20 Febbraio 2024

Rubrica: «Le interviste impossibili» dello scrittore Pasquale Carelli

Le interviste impossibili dello scrittore Pasquale Carelli a personaggi straordinari che hanno lasciato tracce indelebili nell’arte, la storia, la ricerca e la letteratura.

Non ci speravo proprio, ma il genio mi ha concesso l’intervista e mi ha dato appuntamento nel suo studio. Non credo ai miei occhi: lo trovo sulla scaletta che sta facendo l’albero di Natale. Quando si accorge della mia presenza, mi fissa intensamente da sopra gli occhialini rotondi e mi dice: “Meno male che sei arrivato proprio adesso… avevo giusto bisogno di un collaboratore.”

“Ditemi che cosa devo fare e mi onorerò di servirvi,” gli rispondo emozionato per una tale richiesta. “Spero soltanto di essere all’altezza…”

“Penso di sì,” fa lui con aria divertita, e poi mi ordina perentorio: “Prendi quella scatola di sfere colorate che è sulla scrivania, e reggimela sotto la scala!”

Anche se con una punta di delusione, ubbidisco immediatamente, e comincio la mia carriera di assistente di Einstein reggendogli la scatola delle palle, mentre lui le prende ad una ad una e le sistema sull’albero.

Il lavoro va avanti per una buona mezz’ora, e nel più completo silenzio; si sente solamente ogni tanto il fruscio dei rami sfiorati e il lieve tintinnare delle sfere di vetro. Sono così preoccupato di fare bella figura nel mio compito di reggitore della scatola che, per non perdere la concentrazione, non alzo mai lo sguardo all’albero. Soltanto quando lui scende i gradini della scaletta e annuncia di aver finito, mi rilasso e poggio sulla scrivania il vuoto contenitore di cartone.

“Che te ne pare?” mi chiede indicandomi l’opera che ha appena terminato.

Finalmente guardo. Ma resto molto perplesso; con tutto il rispetto, quello che è davanti ai miei occhi è il più disordinato albero di Natale che abbia mai visto: non ci si capisce niente; a parte l’imperdonabile assenza del puntale in cima alla chioma, le sfere colorate sono distribuite con un’assoluta mancanza di simmetria, di estetica e anche… di logica. Ma come dirglielo, ad Einstein, che ha fatto una schifezza di albero di Natale? Non mi resta che ricorrere ad un eufemismo: “E’ bello, anche se lo trovo un po’… troppo originale…”

“Un po’ troppo originale?” esclama lui facendo saltare i baffoni sotto il naso. “Ma come ti viene in mente di usare un tale aggettivo?… Sappi una cosa: quello che ho appena realizzato è rigorosamente scientifico!… Quasi quasi mi fai pentire di averti assunto come collaboratore precario!”

A un cazziatone così si può rimanere muti soltanto se si ha davanti un Einstein; infatti, non ho il coraggio di obiettare nemmeno con lo sguardo e me ne rimango mortificato a testa bassa, anche se in cuor mio continuo a sostenere fermamente che un bambino l’avrebbe fatto meglio, l’albero di Natale. Ad un tratto, sento di nuovo un tintinnare di vetri: non si tratta delle sfere questa volta, ma è lui che ha preso due bicchierini e una bottiglia di liquore: poggia tutto sulla scrivania e mi dedica il sorriso più largo e conciliante del mondo, direttamente proporzionale alla sua intelligenza, un qualcosa che meriterebbe un poster di un metro e mezzo. Dopo il primo sorso, accenna al suo albero e mi dice: “Se tu credi che la mia intenzione era quella di fare un albero di Natale, hai perfettamente ragione: è una schifezza.” Butta giù un altro sorso e poi, con un candore di bambino coi baffi, dichiara: “Ma il fatto è che io non volevo fare un albero di Natale…”

“E che cosa volevate fare, professore?”

“Un atomo… un atomo di Natale!”

“Un atomo di Natale?…”

“Certo, un atomo di Natale e, modestamente, devo dire che mi è riuscito pure bene.” Si avvicina all’albero-atomo di Natale e mi fa una lezione di fisica: “Vedi, si capisce benissimo… questa sfera più grossa al centro è il nucleo, le palle più piccole che stanno intorno sono gli elettroni… ed essi girano intorno al centro percorrendo delle orbite prestabilite; e non chiedermi chi le ha prestabilite, perché è da una vita che ci penso e non ne ho ancora la più pallida idea… Come puoi notare, le orbite sono parecchie perché ho voluto fare un atomo di Natale senza economia, bello pesante…” Un altro sorso e poi mi chiede: “E adesso che ne pensi?”

“Adesso che mi avete spiegato, non posso che rimanere stupefatto di fronte alla vostra opera. Sono mortificato… dovete perdonarmi se non ho capito subito che…”

“Non ti devi scusare,” fa lui. “E’ tutta colpa del primo dei due più grandi difetti umani, che è il pregiudizio.”

