LETTERA APERTA A SIGFRIDO RANUCCI
e, per conoscenza, al Presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Campania OTTAVIO LUCARELLI

Maria Rosaria BOCCIA
Caro Sigfrido,
questa non è una lettera che nasce d’impulso.
Non nasce dalla rabbia di un giorno, da una delusione momentanea o dall’ennesimo titolo letto distrattamente davanti a un caffè.
Nasce dopo quasi due anni di osservazione, di monitoraggio quotidiano, di raccolta di documenti, di confronto con giornalisti, direttori, avvocati e cittadini; nasce, soprattutto, dalla convinzione che ciò che sto vivendo non riguardi più soltanto Maria Rosaria Boccia ma possa riguardare chiunque, domani, dovesse trovarsi improvvisamente al centro di una vicenda mediatica.
Spesso condividiamo riflessioni, dubbi, preoccupazioni sullo stato del nostro Paese e, fortunatamente, anche qualche sorriso e qualche battuta che rendono più leggeri i giorni più difficili.
Ed è proprio per questa ragione che oggi mi rivolgo pubblicamente a te.
Perché, tra i pochi giornalisti italiani che continuano a praticare il giornalismo d’inchiesta come servizio ai cittadini e non come esercizio di opportunità, ritengo che tu abbia il dovere morale e professionale di osservare ciò che sta accadendo.
Non per me, non in difesa di Maria Rosaria Boccia, ma in difesa di un principio che dovrebbe appartenere a tutti gli italiani: quello secondo cui le notizie dovrebbero essere trattate con lo stesso metro.
SEMPRE.
Negli ultimi due anni ho assistito a qualcosa che, a mio avviso, sembrerebbe andare nella direzione opposta.
Quando una notizia riguarda Maria Rosaria Boccia, spesso vedo titoli aggressivi, ricostruzioni fantasiose, interrogativi trasformati in sospetti, supposizioni che sembrano assumere il valore di fatti, articoli costruiti più sull’insinuazione che sulla verifica.
Molte di quelle pubblicazioni sono finite all’attenzione dei miei legali.
Alcune hanno dato origine a querele.
Altre continuano a essere oggetto di approfondimento.
Quando invece le notizie riguardano Sangiuliano, ho talvolta l’impressione che il criterio adottato da una parte dell’informazione diventi improvvisamente più prudente, più cauto, più selettivo.
Naturalmente potrei sbagliarmi.
Naturalmente ogni redazione è libera di effettuare le proprie valutazioni.
Ma è proprio perché non voglio affidarmi alle impressioni che ho iniziato a raccogliere dati, episodi, pubblicazioni, omissioni e decisioni editoriali.
L’episodio che mi ha spinta a scrivere questa lettera è accaduto nelle ultime ore: il 10 giugno 2026 l’ANSA pubblica una notizia dal titolo:
“Medico a carabinieri: ‘Sangiuliano? Ferita superficiale, medicato e dimesso’”.
Successivamente Fanpage riprende la stessa notizia con il titolo:
“Caso Boccia-Sangiuliano, il dottore che curò l’ex ministro: ‘Una ferita superficiale, medicato e dimesso’”.
La notizia riguardava le sommarie informazioni testimoniali rese ai carabinieri da due medici del Policlinico Gemelli, i quali avrebbero riferito che l’ex ministro si era presentato in ospedale con una ferita superficiale al cuoio capelluto, dichiarando di essersela procurata urtando contro un angolo della scrivania, venendo medicato e successivamente dimesso.
Una notizia VERA.
Una notizia DOCUMENTATA .
Una notizia contenuta negli atti di un procedimento giudiziario.
Una notizia che, a mio avviso, avrebbe un evidente INTERESSE PUBBLICO.
Eppure quella notizia mi ha posto un interrogativo: per quale motivo una notizia battuta dall’ANSA è stata ripresa soltanto da Fanpage e praticamente ignorata dal resto del sistema informativo nazionale?
E per quale motivo, successivamente, quella stessa notizia non risultava più reperibile nelle modalità originarie?
Quando una persona mi ha segnalato questa circostanza, ho iniziato a fare ciò che dovrebbe fare qualsiasi cittadino interessato alla verità: ho chiesto spiegazioni.
Ho contattato il dottor Guidelli dell’ANSA.
Con lui, già il mese precedente, avevo avuto un confronto acceso sul tema della disparità di trattamento che ritengo di avere riscontrato.
