11 Settembre 2026
Ricordi ed emozioni. Guccini e la mia generazione

Guccini e la mia generazione

CARLA MAURANO*

Voleva fare lo scrittore e gli piaceva che lo riconoscessero come un intellettuale. 

Francesco Guccini, non avendolo mai conosciuto, posso dire solo quello che è stato per me. E per tanti come me.

Era “il più colto dei nostri cantautori” e a definirlo così non era stato uno qualunque ma il grandissimo Umberto Eco.    Dicevano fosse piaciuto a Paolo VI e anche se di questo apprezzamento del Papa non si è mai avuta conferma ufficiale, è certo che il suo Dio è morto, subì la censura della RAI ma fu trasmessa da Radio Vaticana.  

Cantò di una natura violata e della perdita della  memoria, di donne e uomini sfruttati, del lavoro, della povertà e della ribellione. 

Soprattutto cantò di libertà, libertà sempre ricercata e da lui dichiarata come la grande fede della sua vita. 

Della sua figura cercarono di impossessarsi il PCI, gli anarchici e tutte le frange della sinistra, mentre lui conservava la sua ingombrante immagine autonoma, coraggiosa, ribelle di moderno membro dei poètes maudits

Una parte della mia generazione lo amò profondamente. 

Dico un parte perché non eravamo tutti, ad amarlo. Non lo amavano quelli di destra, quelli tra i comunisti che lo sentivano non membro del partito ma anarchico, quelli tra gli anarchici che percepivano comunista, quelli che negando il dono più grande della gioventù erano già benpensanti e temevano l’artista che beveva nelle osterie e rifiutava le comparsate su Canale5. Era un’epoca complessa quella in cui io sono cresciuta, ricca di ideali e di ragazze e ragazzi pronti a difenderli senza mezzi termini. 

Certo è però che quando nelle sere tra amici -e per essere amici, è ovvio, la pensavamo tutti allo stesso modo- in quelle sere quando qualcuno prendeva una chitarra e si cominciava a cantare, c’era sempre il momento in cui irrompeva la sua Locomotiva

Era allora che qualcuno imitava il suo tono basso e  iniziava il racconto di Pietro Rigosi (quanto avevamo discusso se il suo fosse stato davvero il gesto di un folle o di un combattente: erano tempi difficili per una gioventù che vivevagiornalmente e con dubbi e sofferenza il pacifismo, di cui ero e sono personalmente e fieramente intrisa e la lotta a favore delle classi sfruttate). 

Ed era allora che le voci si alzavano trionfanti per pronunciare le parole “gli eroi sono tutti giovani e belli”, era allora che Guccini operava un laico miracolo e noi, vivendo una magica inversione del testo, da giovani e (forse) belli diventavamo immediatamente gli eroi, quelli che avrebbero cambiato il mondo, in meglio. Sì, noi che nella semplicità di un appartamento di studenti universitari fuorisede,  diventavamo coloro che finalmente avrebbero cambiato le cose, sottratto alla miseria il proletariato, affermato la giustizia e finalmente la libertà. 

In quella stanza, seri e divertiti, gridavamo sulle note un po’ stonate che “Dio era morto”, sì, gridavamo e sapevamo che sarebbero arrivate le urla minacciose della vicina, urla che tentavano invano di coprire le nostre risate di giubilo, perché era uno dei nostri fini infastidire la società borgese e bigotta.       Che Dio fosse risorto lo cantavamo a bassa voce, di nuovo seri, compenetrati nella nostra missione di bene, quella era la nostra speranza contro tutto e contro tutti e quella speranza, doveva rimanere  rigorosamente “nostra”. 

A chiudere, era quasi sempre Il vecchio e il bambino e non ho mai ben capito perché ma era il momento in cui un languore romantico calava su di noi, le mani degli innamorati si cercavano e anche se quella non era una generazione di manifesto romanticismo gli occhi si cercavano per rinnovare una promessa: ai nostri figli restituiremo i fiori, gli alberi, gli odori che mancano in quel campo indicato dal vecchio, non sarà una fiaba, sarà la realtà. 

 Ogni volta che nella mente ripercorro quelle serate, ogni volta che ripenso a quei volti, mi  assale la tristezza. 

 Quand’è che la mia generazione, certo non tutti ma molti, troppi, hanno dimenticato le promesse fatte tramite le parole di colui che non conoscevamo di persona ma che chiamavamo familiarmente il maestrone, e sono state gettate ai rovi?  

Quando tanti di noi hanno barattato idee ed ideali per un posto in un partito politico o in un consesso  che nega la dignità ai diversi, ai poveri, agli emarginati, che è indifferente al grido d’allarme della natura, all’impegno dovuto a coloro che non dovrebbero vivere nel racconto di cosa c’era ma nella bellezza di cosa sarà? Quando?
In fondo lo so, ma è troppo triste pensare che anche allora non fossero tutti convinti ma che seguissero solo una moda.    Preferisco appellarmi alle parole di un altro grande della letteratura, Cesare Pavese: “Verrà il giorno in cui il giovane Dio diventerà un uomo”.
Ecco, sono cresciuti!
Ma Guccini era già un adulto quando cantava il mondo e gli ideali di giustizia che noi giovani cantavamo e in cui credevamo.  

Siamo cresciuti, tutti.
Ma lo ricordo, si può diventare donne e uomini, mantenere gli impegni presi in gioventù, quelli presi guardandosi negli occhi sulle note del più colto dei nostri cantautori.

*Architetto – Consulente Progetti Unesco



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