“Non capisco, professore.”

“E sì, la tua mancanza di comprensione è stata il frutto di un pregiudizio; perché tu, vedendo un albero al centro di questa stanza, le sfere colorate nella scatola e me che stavo sulla scaletta, hai pensato automaticamente che io avessi l’intenzione di fare un albero di Natale. Invece, come puoi ben vedere, con un albero, delle sfere colorate e con la mia assoluta mancanza di pregiudizi, è venuto fuori un… atomo di Natale.”

“Adesso capisco, professore; però, con tutta l’umiltà di un collaboratore precario, dovete permettermi una domanda: perché, invece che un albero di Natale, avete fatto un atomo di Natale?”

“Ma proprio per sfuggire ad un pregiudizio,” fa lui. “Per non seguire una consuetudine, una… moda.” Poi, notando la mia perplessità, aggiunge: “Lo so che cosa stai pensando; stai pensando che un atomo non c’entra niente con il Natale.”

“Per la verità, proprio a questo stavo pensando.”

“E questo è un altro pregiudizio: c’entra e come… perché è proprio agli atomi che dobbiamo l’esistenza dell’universo e della stessa vita sulla nostra terra… più natale di così!…” E scatta verso l’albero per andare a sistemare una pallina che se ne stava scivolando dal suo posto; poi, con una voce molto seria, mi spiega: “Bisogna stare molto attenti con gli atomi: basta che qualche elettrone, per un motivo o per un altro, se ne esce dalla sua orbita e può succedere un… finimondo!”

“Lo so a che cosa alludete, professore.”

“Eh, sì,” fa lui con aria grave. “Purtroppo, il pericolo è che spezzare un atomo non è più impossibile come una volta. Anzi, sai che penso a tal proposito?”

“Che pensate?”

“Che al giorno d’oggi è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio; e questo perché dobbiamo sempre tenere presente il secondo grande difetto umano.”

“Che sarebbe?…”

“La stupidità!” esclama lui. “La stupidità umana è l’unica cosa che non si spezzerà mai. Io non mi stanco di ripetere che due cose sono infinite: l’universo e, per l’appunto, la stupidità umana.”

“Sì, questo vostro aforisma l’ho letto; anzi, aggiungete pure che, per quanto riguarda l’universo avete qualche dubbio, ma per la stupidità umana non ne avete nessuno. Non è per fare l’adulatore, ma io conosco tutti i vostri aforismi, e non vi dico come mi diverto quando li leggo.”

“Tu ti diverti?… Guarda che c’è poco da divertirsi. Ti assicuro che le mie riflessioni non sono battute umoristiche ma verità, verità scientifiche… purtroppo. Comunque, siccome poco prima mi hai fatto da assistente, e dal momento che non mi trovo in tasca nemmeno un euro per pagarti la mezz’ora di lavoro, ti voglio rivelare in anteprima un pensiero che, distratto come sono, ho sempre dimenticato di scrivere.”

“E quale sarebbe?”

“Che la stupidità umana deriva dal silenzio, precisamente dal silenzio che avvolge l’esistenza degli atomi.”

“Questa non la capisco, se volete spiegarmi meglio.”

“E’ presto detto: sarai d’accordo anche tu sul fatto che ancora sono troppo pochi gli uomini a conoscenza dell’esistenza degli atomi.”

“Sono d’accordo; se non si frequentano delle specifiche lezioni…”

“Ecco, tu subito dici: specifiche lezioni!” fa lui. “Invece, io credo che l’affascinante racconto dell’atomo dovrebbe essere tramandato di padre in figlio, insegnato ai bambini fin dai primi anni dell’asilo, e in ogni angolo della terra. Invece, per la gran parte degli uomini, intorno agli atomi, esiste una specie di omertoso silenzio. Io sono convinto che se questo silenzio venisse spezzato e ognuno potesse sapere come è fatto tutto ciò che esiste, avremmo un’umanità meno stupida, e soprattutto incantata di fronte alla grandezza di Dio, il quale, creando l’atomo, è stato l’artefice del miracolo più straordinario e più innegabile. E’ per questo che io ho fatto l’atomo di Natale: non si sa mai, col tempo, potrebbe diventare anche una moda… istruttiva. Se lo vuoi sapere, è solo per questo che ho accettato la tua intervista: così, questo mio pensiero, tu lo scrivi sul giornale…”

Mi fa l’occhiolino, poi avvicina il suo bicchierino al mio in un brindisi muto: se gli atomi hanno una voce, credo proprio che somigli al suono dei due cristalli che si sfiorano, per un istante che sembra infinito, assai più della stupidità umana.

“Buon atomo di Natale, professore!”

“Buon atomo anche a te!”

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