16 Settembre 2026
Quale identità nel Cilento

Pasquale MARTUCCI

Se intendiamo argomentare in tema di identità nel Cilento, si devono affrontare una serie di questioni anche per gli sviluppi nel tempo di un concetto che è sempre più discusso, sempre più divisivo, affidandosi a dicotomie quali: “chiusure” e “aperture”, “identico” e “diverso”, “conservazione” ed “evoluzione”.

Se ci si affeziona all’uno o all’altro termine oppositivo, il discorso appare fuorviante: identità, come identico, uguale, è nella logica delle cose; in filosofia è il principio di identità, in cui “A è uguale ad A”; ma “A” non esiste se non in confronto con ciò che è “altro da A”, per trovare le differenze. Del resto, lo stesso processo di formazione dell’individuo, qui è la psicologia che viene in soccorso, consente di porre questioni legate a identificazione (in rapporto alle figure con le stesse caratteristiche), individuazione (sviluppo del processo di differenziazione), imitazione (riproduzione dei modelli di comportamento), interiorizzazione (acquisizione di atteggiamenti, valori, comportamenti, norme).

Ora tutto ciò serve per formare l’identità, ma non è possibile senza il confronto con l’altro da sé; e poi, i principi enunciati comportano comunque relazione, scambio, confronto. Il problema, dunque, sembrerebbe risolto attraverso l’idea che l’identità è evolutiva!, nel senso che è frutto di interazioni che per loro natura comportano un cambiamento rispetto ad una originaria e statica definizione; ma allargando la questione a: quale identità nel Cilento?, ci si trova di fronte ad ulteriori difficoltà esplicative che richiedono altre digressioni.

L’identità cui mi riferisco nelle ricerche realizzate è la cilentanità, un concetto ripreso negli anni Novanta per intenderlo come un valore che si fonda sull’appartenenza ad un territorio “fisica, morale, culturale, psicologica”. Per ritrovare quella identità si è realizzato un processo che ha fatto interagire elementi differenti che vedono coinvolti la storia, la vita socioeconomica, i comportamenti e la psicologia degli stessi, ed anche le istituzioni, il diritto che va ad inserirsi ed influenzare con i suoi disposti la società. Si può dire che la “cilentanità è un valore collettivo” che, a partire dall’isolamento geografico del Cilento, e dunque dall’incapacità di subire profondi condizionamenti esterni, si è definito, attraverso il confronto della comunità con se stessa e con l’ambiente e il territorio, “grazie ad un sistema comune di regole e di pratiche di vita”. Nel sociale, nella comunità, emerge il senso di un’identità forte e coesa.

La questione successiva è ancora più intricata.

Dove si trovano le forme più autentiche della “cilentanità”? La risposta più pertinente è che la “cultura materiale” possa racchiudere il senso del valore identitario. Ma la “cultura materiale” è anche rapporto con l’immaterialità, con superstizione e fatalismo. Tutto il percorso identitario non può che fondarsi sullo “spirito comunitario”, che riconduce ad arti e mestieri, feste e riti, lavori quotidiani nei campi, prodotti tipici e alimentazione, linguaggio, dialetto, oralità. A proposito delle forme di comunicazione, centrali sono i “cunti”, i racconti di una certa tradizione popolare cilentana che permettono di scoprire il senso reale delle cose che è in confronto con l’immaginazione, l’irreale, il fantastico. Questa asserzione trova nell’immaginario collettivo l’idea di una comunità che vive in sé e utilizza questi elementi per rinsaldare i valori, offrire messaggi a fini educativi: trasmettere il senso del lecito e del proibito nella società.

Nelle ricerche realizzate nel territorio, ho trovato una perfetta coincidenza tra la cilentanità e il concetto tracciato da Ferdinand Tönnies, la cultura tipica delle comunità contadine, che indicò come comunità, differenziandola dalla società. Se le società erano fondate sull’interesse, l’avidità, la brama di profitto e l’ambizione, le comunità erano fedeli a loro stesse nella misura in cui: erano forti i legami di tutti gli elementi che la caratterizzavano; erano entità piccole e riconosciute dai loro membri; erano autosufficienti, capaci cioè di provvedere alle attività e necessità dei membri; erano legate ai luoghi. Il “senso dell’identità cilentana” era cioè riconducibile a: atteggiamenti e abitudini (di vita); adattamento (nel rapporto con l’ambiente); appartenenza e attaccamento (ai luoghi e alle persone); subalternità (al potere); accoglienza e disponibilità (nei confronti dell’ospite).

