27 Febbraio 2024

di Pasquale Tuozzo

All’indomani dell’alluvione che ha colpito alcune zone dell’Emilia Romagna, ho avuto modo di recarmi in queste zone per motivi personali ed ho potuto constatare gli ingenti danni provocati delle abbondanti piogge dopo mesi di grave siccità. Terreni sommersi dall’acqua a perdita d’occhio, abitazioni rurali con depositi e locali a piano terra allagati e non fruibili, tante aziende che hanno dovuto sospendere le loro attività per liberarsi dal fango e ripulire i loro macchinari. Un danno enorme, per tutti. Colpa del clima che sta cambiando a livello globale, determinando con sempre maggiore frequenza eventi estremi con tutte le conseguenze che questo comporta. Difficile se non impossibile abituarsi a certe scene, soprattutto quando ne siamo colpi direttamente. Vedere in pochi minuti danneggiato ciò che si è costruito in anni di duro e faticoso lavoro fa male al cuore, e alla tasca. Indubbiamente. Di contro, ho potuto anche apprezzare la forza d’animo della gente di questi luoghi, persone solari che si rimboccano le mani e non sono abituate a piangersi addosso. Parlando con loro, ho ascoltato quanto accaduto; lo hanno fatto con tono addolorato ma anche con una determinazione a voler ricominciare che ha suscitato in me un senso profondo di apprezzamento. I più anziani mi hanno detto di non ricordare situazioni analoghe in passato. E c’è da preoccuparsi perché sono loro la memoria storica di un territorio, i diretti testimoni di un cambiamento che non ha precedenti in passato.

Questo dovrebbe spingerci, tutti, a fare serie e profonde riflessioni su quanto sta accadendo alla nostra amata Terra (che forse tanto amata da molti non è, considerato i danni che le stiamo provocando). Uno dei miei interlocutori, un allevatore che ha anche un caseificio dove mi sono recato, nel cuore della pianura padana, ad acquistare prodotti tipici locali, si è anche spinto in una centrata analisi dell’accaduto.

“Purtroppo” mi ha detto “dopo settimane che non pioveva il terreno era secco e compatto e questo ha impedito alla enorme quantità di acqua che in poco tempo è caduta di defluire, almeno in parte. E questi sono i danni” ha concluso, allargando un braccio da dietro il suo bancone. Aveva ragione, era esattamente così. Poi ha aggiunto: “Purtroppo l’uomo sta distruggendo il mondo”.

Al che io gli ho risposto: “Non sarà l’uomo a distruggere il mondo, ma sarà il mondo che, andando avanti così, distruggerà l’uomo e si riprenderà quanto gli stiamo sottraendo, offuscati dalla ingordigia e dalla sete ostinata di guadagno. Forse siamo ancora in tempo per capirlo, ma, le confesso, sono molto pessimista se penso ad un necessario e non più rimandabile cambio di atteggiamento dell’umanità”.

Quell’uomo, una persona sulla settantina e con uno sguardo attento e profondo, mi dice: “Ognuno di noi dovrebbe fare qualcosa; piccoli passi, le giuste attenzioni che messe insieme si trasformerebbero in azioni importanti”.

Resto a riflettere e penso che sì, ha davvero ragione il mio sconosciuto interlocutore che dopo si sofferma a spiegarmi i danni che l’alluvione ha prodotto nella sua azienda agricola. Ha una trentina di vacche e sono rimasti senza acqua per alcuni giorni. Mi ha detto che hanno dovuto fare di necessità virtù: hanno sistemato su apposite pedane grossi serbatoi di plastica rinforzata, li hanno fatti riempire dalle autobotti che sono passate in quelle ore difficili e così sono riusciti a far bere le vacche.

“È stata dura” ha concluso “però ce l’abbiamo fatta. E alla fine è questo ciò che conta. Andiamo avanti, chi si ferma è perduto”.

Lo saluto stringendogli la mano. Non lo conosco, non gli ho chiesto nemmeno il suo nome. Ci guardiamo negli occhi e provo per lui tanta ammirazione. Ecco, la gente dell’Emilia Romagna è proprio così: forte, fattiva ma anche gioviale, capace di risollevare il morale anche a me che, da uomo del Sud, magari al suo posto mi sarei immalinconito e lasciato andare. Alla fine sono risalito in macchina, pronto a ritornare a casa con la convinzione che questo mio viaggio non è stato affatto un viaggio inutile. Anzi.

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