26 Febbraio 2024

di Pasquale Martucci

Per affrontare un problema molto rilevante, che comporta una serie di prese di posizione e di distanze, mi avvarrò dell’opera del filosofo e scrittore Éric Sadin, che pone la questione dell’Intelligenza Artificiale (IA) oggi intesa in una prospettiva del tutto economica, modello neoliberista, rinunciando alle implicazioni sociali, culturali e politiche.

A partire dagli anni 2000 si è assistito ad un aumento dell’uso del termine neoliberismo, soprattutto da parte dei critici che addebitano a tale ideologia il fatto di essere una sorta di estremizzazione del liberalismo economico che tende all’annullamento dello Stato in favore del libero mercato e dell’imprenditorialità privata.

L’idea centrale del neoliberismo è che ci sia una forma di relazione naturale all’interno della società umana, la competizione, che propone ai cittadini l’homo economicus, volto a massimizzare la propria ricchezza e il proprio potere a spese di altri. Si crede che occorra favorire un processo di riorganizzazione delle strutture economiche della società e che tutte le altre conseguenze (politiche, antropologiche, sociali, etiche, culturali) siano solo degli inevitabili corollari.

Dopo la crisi economica del 2008 e la ridotta crescita economica mondiale, si denunciano le sostanziali violazioni della concorrenza, perpetrate da concentrazioni monopolistiche e si chiedono misure atte a ripristinare la effettiva libertà di mercato, garantendo il rispetto delle libertà politiche. Infatti, la stessa politica sembra essere diventata un luogo dove si incontrano persone che fanno della loro autorealizzazione il fine ultimo del proprio impegno, sacrificando le passioni comuni, facendo coincidere il bene comune con le loro stesse carriere.

Paul Ginsborg e Sergio Labate, autori del libro: “Passioni e politica” (Einaudi, 2016), sostengono che le passioni vengono utilizzate dal neoliberismo per anestetizzare gli spazi di critica politica e per far accettare le gravi conseguenze di decisioni economiche quali: tagli alle pensioni, allungamento dell’età pensionabile, riduzione di diritti dei lavoratori e, in generale, riduzioni delle tutele dei cittadini.  In tal senso, il neoliberismo agisce  facendo precipitare fuori dal recinto della cittadinanza i nuovi esclusi, producendo masse di solitudini individuali, che sono spinti al di là dei valori fondativi della democrazia (libertà e uguaglianza): si attua un processo di “de-democratizzazione”. Se ognuno agisce per conto suo, afferma Carlo Galli, in: “Democrazia, ultimo atto?” (Einaudi, 2023), si giunge ad una spirale oligarchica che normalizza procedure straordinarie ed eccezionali: l’individuo si sottomette in modo volontario al potere di una dimensione amministrata dell’esistenza, la tecnica, preponderante rispetto a quella costituzionale dei diritti.

Qui si inserisce l’IA, che parte proprio dalle basi di un mercato non regolamentato, riproducendo il discorso medio quotidiano, portandoci a ragionare e parlare come imposto da altri. Si tratta di un tema che capovolge il paradigma della complessità sociale, e che nell’idea generalizzata guarda alla dimensione di un sistema che organizzerà la nostra vita e parlerà anche al nostro posto.

Ma procediamo con ordine.

Éric Sadin ha scritto diversi libri su queste questioni, tutti uniti dal medesimo filo conduttore: “La silicolonizzazione del mondo. L’irresistibile espansione del liberismo digitale”, Einaudi, 2018; “Critica della ragione artificiale. Una difesa dell’umanità”, Luiss University Press, 2019; “Io tiranno. La società digitale e la fine del mondo comune”, Luiss University Press, 2022; “Secessione. Una politica di noi stessi”, Luiss University Press, 2023.

Si tratta di uno dei maggiori studiosi dell’industria e delle tecnologie digitali, dei loro fattori economici e del loro impatto sociale, politico e civile; si è occupato a lungo della natura delle tecnologie digitali e dei loro effetti sulla società, proponendo un punto di vista critico sulla rivoluzione digitale e sulle sue contraddizioni.

Le domande sono: tutti adottano l’AI ma siamo consapevoli delle conseguenze di civiltà? Come non vedere il sistema utilitaristico che agisce sulle nostre decisioni? Come non pensare che si limitano i nostri interessi individuali? Come non vedere che si cambiano le regole del linguaggio, il sociale, l’apprendimento?