Queste evidenze erano legate agli studi su un territorio che presentava, fino agli ultimi decenni del Novecento, tratti e valori ancora tradizionali, specie nei paesi dell’interno. Il contesto era quello popolare, giacché in questa terra non erano presenti elementi identificativi specifici e rilevanti nelle classi medie e medio-alte, in quelle nobili ed ecclesiastiche.

Dalle osservazioni sul campo, quel mondo popolare consentiva di affermare il termine cilentanità, almeno nelle generazioni meno giovani, quelle poco segnate dall’idea di modernità, e nei luoghi più impervi, dove la “contaminazione” non aveva del tutto “inquinato” il rapporto cultura/tradizioni. In sostanza, dove il processo di modernizzazione non è stato particolarmente rapido, sono emersi sentimenti di identificazione collettiva caratterizzati da modi di vita immediati dove i contatti risultavano essere personali e semplici, dove le dimensioni degli aspetti di vita in comune erano ridotte.

In sintesi, la cilentanità può essere individuata attraverso una serie di elementi.

  1. Interessi storici territoriali – sono legati ad una storia millenaria, che lascia una eredità per le nuove generazioni, ovvero quel patrimonio artistico, architettonico e naturale costituito da reperti archeologici, monumenti e palazzi gentilizi, castelli e chiese, centri storici, paesaggi suggestivi, ovvero quella natura a tratti incontaminata la cui salvaguardia è stata disciplinata grazie alla costituzione del Parco Nazionale.
  2. La vita e la cultura materiale – sono associate nel passato ai cicli lavorativi, le tradizioni che si tramandavano e mantenevano coesa la popolazione, le feste, i riti, i giochi, tutti i momenti dell’esistenza, dalla nascita, al matrimonio, alla morte.
  3. Linguaggio e oralità – sono le particolari espressioni dialettali che nelle comunità cilentane del passato erano l’unico linguaggio conosciuto ed utilizzato, determinante per il processo di socializzazione e per il consolidamento della struttura sociale.
  4. Forme rituali – hanno affermato la cultura popolare attraverso feste ed eventi, consolidati nel tempo e nei luoghi, che comportavano la celebrazione di un rito collettivo simbolico, in cui veniva messa in scena la rappresentazione di un teatro popolare di origini e tradizioni arcaiche, attraverso l’esecuzione di azioni, movimenti e gesti.

L’identità cilentana, dunque, riguarda la memoria e i saperi, e di conseguenza il vissuto sociale, che si realizza attraverso:

  • la vita narrata e il linguaggio dei protagonisti;
  • le leggende e le storie narrate (ad esempio, il brigantaggio);
  • le credenze raccontate (malocchio, scongiuro, streghe e diavoli);
  • lo sconfinamento nel fantastico, nell’irreale;
  • le parole della religione (quelle popolare, intesa come pratica);
  • la modalità di narrare le storie.

Quando si parla di identità cilentana, il riferimento è al concetto di appartenenza ad un territorio, ma quale territorio?

Molti studiosi hanno individuato nel tempo il Cilento: inizialmente la vetta del Monte Stella; in seguito, l’area che va dal Solofrone all’Alento; ancora successivamente dalla zona che va da Paestum a Sapri; infine, con l’istituzione del Parco Nazionale, c’è l’aggiunta del territorio degli Alburni e del Vallo di Diano. È evidente che non può certo considerarsi un territorio omogeneo, data la vastità e soprattutto le specificità. L’individuazione più efficace potrebbe aggregare aree interne e costiere, oppure ambiti fluviali e pianeggianti, oppure riscontri legati alle vie di comunicazione.

Sulla disomogeneità territoriale, credo di aver circoscritto la questione in quanto la ricerca ha riguardato essenzialmente un arco temporale e una cultura comunitaria ben definita. La vita cilentana era simile; difformi semmai le forme di campanilismo, le convenienze, le dispute che si concretizzavano in occasioni particolari. Pensiamo alle Congreghe: c’erano forti litigi per una mancata precedenza, ma le Congreghe come forme identitarie cilentane restano e svolgono analoghi rituali in tutti i borghi cilentani. In tal senso, queste particolari forme ed espressioni religiose potrebbero costituire un ambito specifico per parlare della costruzione di un’identità evolutiva che tenga in particolar conto il rapporto passato/presente/futuro.

