29 Febbraio 2024

di Pasquale Martucci

Un modo di affrontare oggi la crisi socio-culturale del territorio cilentano è da ricercare nella relazione tra la teoria e la prassi sociale, privilegiando il rapporto tra condizioni epistemologiche, socio-culturali e vita quotidiana.

Pierpaolo Donati ha inteso la dimensione della relazione sociale, per costruire la riflessività relazionale, quando “i soggetti si orientano alla realtà che emerge dalle loro interazioni”, influenzando l’agire individuale reciproco. (1)

È da citare anche Erving Goffman a proposito dell’interazione sociale, chiamata faccia a faccia, che analizza il comportamento degli esseri umani che si interfacciano, indipendentemente da chi sono o dal motivo per il quale si incontrano. Si tratta di situazioni sociali nelle quali “due o più individui sono fisicamente l’uno alla presenza della risposta dell’altro”. (2)

L’ordine dell’interazione, così la definisce Goffman, è alla base della percezione della normalità del mondo sociale, senza la quale ogni vita sarebbe precaria e impossibile. Si tratta di “apparenze normali”, che rimandano alla sicurezza fisica dei rappresentanti dell’interazione, nonostante i pericoli e i rischi legati alla presenza degli altri, e producono una fiducia reciproca anche quando la società comporta rischi: si accettano le norme convenzionali e si agisce fidandoci di coloro che ci stanno intorno. (3)

Questo fatto ci induce a pensare che c’è sempre un ordine che sta alla base, una sorta di prerequisito: se ci fosse disorganizzazione non sarebbe possibile alcuna vita familiare, economica, politica, organizzativa.

Facendo un passo in avanti, credo che occorra rivalutare il ruolo e il compito di ogni intellettuale del territorio, ovvero di colui che costituisce una risorsa in grado di stimolare un dibattito ed attivare relazioni finalizzate ad affrontare i problemi. Questo soggetto attivo della comunità deve confrontarsi con una realtà che con il passar del tempo diviene multiforme ed in cui gli individui avvertono alcuni radicali mutamenti di prospettiva. Solo operando sulla nozione di interdipendenza, relazione, complessità, e coinvolgendo strutture sociali e attori, si può dare spazio ad una nuova costruzione sociale.

I sociologi hanno concepito le società moderne come artefici delle trasformazioni per modificare quello che è definito un ordine naturale, inteso come un principio superiore per giustificare la legittimità di una condizione di staticità. Per Touraine, è solo la nascita di soggetti operanti nel collettivo che permettono il riconoscimento dei fondamentali diritti degli esseri umani e creano le condizioni della modifica dell’ordine sociale. La sua posizione è quella di una soggettivazione che deve attenuare le distanze tra noi e gli altri e “sviluppare una coscienza di noi stessi come soggetti umani creatori e portatori di quel diritto fondamentale che chiamiamo dignità”. (4)

Per fare ciò è però importante che la teoria sia indirizzata alla comprensione del contesto di riferimento, non trascurando il confronto con altre realtà oggi globalizzate. Rispetto alle definizioni convenzionali della realtà sociale, diventa fondamentale il ruolo dei soggetti che perseguono il dubbio sistematico e il senso critico. (5)

Nel caso del Cilento, si può osservare che con il passar del tempo la vita socio-culturale cambia, ed infatti osservando i giovani ci si accorge che a tratti perseguono strade legate alla negazione della stessa storia e cultura, quando invece occorrerebbe modificare la propria consapevolezza, oggi affidata ad una comunicazione globalizzata ed omologante.

Partendo da consuetudini territoriali, possiamo asserire che non esistono modelli sociali predeterminati, ma occorre occuparsi dei fattori “coinvolti nel processo della loro individuazione, realizzazione e costruzione”, superando ma non disconoscendo una cultura che implica ereditarietà, trasmissione, convenzione, legata ai fattori tradizionali e storici del territorio. Oggi, si corre il rischio di una “vita vista, ma non riconosciuta”, svuotata della dimensione storica e culturale che ha consolidato e strutturato il passato come qualcosa di naturale e normale. Poi sono intervenuti i percorsi della storia che hanno modificano il consolidato e permesso la distinzione dalla tradizione facendo emergere nuove modalità. Occorre invece recuperare la dimensione comune, quella della cultura che si è consolidata, lavorando in comune alla costruzione per il cambiamento. È importante parlare oggettivisticamente, per far sì che la realtà sia “un oggetto per qualcuno”, costruendo “una visione oggettiva dei mondi sociali”. (6)

Questo punto è particolarmente importante. La costruzione del dialogo tra soggetti significa indirizzarlo a tante persone che condividono una particolare “cultura di regole”, per valutare la verità delle loro affermazioni. È un fare e rifare continuo all’interno di un rapporto reciproco, senza trascurare la cultura e la riflessione intorno alle risorse presenti. L’obiettivo è di ancorare l’elaborazione teorica all’analisi della vita quotidiana, per permettere ai giovani di recuperare il rapporto con la loro cultura e con la comunità di appartenenza, per avere una differente visione del mondo da parte di ogni soggetto che vive la propria dinamica quotidiana in termini relazionali. In tal modo si può realizzare “un processo cooperativo dove ciascuno sviluppa il suo sapere sullo sfondo di un fine e di un’attività comuni, superando le medesime difficoltà”. (7)

Tutto ciò ci fa pensare ad un agire umano che si concretizza in un confronto continuo con il mondo che lo circonda. Si tratta della dimensione di condivisione e appartenenza, un approccio legato ad una coesistenza comune, che può e deve rapportarsi alle nuove forme di modernità per arrestare o almeno attenuare l’abbandono e puntare allo sviluppo.

Ad ogni modo, per percorrere questa strada è centrale il rapporto tra soggetti che hanno voglia di costruire per crescere, vivere e conoscere. Questa presa d’atto dovrebbe poi produrre progetti concreti per individuare le criticità, arrivare ai finanziamenti che però sono solo l’inizio; poi il tutto deve essere affidato a processi virtuosi svolti in autonomia.

È da compiere un’inversione di tendenza per porre al centro la capacità territoriale di trovare le risorse idonee ad attenuare il fenomeno dell’abbandono dei giovani, mettendo in relazione i soggetti, uomini ed istituzioni, per il rilancio del territorio.

La nuova consapevolezza della cultura cilentana dovrebbe essere ripensata senza eccessive nostalgie del passato: intraprendere e realizzare uno sviluppo sostenibile è possibile quando l’uomo non si abbandona al fatalismo e alla rassegnazione, ma crea ed opera soprattutto per l’affermazione della sua comunità.

Note:

  1. Donati P., Sociologia della riflessività, Il Mulino, 2010.
  2. Goffman E., L’ordine dell’interazione, a cura di Pier Paolo Giglioli, Armando 1998, or. 1983.
  3. Giglioli P.P., nella Presentazione de: L’ordine dell’interazione, cit.
  4. Touraine A., La libertà del soggetto e la deriva identitaria, Micromega, 1/2017.
  5. Gouldner A.W., Il futuro degli intellettuali, Mimesis, 1979.
  6. Gouldner A.W., La sociologia e la vita quotidiana, Armando, 2008, Ia edizione 1997, p. 61.
  7. Rinzivillo G., Sul senso e il compito della sociologia teorica, in: “La società in … Rete”, Rivista di Sociologia, Associazione Nazionale Sociologi, Anno XIV, 2022, pp. 8-21.

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