In tutti i suoi lavori, il filosofo manifesta questa tesi: l’IA produce uno pseudolinguaggio, una lingua morta, perché le loro fonti sono insite in un corpus del passato: esse producono successioni di parole, ma partono sempre dalla rielaborazione delle parole, le stesse già acquisite. Procedendo in tal senso, qualcuno dà istruzioni al posto nostro, con suggerimenti generalizzati e omologanti, rispondendo a interessi privati, facendoci rinunciare al nostro sociale, alle relazioni, alla capacità di esseri umani. L’uomo al contrario ha inventiva, ha il linguaggio, che non è probabilità schematizzata come con la tecnologia, ma libertà di creare e di trovare soluzioni ai problemi.

La critica di Sadin è al modello neoliberista con tutti i suoi eccessi, le sue ingiustizie, i suoi disastri; ci sta trascinando verso una rovina, tanto sociale quanto ambientale, tanto etica quanto economica, tanto individuale quanto collettiva. Ci sarebbe bisogno di una nuova organizzazione sociale, nuove politiche economiche, un ritorno ad un welfare state più giusto e più sensibile, che sappia farsi carico delle questioni ecologiche e di una partecipazione più sentita dei cittadini alla vita pubblica. Se non si procede in questa direzione, nessuno stato sociale ci salverà dallo smisurato potere degli algoritmi, dalla totale mercificazione delle nostre vite da parte dell’industria digitale e da una “telesocialità” che contribuisce in modo sempre più radicale al nostro isolamento. Si tratta di processi che hanno generato nuovi tipi di assoggettamento, completamente ignorati dalla politica, che ha compiuto interventi deboli, dispersivi, incapaci di tradursi in una forza collettiva o in un progetto comune. (“Secessione. Una politica di noi stessi”).

In: “Critica della ragione artificiale. Una difesa dell’umanità”, il filosofo è ancora più netto: politici, businessmen e semplici cittadini sembrano esserne quasi ossessionati dall’IA, sperando in promesse di crescita e sviluppo infinite. Confidano sulle possibilità che ognuno degli innumerevoli ambiti di applicazione della tecnologia possano diventare sempre più efficienti e affidabili, non valutando che il fare affidamento su macchine capaci di performance migliori di quelle umane mette a rischio posti di lavoro e rende problematica la sopravvivenza di interi settori industriali: ma persino di fronte a una minaccia così concreta, spesso, ci si limita a formali richiami all’etica, come se ciò possa costituire uno scudo contro le deviazioni delle tecnologie digitali. A giudizio di molti, con questo lavoro Éric Sadin mette a punto il suo percorso critico rispetto alle nuove tecnologie, evidenziando come esse, presentate come semplici strumenti al nostro servizio, stiano invece erodendo le facoltà di giudizio e azione, ossia le capacità umane. La sua è una appassionata difesa dell’umanità, per evitare che la tecnica si tramuti in macchina di oppressione.

Nell’opera: “Io tiranno. La società digitale e la fine del mondo comune”, partendo dalla rabbia sociale per l’aggravarsi delle disuguaglianze, il deterioramento delle condizioni di lavoro, il declino dei servizi pubblici, parla di individuo tiranno, un essere ultra-connesso, intrappolato nella sua soggettività, costantemente rafforzato nell’idea di essere il centro del mondo e di sapere e potere tutto. La tecnologia aumenta la convinzione di essere onnipotenti: ciò comporta il crollo dei legami sociali e della fiducia nella politica, l’aumento del populismo, delle teorie della cospirazione e della violenza. I momenti di crisi, perciò, non sono vissuti come problemi sociali ai quali far fronte con soluzioni comuni, ma come attacchi personali al proprio benessere.

È la critica al “neoliberismo digitale” (“La silicolonizzazione del mondo. L’irresistibile espansione del liberismo digitale”), con l’idea che una frenesia innovatrice intende ridefinire ogni aspetto della nostra esistenza per fini privati, affermando una mentalità, quella degli ecosistemi digitali, un tecnoliberismo.

Le soluzioni da proporre sono la ricostruzione di valori comuni e un nuovo contratto sociale: stabilire una democrazia radicale, sostenendo tutti i tipi di progetti virtuosi e modificando tutti i nostri modi di vivere e di esistere nel nostro ecosistema.

Se, a partire dagli inizi del duemila, molto denaro pubblico è stato investito in start-up, è invece il momento di considerare altre forme di organizzazione collettiva: assistenza, educazione, lavoro. Il denaro pubblico deve essere investito in iniziative alternative che siano meno interessate al profitto e facciano parte di reti di solidarietà.

Le idee di Éric Sadin sono condivisibili e catturano l’attenzione di molti che cercano di trovare una strada differente rispetto alla tesi che si debba perseguire un progresso a tutti i costi: l’uomo è artefice della sua capacità creativa e della ricerca di soluzioni condivise e sostenibili, non può abbandonare la sua intelligenza a discapito di qualcuno che pensa al posto suo e gestisce la sua vita, come accade se si affida il potere alle macchine.

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