Produco un altro esempio. Alla fine degli anni Novanta, con il collega Antonio Di Rienzo, fui coinvolto in uno studio, avente quale finalità la tutela e la valorizzazione del patrimonio socioculturale, realizzato nell’ambito del Progetto “Beni Culturali CNR”, Università Napoli, Facoltà di Sociologia, e Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano. L’intento era di studiare il territorio nei suoi aspetti socioculturali e nelle forme di aggregazione e di socializzazione che si sviluppavano intorno alle risorse storiche, artistiche ed architettoniche. I risultati proposero di superare una tipologia dei paesi costruita secondo una classificazione che riguardava la dimensione modernità/arretratezza della zona: i paesi della costa, quelli più influenzati dai flussi turistici, e quelli dell’entroterra, che conservavano gli usi e le tradizioni del passato. I primi erano molto più portati a dimenticare la propria identità e ad essere condizionati da eventi esterni, da culture differenti; i paesi dell’interno, al contrario, mantenevano i valori di un tempo e su di essi costruivano i presupposti della loro esistenza, riproducendo e valorizzando comportamenti e tradizioni per non perderli. Si riscontrò che alcuni centri dell’interno, ma anche molti paesi della costa che intendevano migliorare le loro forme di accoglienza, attrezzati e con aperture verso il mercato esterno, riuscivano a determinare una nuova caratteristica: “il consumo della cultura”. Si avvicinano cioè a quei centri che negli ultimi decenni avevano conosciuto flussi turistici e consequenziali benefici economici, anche se con presupposti differenti.

Riscontrammo che le risorse territoriali erano legate alle feste e ai momenti aggregativi (spontanei ed organizzati), riproducenti la cultura popolare, le espressioni religiose, la storia locale, ma anche le forme moderne di vivere la festa, il divertimento. Se tutto ciò era legato alla rivalutazione delle risorse artistico-architettoniche, le chiese e i castelli, le torri e gli scavi archeologici, allora l’intervento di riproposizione di una cultura da valorizzare aveva senso.

Ancora oggi, è proprio intorno ai centri storici, formati da piazze e palazzi baronali, fontane ma anche dimore più umili, quelle di una popolazione che sulla cultura materiale ha costruito la propria esistenza, si sviluppano i momenti ludici e festivi. Ed ecco, allora, che le risorse si fondono e trovano il modo di assemblare tutta la vita del passato: dalla storia all’arte, dalla cultura popolare alle espressioni religiose.

Ultima considerazione è sugli uomini. Identità cioè come persone in azione che partono dal territorio e ne utilizzano le risorse. Le ultime ricerche si stanno indirizzando proprio verso il ruolo dei soggetti territoriali, che non agiscono in termini individualistici ma trovano nella coesione e nell’operare in comune le ragioni per poter parlare di forme identitarie comunitarie, che passino attraverso le risorse culturali disponibili oppure la valorizzazione di prodotti tipici autoctoni. Le azioni sono ancora poco diffuse, ma una certa inversione di tendenza si sta verificando. I soggetti in azione possono relazionarsi ed entrare in contatto con ambiente e territorio, acquisire dagli altri, dai diversi, la complessità della vita, recuperare le risorse territoriali con il supporto di tecnologia e comunicazione. Sono i soggetti relazionali, creativi ed empatici, che potrebbero essere determinanti per recuperare i saperi tradizionali e guardare al futuro.

Le conclusioni non possono che essere affidate ad un’identità come restanza, nel senso di arrestare l’abbandono attraverso iniziative indirizzate alla riscoperta e rivalutazione delle proprie radici, della storia, dell’arte e dell’architettura dei centri storici, senza trascurare il patrimonio immateriale, le voci, i volti e la protezione delle diversità culturali, di cui si parla tanto oggi in termini di valorizzazione e diffusione.

