17 Aprile 2024

rubrica a cura di Vincenzo Ciorciari

Scarse sono le notizie che si riescono a ricavare da coloro che si sono interessati alla Blasucci, i quali sono pure divisi tra chi la vuole nativa di Ruvo di Puglia, 1834, e chi la vuole di San Severo, comunque donna pugliese e unica brigantessa della regione. Unica addirittura la foto che la ritrae con la Cotugno e fu scattata come allegato alle carte del processo quando furono catturate.

A favore della prima ipotesi è la notizia certa riportata da Loretta De Felice- Tribunali militari straordinari. Guida alle fonti per la storia del brigantaggio postunitario conservate negli Archivi di Stato. Archivi di Stato. Potenza, pag. 371- Ministero Att. Culturali 1998): Blasucci Elisabetta alias “Pignatara”, fu Domenico Antonio, nativa di Ruvo, di anni 35, detenuta. A favore della seconda è la tradizione che la vuole facente parte di una compagnia di briganti di San Severo con i quali si sarebbe data alla macchia.

Le notizie continuano ad essere contrastanti anche sulla sua morte. Secondo alcuni, sorpresa nella propria casa e fatta prigioniera, fu processata e trovata colpevole di reati che le procurarono venti anni di carcere, dove morì di stenti e di malattie in seguito a maltrattamenti e addirittura torture cui fu sottoposta.

Una seconda versione popolare tramanda che alla testa della sua banda si scontrò, 1893 (?), con truppe regolari e sul campo di battaglia finirono i suoi giorni, ma non la fama di eroina che si era guadagnata in tanti anni di lotte, nemmeno dopo lo scempio che ne fecero del suo corpo: le mozzarono la testa e la esposero per tre giorni nella piazza di San Severo, secondo la convinzione che servisse da monito ad altri briganti a desistere, da deterrente ad ognuno che fosse tentato di avviarsi per il cammino della ribellione.

Elisabetta si diede al brigantaggio, non è mai sufficiente evidenziarlo, come fecero quasi tutte le altre donne, ovvero per una somma di ragioni, dicansi vendetta, paura, passione amorosa, casualità. Nel suo caso, la versione che sostiene l’ipotesi di San Severo quale paese di nascita o di domicilio riporta che in questo centro un militare piemontese di Vercelli, tale Alfredo Cosso, uccise in una cantina suo marito Michele Scottini, padre dei suoi quattro figli, per motivi di gioco di carte, come spessissimo occorreva in quei luoghi e in quei tempi.

Ne seguì la immediata vendetta della moglie che liquidò il militare, il tutto rientrando nella casistica che siamo abituati a leggere in questi casi, ragion per cui niente di trascendentale nell’operato della donna, pur protagonista di un episodio drammatico, e niente di eroico nella conseguente associazione, 1862, alla banda del brigante Pio Masiello. Tale dato ingarbuglia ancora più il mistero sulla Blasucci in quanto da altre fonti si rileva che il marito, sperato inutilmente in una concessione di un pezzo di terra demaniale, sia entrato nella banda del famosissimo Crocco con l’incoraggiato consenso della consorte che, scoperto e fucilato lo sposo, si aggregò ai briganti unendosi a Rubertone.

Non è mai sufficiente sottolineare la condizione della donna e di quel tipo di donna in particolare ma spesso sembra trovarci di fronte a romanzi di mistero scritti da abili giallisti e, nel caso della Blasucci, anche gli uomini che entrano determinatamente nella sua vita rispettano l’architettura di questo duplice copione.

