19 Agosto 2026

Alta velocità, politica senza visione e retorica da conferenza stampa

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Alta velocità, politica senza visione e retorica da conferenza stampa

GAETANO FIERRO*

Quando si parla di infrastrutture non si discute soltanto di treni o di binari: si parla di diritto alla mobilità, di sviluppo economico, di opportunità e, in molti casi, della possibilità per un territorio di continuare a vivere.
Una ferrovia moderna non è soltanto un mezzo di trasporto: è una possibilità concreta di sviluppo, un collegamento con il futuro capace di trattenere giovani, attrarre imprese e impedire che intere aree vengano lentamente condannate all’isolamento.
Le differenze nella qualità della rete ferroviaria, nella presenza di linee a doppio binario, nell’elettrificazione e nei tempi di percorrenza sono fatti che incidono realmente sulla competitività
dei territori, sugli investimenti e, inevitabilmente, anche sullo spopolamento.
Proprio perché il tema è così serio, credo però che meriti una distinzione fondamentale: i dati sono una cosa, le interpretazioni un’altra. 

Dire che il Mezzogiorno soffra un ritardo infrastrutturale è un’affermazione supportata da numeri.              Sostenere invece che esista una volontà deliberata di spegnere i motori del Sud è una valutazione politica, rispettabile, ma che richiederebbe prove ulteriori rispetto ai dati riportati. 

Confondere questi due piani rischia di indebolire la stessa denuncia.
Un articolo coglie invece nel segno quando denuncia un sistema che sembra capace di trovare rapidamente risorse per alcune opere, mentre per altre si invocano continuamente vincoli, scadenze e ostacoli burocratici.
È una percezione che alimenta sfiducia e che la politica, qualunque sia il colore del governo, dovrebbe avere il dovere di smentire con i fatti, non con le dichiarazioni.
C’è poi un aspetto che considero emblematico. 

Chiudere una linea ferroviaria per mesi, parlare di ammodernamento e ritrovarsi con gli stessi tempi di percorrenza significa autorizzare i cittadini a porsi qualche domanda. 

Se il risultato finale è identico a quello iniziale, è legittimo chiedersi dove sia finito il beneficio dell’intervento.
In questo senso, la definizione di Alta Velocità rischia di diventare più un’operazione di marketing che una descrizione tecnica.
Perché una cosa dovrebbe essere chiara a tutti: un Frecciarossa non trasforma automaticamente una linea ordinaria in una linea ad alta velocità. 

Sarebbe come applicare il cavallino Ferrari sul cofano di una utilitaria e aspettarsi che il motore sviluppi trecento cavalli.  Cambia il marchio, non cambiano le prestazioni.
La velocità di un treno dipende prima di tutto dall’infrastruttura su cui corre.
E se l’infrastruttura resta quella di decenni fa, nessun nome altisonante potrà modificare la realtà.
Allo stesso tempo, sarebbe intellettualmente disonesto attribuire ogni responsabilità esclusivamente
a Roma.

Se il divario dura da decenni significa che hanno fallito governi nazionali di ogni colore politico, ma anche una parte della classe dirigente meridionale, spesso incapace di fare sistema, di presentare progetti realmente competitivi, di utilizzare tutte le risorse disponibili o di difendere con sufficiente determinazione gli interessi del territorio. 

Continuare a raccontare che la colpa appartenga sempre e solo agli altri rischia di diventare un comodo alibi.

Ed è forse proprio questo il paradosso più italiano.
Mentre i cittadini aspettano infrastrutture moderne, la politica continua a correre soprattutto nelle conferenze stampa. 

Sui social viaggia a trecento all’ora; sui binari, molto meno.
Ogni cambio di governo porta con sé nuovi annunci, nuove promesse e nuove inaugurazioni simboliche, ma i tempi di percorrenza, quelli reali, sembrano conoscere una sola costante: la pazienza dei viaggiatori.
Il punto, allora, non è  stabilire se abbia più colpe la destra, la sinistra o il centro. 

Dopo trent’anni di alternanze, sarebbe persino riduttivo.
La vera domanda è un’altra: quanti chilometri di infrastrutture moderne sono stati effettivamente consegnati ai cittadini?
Perché le conferenze stampa finiscono, gli slogan cambiano, i post sui social vengono dimenticati. I binari, invece, restano. 

Così come restano i ritardi, l’isolamento e le occasioni perdute.
Per questo condivido l’appello ai sindaci, ma lo allargherei a tutta la rappresentanza istituzionale. 

Oggi il Sud non ha bisogno di nuove narrazioni, di guerre tra poveri o di propaganda reciproca.
Ha bisogno di cronoprogrammi pubblici, investimenti verificabili, tempi certi, responsabilità precise e di una rendicontazione trasparente che permetta ai cittadini di sapere chi decide, chi realizza e chi, eventualmente, non mantiene gli impegni.
Perché un Paese realmente unito non può avere cittadini costretti ad accontentarsi di opportunità diverse solo perché vivono in territori diversi.
Il Mezzogiorno non chiede corsie preferenziali né privilegi. 

Chiede semplicemente che la parola Repubblica, scritta nell’articolo 3 della Costituzione, abbia lo stesso significato a Milano come a Potenza, a Bologna come a Taranto, a Verona come a Reggio Calabria.
Perché i cittadini non dovrebbero essere classificati in base alla velocità dei binari che hanno sotto casa.
 Se l’Italia vuole davvero definirsi un Paese unito, deve dimostrarlo dove conta davvero: nelle infrastrutture, nei servizi e nelle opportunità.
Tutto il resto rischia di rimanere soltanto retorica da conferenza stampa.

*Politologo – già Sindaco di Potenza 

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