Oggi sembra necessario riflettere sul rapporto tra tradizione e modernità, considerando quali legami siano importanti per parlare di cultura cilentana, di cilentanità, e verificando quali concetti e termini del passato debbano confrontarsi con le innovazioni per guardare al futuro.

Occorre seguire un approccio ermeneutico di impronta umanistica ed empatica che sappia calarsi in coordinate identitarie significative in luoghi, anche se eterogenei, contigui al territorio.

È un orientamento che prevede l’incontro tra sé e gli altri: a) partire dalle connotazioni antropologiche per investire nelle potenzialità di cui dispone il territorio; b) superare sia l’individualismo che la conservazione, ovvero un approccio che in senso psicologico si chiama individuazione, e che ritengo denominare soggettivismo; c) rinnovare l’identità per inserirla nella fase evolutiva.

L’assunto è che “la modernità è cambiamento”: il mondo dell’azione sociale è di favorire l’interdipendenza tra relazioni, conflitti, azioni, creazione, mutamento, temi ecologici, realizzando quel livello di soggettivazione che si rapporti ai sentimenti, alle relazioni e al riconoscimento dell’altro.

Il cambiamento è rappresentato proprio dallo sforzo dell’individuo di diventare attore, di mettersi al servizio della sua esigenza e del suo desiderio di affrontare un universo in movimento. Si tratta di un soggetto culturale in grado di ritornare padrone del proprio destino, capace di cambiare la propria realtà.

Per realizzare questo processo, l’approccio conoscitivo deve realizzare una costruzione culturale e sociale, che permetta di far affermare il valore collettivo perché i cilentani/soggetti devono trovare idee e nuove consapevolezze, devono agire ed operare per poter affermare la loro vita in questa terra ricca di storia e bellezza, fascino e cultura.

La questione non è facile da affrontare, soprattutto se ci si abbandona al solipsismo e si producono iniziative poco partecipate. L’azione solitaria che diffida delle idee comuni non permette di approcciarsi nel modo giusto a qualunque tipo di azione da intraprendere.

Negli ultimi tempi, nel territorio cilentano si possono individuare gruppi di persone che interessano con le loro azioni le cronache locali: convegni, presentazioni di libri, dibattiti, che si mettono insieme per creare occasioni di cultura, intesa nel senso antropologico-sociale di vivere ed appartenere alla comunità. Sono individui che riescono a condividere un’idea, come quella del loro patrimonio culturale, dei prodotti tipici, oppure diffondono l’idea identitaria che certamente non è conservazione ma valorizzazione, ovvero un processo in cui ciascun elemento deve lavorare in sinergia per la realizzazione e l’affermazione di un obiettivo. Per valorizzazione si intende evidenziare le risorse di un territorio, sia ambientali che storico-culturali, l’artigianato, i luoghi di interesse sociale e le tradizioni locali, al fine di promuoverli, con un’azione conoscitiva, la costruzione di un processo di comunicazione, forme di attività che favoriscano il benessere della popolazione. Occorre agire attraverso un “turismo culturale”, come esperienza unica e autentica, totale, che consideri centrale l’essenza del luogo, la sua identità. Gli eventi si possono organizzare condividendo un’idea/progetto forte che lega molte persone che condividono un senso di appartenenza al gruppo e alle tesi che si manifestano anche con approcci differenti. È importante la pubblicizzazione/promozione dell’evento che tra l’altro deve contenere aspetti di continuità, per interessare luoghi e contesti ampi, variegati interpreti, apertura alle “culture” che si esprimono attraverso differenti linguaggi. Una nuova narrazione è quella dal di dentro, che permette di elaborare, interpretare, comprendere, evocare, i valori e le azioni compiute in una comunità, quella identità di un territorio che descrive il contesto/cultura, e lo proietta attraverso l’indissolubile legame passato/presente/futuro.

Riferimenti bibliografici:

Sulle tematiche identitarie sono diversi i volumi da me pubblicati negli anni: Identità cilentana e cultura popolare (1997); Le comunità cilentane del novecento (2005); Cilentanità (2008); Memorie rituali (2011); Comunità in festa (2018); Del Cilento e del suo Genius Loci (2023)Identità evolutive (2024); Culture Immateriali (2025); Sentieri sospesi (2026).

Cfr. anche i lavori pubblicati sul sito: http://ricocrea.it.

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