Infatti, alcuni dicono che divenisse compagna o moglie del brigante lucano Giovanni Libertone e non aggiungono particolari, quasi fosse un’epigrafe mutilata su una tomba senza fotografia, mentre altri riportano che, datasi al brigantaggio nella zona di San Severo, fosse entrata nelle confidenze e nelle grazie dei capi banda Attilio Renna e Rino Vitale, creandosi un ruolo molto importante tra quella gente, alla quale nè faceva mancare i suoi peziosi suggerimenti nella preparazione e nella strategia di attacchi e imboscate, nè lesinava i suoi opportuni consigli nella gestione dei frutti delle rapine e del “personale della truppa”. Il raccontatore, a questo punto, soffre di amnesia ed appena conosciamo che dei due capi banda uno fu più fortunato e la sposò, ma non sappiamo se fosse stato lo stesso a spingerla alla prostituzione o se fosse stata “libera” scelta della donna.

La stessa Blasucci nell’interrogatorio che seguì alla sua cattura dichiarò che, mentre faceva legna nel bosco di Bucito, San Marco Argentano (Cs), aveva incontrato, giugno 1862, Nicola Mazzariello a capo di una piccola banda collegata a quella più importante di Francesco Fasanella “Tinna”. A questa apparteneva Giovanni Rubertone, anche egli di Ruvo ed ex-allevatore di maiali, che riuscì a difenderla dalle pretese del Mazzariello tanto assillanti da minacciarla addirittura di morte se non si fosse a lui concessa ma la vinse e diventò sua donna.

Elisabetta era nota per gli abiti di chiara foggia maschile e per l’abbondante armamento di cui non si liberava del tutto neanche di notte o quando riposasse, a lei unanimamente si riconosce la fama duratura guadagnatasi in tutta la vasta regione per la passionalità e il valore che dimostrava nella lotta, peculiarità che diedero origine ad una vera e propria leggenda cominciò a parlarsi di una brigantessa che, in poche parole, toglieva ai ricchi e dava ai poveri. Vero, falso, esagerato che fosse, chi sapeva qualcosa di Storia si riteneva in diritto di vantare anche attraverso le solitudini foggiane un suo Robin Hood, e ne ricavava conforto, coraggio e speranza che qualcuno, più forte ed abile della moltitudine, avrebbe potuto essere esempio e guida al riscatto.

Agli uomini da sempre è piaciuto accarezzare illusioni di epopee e aspettare miracoli di liberazioni, ma pure da sempre è accaduto doversi capacitare che nei momenti trascendentali della loro esistenza le illusioni si cangiano in realtà solo se i miracoli sono capaci di operarli essi stessi. Non sempre comparirà un David contro il gigante, c’è bisogno che un popolo ricuperi il David che è nascosto in se stesso, che si inventi il suo coraggio, imponga il suo sacrificio, rischi la sua vita e soltanto in tal modo potrà vincere il Golia del momento.

La Storia, infatti, non è propensa a concedere miracoli, fortune, casualità al singolo che nelle sue pagine vuole collocarsi, non è abituata a regalare niente al popolo che chiede venga intitolato ad esso un capitolo, ma tocca agli uomini sentirsi popolo per meritare di piangere sul tramonto della loro terra o di sognarne la resurrezione.

Della Blasucci si ricorda un avvenimento che da un lato aumentò il perimetro e la sonorità della leggenda e dall’altro diede l’occasione alle forze regolari di programmare ed insistere nell’operazione di accerchiamento alla donna e creò qualche fisura nell’immaginario collettivo.

In una delle sue abitudinarie incursioni si lasciò andare nell’eccidio dell’intera famiglia di Nicola Sapio, ignorandosene, più che i dettagli, le ragioni in quanto del malcapitato bracciante agricolo non si conoscevano nè ricchezze nè connivenze con i Piemontesi nè qualsiasi altro elemento che potesse minimamente giustificare il fattaccio e l’accanimento che lo distinse.

Al di là delle spiegazioni, segue ’u cunto che per ben dieci anni continuarono a cavalcare Elisabetta e la sua leggenda, la leggenda di Elisabetta e la sua ispiratrice, finchè, in uno dei due modi che ho sopra detto, Elisabetta lasciò che la sua leggenda cavalcasse da sola per un altro secolo.

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