17 Giugno 2024

Tumore al seno. Francesca, originaria di Sanza, la sua malattia e i casi in famiglia: “Se stai bene, fattelo dire”

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Ottobre è il mese dedicato alla prevenzione del tumore al seno e molte sono le iniziative che si rincorrono per trattare una tematica così delicata che colpisce frequentemente le donne.

I dati del 2019 dell’Associazione Italiana Registri Tumori contano 70mila donne colpite ogni anno in Italia da tumori femminili; con questa espressione si fa riferimento agli altri organi dell’apparato riproduttore femminile che possono essere colpiti dalla malattia.

53mila le donne che si ammalano di tumore al seno, di gran lunga quello più diffuso, ma ogni anno si contano 11.400 nuovi casi di tumore all’utero e 5.300 nuove diagnosi di tumore alle ovaie.

Grazie alla ricerca scientifica che ha compiuto passi da gigante, oggi, se il tumore al seno viene diagnosticato in fase iniziale le possibilità di guarire superano il 90%.

Questo è il caso di Francesca Sasso, 40enne nata da genitori di Sanza,  che vive a Pistoia.

“ ‘Tumore’ è una parola che mi accompagna da 15 anni. – racconta Francesca – L’ho conosciuta a 25 anni, quando mia sorella scoprì un nodulo alla mammella. E’ stata la prima in famiglia, poi è toccato a mia mamma e contemporaneamente anche a me”.

La storia di Francesca è un racconto di una doppia sofferenza: quella di assistere al dolore dei famigliari e quello di vivere con la paura costante che potesse accadere anche a lei. “Non bisogna far vincere la paura, ma è sempre dietro l’angolo. – confessa – Quando ho scoperto il mio tumore, è come se la paura avesse detto: ‘vedi qualcuno finalmente te l’ha detto che ce l’hai anche tu’”.

Francesca si definisce una “sorvegliata speciale”, essendo donna e avendo già due casi in famiglia si è sottoposta di frequente ai controlli. L’ultimo effettuato nel 2017 le ha diagnosticato il carcinoma al seno: una lenticchia di 4 millimetri che già durante la visita fu asportata, ma Francesca ha dovuto non solo affrontare ugualmente la cura ormonale, ma si è trovata di fronte ad una scelta gravosa: asportare entrambi i seni.

Alla prima telefonata col dottore gli ho detto che volevo togliere tutto, ma quando ha convocato me, mia mamma e mia sorella e mi ha posto la domanda diretta, ho tentennato un po’. – afferma Francesca – Poi ho deciso di non voler vivere con l’ansia costante, di non voler rischiare di affrontare quanto accaduto a mia sorella che ha avuto il tumore dapprima ad un seno, poi all’altro…così mi sono fatta coraggio. La storia familiare mi ha insegnato la strategia che dovevo adottare. 5 ore di intervento e dopo qualche giorno ho pensato ‘sono ganza’: la difficoltà c’è stata, la crisi pure ma sono fiera della mia scelta”.

Tre storie apparentemente simili, ma molto diverse tra loro per diagnosi, trattamento terapeutico e predisposizione psico-fisica ad affrontare il male. 6 anni dopo la malattia della sorella, che l’ha scoperta mentre stava allattando il suo bambino, viene diagnosticato il cancro bilaterale alla madre. “Pensavamo di aver superato la prova, ma mia madre ha avuto un avanzamento di malattia fin quando poi non ho scoperto di avere il mio“, ricorda la 40enne.

Gli episodi verificatisi in famiglia hanno dato a Francesca la possibilità di notare l’evoluzione della medicina che oggi si occupa anche dell’aspetto estetico della donna che subisce le cure invasive. “Quando avevo 25 anni pensavo fosse un evento banale quello della caduta dei capelli. – dice Francesca – Ricordo bene quando mia sorella uscì dalla doccia senza e il momento in cui mia mamma, col rasoio in mano, mi chiese di tagliarle i capelli che si stavano diradando. La scienza ha fatto passi in avanti: mia mamma durante la radioterapia indossava un casco che raffreddava, proteggendolo, il cuoio capelluto, mia sorella no. Inoltre, se non fosse stato per la ricerca, entrambe non avrebbero avuto la possibilità di curarsi con un farmaco tumorale”.

Francesca racconta degli aspetti intimi femminili. La decisone di asportare il seno è stata salvifica sotto il profilo medico, ma devastante per quello estetico e psicologico. Seppure la forma sia la stessa, le protesi sono un corpo estraneo, che lei sente tale. “Sono insensibili. – dice – Quando fa freddo sento ancora le cicatrici tirare”.

La malattia quando arriva crea subito una ribellione nei confronti del proprio corpo: ci si sente traditi, impotenti, si vive nell’attesa del controllo medico successivo, si annullano le capacità progettuali.

Il dopo tumore è stato un rispettare il tempo. Il tempo c’è e si può fare tutto. – esclama Francesca – Voglio ricordare uno dei mie autori preferiti Ryszard Kapuściński, che nel suo libro ‘Ebano’, racconta che gli europei corrono dietro al tempo, gli africani no. Ad esempio, quando salgono su un autobus gli europei aspettano che parta, gli africani attendono che si riempia. Voglio tornare a quella progettualità che mi faceva stare bene e ci sto riuscendo!”.

Francesca dopo la malattia è rinata. Ha cambiato quel lavoro che non la faceva esprimere, ritornando a fare la consulente per la realizzazione di progetti sociali, ha ripreso a viaggiare e soprattutto a praticare lo sport che tanto le era mancato. Oggi Francesca è una Pink Ambassador, ovvero membro e podista del progetto Pink is Good della Fondazione Umberto Veronesi.

Un progetto formato da donne coraggiose che hanno combattuto contro il tumore e corrono al grido “Niente ferma il rosa, niente ferma le donne!” per dimostrare al mondo, e a loro stesse, che dopo la malattia si può tornare a vivere, più forti di prima.

Tutte le Pink Ambassador partecipano alle maratone che perseguono la missione di ritrovare l’amore verso il proprio corpo, potenziarlo nelle sue possibilità e contribuire alla raccolta fondi per la ricerca che “Ci ha salvato la vita”, come recita lo slogan.

Francesca ha partecipato alla corsa di Madrid e diverse altre in Italia. Si sta allenando insieme alle compagne di avventura per la prossima competizione del 16 ottobre.

Se stai bene, fattelo dire, questo il messaggio dal duplice valore che Francesca vuole mandare alle donne: fare un controllo in più invece che uno in meno, rispettare i tempi prescritti dal medico, chiedere un sostegno psicologico se si avverte di averne bisogno.

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