11 Settembre 2026
Il fine giustifica sempre i mezzi

Angelo Gentile

C’è un principio tanto diffuso quanto insidioso nella gestione della cosa pubblica: se qualcosa viene fatto nell’interesse della collettività, sembra quasi che non possa essere criticato. «Si sta facendo qualcosa, dunque va bene». Ma dovrebbe valere il contrario: maggiore è l’interesse pubblico, maggiore dovrebbe essere l’attenzione a tempi, modalità e conseguenze.
Un intervento può essere necessario, utile o urgente senza che sia automaticamente corretto il modo in cui viene realizzato. 

Rifare una strada, pulire uno spazio pubblico, potare alberi, organizzare una manifestazione o modificare la viabilità sono attività positive, ma non per questo possono essere eseguite come si vuole, quando si vuole o scegliendo la soluzione più comoda per chi le realizza.
La domanda, quindi, non è soltanto «Era necessario farlo?», ma anche «Era necessario farlo proprio così?».
Alla critica sulle modalità si risponde spesso: «Almeno si fa», «prima non si faceva nulla», «qualcuno finalmente interviene». Ma contestare come viene realizzato un intervento non significa essere contrari all’intervento stesso. Si può ritenere necessaria la pulizia di una strada e contestarne l’esecuzione nell’ora di maggiore traffico; considerare indispensabile un cantiere e chiedersi perché venga aperto nel periodo più penalizzante; apprezzare una manifestazione e criticarne l’organizzazione.
Il punto è la proporzione tra beneficio prodotto e disagio provocato. Può accadere che il rimedio finisca per diventare più intollerabile del problema che dovrebbe risolvere.
Ed è allora che avviene un curioso capovolgimento: non è più chi organizza l’intervento a dover spiegare le proprie scelte, ma chi ne subisce le conseguenze a dover giustificare il diritto di criticarle. «Qualunque cosa si faccia, c’è sempre qualcuno che protesta» diventa così una scorciatoia per evitare di rispondere nel merito.
Un assolutorio luogo comune.
Un servizio pubblico si avvale di competenze professionali specifiche, remunerate per garantire qualità, efficienza e correttezza. Per questo dovrebbe essere organizzato innanzitutto sulle esigenze della collettività, non sulla comodità di chi lo eroga, organizza o controlla.
Esistono vincoli tecnici, economici, organizzativi e di sicurezza, ma proprio questi dovrebbero imporre scelte ponderate, comprensibili e motivate. Altrimenti il cittadino finisce per essere considerato un ostacolo: il traffico deve adattarsi, il residente sopportare, l’anziano arrangiarsi e tutti necessariamente comprendere. 

Una richiesta ragionevole solo finché anche dall’altra parte esiste il dovere di prevedere, organizzare e limitare i disagi.
In una comunità matura dovrebbe essere normale poter affermare contemporaneamente: «Era giusto farlo» e «si poteva fare meglio».
Trasformare ogni critica in ostilità impoverisce il confronto pubblico, riducendolo alla contrapposizione tra favorevoli e contrari. 

Il rischio è creare tifoserie in cui non si valutano più i fatti, ma chi li compie: ciò che fanno «i nostri» va difeso, ciò che fanno «gli altri» va contestato.
Lo stesso meccanismo ricorre in formule come «Tanto si fa ovunque», «Lo fanno tutti», «È impossibile controllare tutto».
Che un comportamento sia diffuso non significa che sia corretto. Se un problema esiste in cento luoghi anziché in uno, non diventa più accettabile: è semplicemente più diffuso. Il confronto con ciò che accade altrove dovrebbe servire a capire dove e come si fa meglio, non a trovare giustificazioni.
Anche «lo fanno tutti» confonde la frequenza con la legittimità: la diffusione di un comportamento può spiegarlo, non giustificarlo. Allo stesso modo, è vero che nessun sistema può controllare tutto, sempre e ovunque. Ma l’impossibilità del controllo totale non giustifica l’assenza di controllo. Esistono priorità, verifiche a campione, responsabilità e strumenti di deterrenza. Non poter controllare tutto significa controllare meglio ciò che è possibile controllare.
Altrimenti si arriverebbe al paradosso per cui più una regola viene violata, meno avrebbe senso farla rispettare: il successo della violazione finirebbe per cancellare la regola.
Il problema, in definitiva, è culturale prima ancora che amministrativo: l’interesse pubblico non può diventare l’assoluzione preventiva di qualsiasi modalità utilizzata per perseguirlo.
L’incarico pubblico rischia talvolta di essere percepito come una sorta di salvacondotto contro ogni critica: si fa come si vuole, quando si vuole e con i mezzi ritenuti più comodi. Ma chi opera su mandato pubblico non lavora soltanto per chi gli ha affidato l’incarico: svolge un’attività destinata alla collettività e finanziata, direttamente o indirettamente, dalla collettività stessa.
È quindi alla collettività che deve rendere conto di cosa fa, come lo fa, quando lo fa e perché sceglie determinati mezzi e modalità.
Perché il vero committente, quello che alla fine paga il conto, è sempre il cittadino.
E se trasparenza, responsabilità, controllo e necessità di limitare i disagi vengono percepiti come vincoli eccessivi, occorre ricordare una differenza fondamentale: lavorare per il pubblico non equivale a lavorare per un committente privato.
Il denaro è pubblico, gli effetti ricadono sulla comunità e l’interesse da tutelare è collettivo. Per questo chi opera nella sfera pubblica deve accettarne anche gli obblighi e le responsabilità.
Il pubblico non può essere fatto a misura di chi lo gestisce o di chi vi lavora. È chi vi lavora che deve essere all’altezza della misura del pubblico.

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