17 Giugno 2024

da Giovanni Falci (avvocato)

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sessantaduesimo anniversario del mio primo giorno di scuola.

Era il primo giorno di scuola, ero stato iscritto alla II elementare perché avevo fatto la “primina” da privatista (all’epoca non si poteva andare a scuola a 5 anni) e avevo superato l’esame da “privatista”.

Ero stato iscritto in un istituto, Medaglie d’Oro, che quel giorno veniva inaugurato.

Ricordo il Sindaco con la fascia tricolore, il taglio del nastro e tutta la cerimonia.

Davanti all’Istituto il maestro ci fece mettere in fila per due e ci fece entrare in ordine nella nostra classe al terzo piano.

In classe mi misi nel banco con Vittorio Provenza al fianco del quale avevo anche marciato, ed era l’unico bambino che conoscevo perché i nostri genitori erano colleghi e si frequentavano.

Prendevano insieme anche la cabina al mare, negli stabilimenti balneari “giù al porto” e perciò eravamo anche amici di spiaggia.

Ci sedemmo all’ultimo banco.

Io iniziai ad avere un fastidio alla gola causato dalla polvere che ancora residuava dei lavori edili terminati forse il giorno prima.

Dissi a Vittorio se lui avesse lo stesso problema, ma lui mi rispose di no.

A un certo punto non ce la feci più e non sapendo come fare, sputai a terra.

Maestro, Falci ha sputato a terra” disse Vittorio alzandosi per farsi vedere bene.

Il maestro, Modesto Ferrara, con il quale stavamo facendo conoscenza quel primo giorno di scuola, venne vicino il nostro banco e “trovò” il mio sputo.

In gergo tecnico, in giuridichese, si dice che trovò il “riscontro esterno” alla accusa c.d. dichiarativa, il “corpo del reato”!

Mi disse di seguirlo e, giunto vicino alla cattedra davanti a tutti i miei compagni con i quali avrei passato 4 anni della mia vita e con alcuni di essi anche molti di più (vedi Vittorio), mi disse: “dimmi un poco tu a casa tua sputi per terra?”.

Ovviamente risposi di no.

E lui, di rimando, “e allora neanche in classe devi sputare, questa è la tua seconda casa”.

Senza neanche il tempo e forse il coraggio di dirgli quel fatto del disagio in gola, della polvere e senza potergli dire che, a casa mia ero libero di muovermi e andare nel bagno a sputare, il maestro mi chiese di allungare la mano.

Ubbidii e lui prese una bacchetta di legno, doppia, colore castagno chiaro e partì per colpire il mio palmo della mano protesa.

Ebbi un bel riflesso che mi ha accompagnato in tutta la mia vita di tennista e tirai indietro la mano facendo andare a salve il colpo di bacchetta del maestro.

Non l’avessi mai fatto!

Apriti cielo, incazzatissimo per la disubbidienza di non avere accettato la punizione, e anche per avere fatto una figura di merda davanti alla classe, mi diede una serie di bacchettate, forti, violente, sulle braccia e sulle spalle.

Fu allora, in quel preciso momento, che l’intera classe capì cosa ci aspettava in quegli anni di elementari.

Ed io capii come fosse triste e doloroso essere accusati da un amico.

Essere traditi.

Perché di questo si è trattato, non di altro.

Io gli avevo confidato il mio disagio, la polvere.

Avevo condiviso con lui, nello stesso banco la mia esperienza di quel momento.

E lui mi aveva tradito!

Il tradimento di un amico verso colui con il quale c’era un patto fondato sulla semplice parola.

Un vero tradimento che è cosa diversa dall’inganno perché è posto in essere da chi ti conosce, da chi ti è legato da una particolare intimità, non da un estraneo.

Vittorio mi ha veramente tradito quel giorno perché io avevo riposto in lui la mia fiducia nel confidargli il mio disagio, e lo avevo fatto perché lo avevo riconosciuto essenziale per me, come persona.

Ogni anno (quest’anno ricade il sessantaduesimo anniversario e abbiamo deciso di festeggiare alla grande) ricordo a Vittorio quella sua accusa all’amico, da vero uomo di merda, e lui continua a dire: “però avevo detto la verità”.

In realtà, ancora oggi, Vittorio ricorre al termine verità in modo inappropriato perché confonde il concetto di verità con quello di ovvietà.

In effetti, Vittorio con quello che aveva riferito non aveva rappresentato al maestro la verità, aveva riferito solo una sua conoscenza basata sul contenuto manifesto di una azione, lo sputo.

Ma ogni enunciato (lo sputo nel nostro caso) ha una motivazione.

Ha dei presupposti che non si colgono nella esteriorità.

Soltanto chi riflette anche su questi presupposti potrà davvero dire di avere compreso la verità di ciò che enuncia.

La verità non è osservazione, ma giudizio.

La verità, come insegnavano i greci e come si evince dalla stessa etimologia del termine “αλήθεια” (aleteia), è qualcosa che va disvelata.

Si giunge ad essa attraverso il togliere i veli che la ricoprono (α-alfa privativa).

Vittorio perciò non ha detto la verità perché non l’ha ricercata.

La verità non sta nel giudizio (Falci ha sputato), ma nella domanda (perché ha sputato?).

Chissà se quella esperienza, ovviamente a livello inconscio, non abbia contribuito a farmi fare l’avvocato per difendere gli accusati.

Pentiti o meno, in un processo penale l’imputato è sempre accusato!

E penso anche di sapere bene come ci si sente quando si era accusati da un pentito.

Colpevole o innocente è il gesto del “tradimento” di un “amico” che fa male.

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