13 Aprile 2024

di Alfonso Leonzio Fortunato – Rubrica L’Angolo Letterario

“Va bene, il percorso è agevole, ci metterò quasi un’ora” si dava coraggio zi Peppe, mentre, poggiato il piede su una roccia a picco sul mare, scrutava la mulattiera che portava verso il basso. Osservando l’azzurro dell’acqua sembrava che la profondità non avesse fine, se non fosse stato per il rumore del frangersi delle onde sugli scogli. Si sentiva felice, perché questo era il suo golfo: un tratto di costa, un pezzo di mare e un raggio di sole. Godeva di tutto quello che la natura gli offriva; in fondo era a un passo da Dio e la felicità costava poco.

Il sentiero ricoperto da fili di erba rigogliosa rimaneva all’ombra, ancora con un tappeto di brina di color argentea. Solo l’eco dei suoi passi riecheggiava nel vuoto del silenzio, lasciando dietro un’impronta senza tempo. Lento era il suo avanzare, ma prudente. Non avvertiva nemmeno lo sforzo della fatica, nello scendere dalla montagna.

Eccolo lì: il mare! Nella sua maestosa potenza.

Trovava che i suoi movimenti ritmati assomigliassero a un faro intermittente. Le onde riflettevano i raggi del sole, come se volessero dargli il benvenuto. Si concedeva un attimo di pausa, per godersi la montagna alle spalle e il mare davanti, poi riprendeva il cammino.

Nello stesso punto, dove l’anno prima l’aveva lasciata volutamente, raccoglieva l’erba corallina.  Se ne trovava in abbondanza lungo la costa, tra la sabbia che le alte maree lasciavano sugli scogli. Raccolta in primavera, e fatta essiccare, veniva conservata in barattoli e usata come rimedio casalingo contro i vermi (ossiuri, elminti, ascaridi) che si annidano soprattutto nella pancia dei bambini. Zi Peppe ne faceva largamente uso nelle sue ‘pratiche curative’.

Una volta sulla spiaggia mollava a terra il sacchetto, si sfilava gli scarponi e li lasciava al sole ad asciugare. Finalmente poteva poggiare la schiena sulla sabbia e ammirare dalla sua posizione un grande cielo blu che gli sembrava uscito direttamente da un quadro. Era circondato da una catena di monti, con al centro la spiaggia, come a formare un semicerchio. Sulla sua destra spuntavano i pini marittimi, mentre la parte opposta si affacciava verso gli scogli. La bella giornata gli permetteva di allungare lo sguardo a distanza di chilometri, godendo di una piacevole quiete interrotta solo dal verso stridulo dei gabbiani in volo. Rivolto fugacemente lo sguardo verso il sole per controllare l’ora, lisciandosi la barba e restandosene comodamente con una gamba sopra l’altra, chiudeva gli occhi per un istante soddisfatto.

“Be’…, ho goduto di questo spettacolo. Adesso è l’ora di rientrare a casa”.

Erano trascorse poche ore dall’intenso e breve cammino che lo aveva portato sulla costa, ma continuava ad affacciarsi alla finestra per guardare fuori. Si sentiva agitato. C’era qualcosa che non lo convinceva. Percepiva uno strano presentimento, senza sapere cosa fosse. Quando il paese era stato completamente avvolto dalle tenebre, placava la sua smania andandosene a dormire. Ma nel pieno della notte veniva svegliato dal ripetuto ed energico bussare alla porta. Alzati gli occhi per mettere in ordine le idee, aveva spostato le coperte e lasciato a malincuore il tepore del letto.

<<Zi Pè, Anna ha le doglie in anticipo, la mammana non c’è… è tornata al paese suo>> aveva quasi gridato l’uomo che fremeva sull’uscio.

Per un istante, veniva assalito da un’immagine di una donna sola e senza aiuto. Nel vedere l’espressione ansiosa del marito, zi Peppe si era affrettato a prendere un ‘vantesino’ (grembiule) prima d’incamminarsi solertemente.

Nella camera della partoriente, una sola luce era appena sufficiente a illuminare i contorni di un corpo disteso sul letto. Al suo fianco, la madre che gli indicava il “vacile” (bacinella) in ferro smaltato, già con l’acqua calda e asciugamani profumati di bucato.

Lavatesi le mani e respirata una buona boccata d’aria per darsi coraggio, l’anziano aveva alzato la testa annuendo: <<Ottimo, è tutto pronto!>>.

La giovane, nella penombra del suo giaciglio, si dimenava, urlava: il suo corpo si apprestava a lacerarsi. Spalancava gli occhi dal dolore, mentre le mani, aggrappate come morse, tiravano un asciugamano stretto tra i denti, a soffocare gli urli. Poi, finalmente, la testa del bambino… il vagito e il primo contatto con il mondo esterno: era fatta!

Stressata dalla sofferenza patita, la donna si abbandonava: chiudeva gli occhi e subito li riapriva.

<<Ecco, è un bel maschietto” esclamava ‘il mammano’ mostrando il neonato prima di porgerglielo tra le braccia: <<Prendilo, ti serve solo un po’ di coraggio>>.

La mamma, osservandolo con occhi di gratitudine, lo baciava più volte sul corpicino.

<<Eh… è andato tutto bene>> confermava compiaciuto zi Peppe, cercando il viso dell’anziana. La nonna sorrideva commossa, mentre serviva il vino speciale delle occasioni.

<<Zi Pè, ancora un altro po’, come augurio>>.

<<Allora, buonanotte e tanti auguri>> salutava l’uomo stringendole le mani.

Uscendo di casa, si lasciava la porta alle spalle di quella casa dove splendeva una nuova vita, con l’aria fresca del mattino sulla faccia che aiutava ad allontanare la stanchezza.

<< Adesso puoi gioire, Francesco!>> esclamava al padre.

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