, fecero infuriare l’allora ministro Scotti e il presidente della Repubblica Cossiga che lo definì “cretino” e “irresponsabile”. Ma l’assurdo fu, che quando la situazione si normalizzò, il sindaco dovette chiedere scusa per il suo atteggiamento umanitario, per evitare il commissariamento della città. Ma nonostante tutto, la sua presa di posizione portò la fine della sua carriera politica, in quanto l’allora sindaco Dalfino non si piegò alla ragion di Stato. Altrettanto significative furono successivamente nel 2011, quelle rilasciate dalla moglie di Dalfino alla Gazzetta del Mezzogiorno: «Enrico Dalfino era un politico scomodo, perché leale. Era troppo onesto quindi pericoloso per l’establishment politico, ma non per la gente comune. Io conservo ancora più di quattromila telegrammi arrivati in quei giorni del ’91 da tantissimi italiani che ringraziavano il sindaco di Bari per l’umanità dimostrata, per aver fatto dell’Italia la terra dell’accoglienza. Per lui, al primo posto, in ogni circostanza, c’era la dignità delle persone, e di ogni cosa lui voleva “conoscere”, era questa la sua forza. Tutto il clamore suscitato dalla vicenda dell’arrivo degli albanesi a Bari fu la scusa che i suoi stessi alleati usarono per farlo fuori, così lui fu costretto a dimettersi da sindaco e non riuscì a diventare senatore per una manciata di voti. Fu allora che cominciò a stare male, anche se non lo dava a vedere, perché lui era così: venivano prima gli altri, e poi se stesso».

L’attuale sindaco di Bari e presidente dell’Anci, Antonio Decaro, in occasione del trentennale, ha deposto una corona in Comune alla sua memoria, nella sala consiliare che ospita un monumento a Dalfino. Sindaco che scelse l’accoglienza pur trovandosi a gestire, anche in contrasto con lo Stato, una svolta epocale in Italia, per la prima volta alle prese con l’immigrazione di massa.

Tra le altre iniziative volute per il trentennale dai Comuni di Bari, Durazzo e Tirana, con la Regione Puglia, è stata inaugurata il 5 agosto a Durazzo un’opera di Jasmine Pignatelli gemella di quella che già campeggiava da tempo a Bari in ricordo della Vlora, sul lungomare IX Maggio, un altro collegamento simbolico tra le due città sulle opposte sponde dell’Adriatico.

Il “messaggio di solidarietà” che Bari e i baresi diedero in occasione dello sbarco della Vlora, l’8 agosto 1991, con a bordo circa 20 mila cittadini albanesi, quando “per la prima volta il flusso migratorio bussava” all’Italia, “è ancora attuale e, anzi, abbiamo la necessità di modificare il modo di accogliere chi arriva.

È un tema che deve porsi tutta l’Europa”.

Ha ancora dichiarato – il sindaco di Bari e presidente Anci – Antonio Decaro, in occasione delle celebrazioni per il trentennale dello sbarco della Vlora.

Bari, città di mare – ha detto Decaro – , ha visto arrivare e partire tante persone, è stata attraversata da tanti popoli e culture e ne conserva le tracce, a dimostrazione che il mare non è una frontiera ma una cerniera che unisce i popoli in amicizia e fratellanza. All’epoca, nell’agosto 1991, non eravamo preparati e l’errore del Governo fu considerare quella come un’operazione di polizia e non di protezione civile, mentre furono i baresi ad accogliere, dando un messaggio al Paese e all’Europa. Oggi – dice Decaro – dobbiamo superare gli accordi che prevedono che si deve far carico dell’accoglienza esclusivamente il Paese di arrivo, ma pensare ad una accoglienza diffusa. Noi sindaci ci proviamo e lo facciamo con quelli che prima si chiamavano Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) e adesso si chiamano Sai (Sistema accoglienza e integrazione). Io credo che se riuscissimo ad accogliere in maniera diffusa, riusciremmo forse a trasformare l’accoglienza anche in integrazione“.

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