Il Taccuino di Baudelaire del 23 giugno 2026 di Giovanni Farzati

Rubrica “Il Taccuino di Baudelaire” di Giovanni Farzati
…Mango scrisse – Vatolla – Parole dalla rete e sottolineate
Cit
“Ho sempre guardato il mondo dal punto di vista di chi sta ai margini, perché
è lì che si nasconde la verità più autentica,
La musica non può cambiare le leggi del mondo, ma può dare voce a chi è stato reso invisibile dalle ingiustizie della storia. Scrivere è sempre, in qualche modo, un atto di resistenza contro il buio.“
Mango
Se non ti emozioni tu per primo non puoi comunicare emozioni..
La casa dei piedi felici
Raccontare il proprio paese e la quotidianità (Sciascia)
Cilento
Vatolla, salvato in extremis un cane con ancora quattro zampe
Follia, ci meritiamo l’estinzione; un cane è stato legato ad un albero; per più giorni nel bosco sopra il paese; messo in salvo da una donna del posto; denutrito; agonizzante per la sete; ridotto allo stremo delle forze.😁
Tutto questo ha fatto infuriare il vice sindaco di Perdifumo: Marseo Ronzio; il quale ha condannato l’episodio;;concludendo:
“se c’è qualcuno che conosce notizie, le riferisca alle autorità; poi vediamo se lo fa più”.
Il cane adesso ha un nuovo padrone; un geometra sj è fatto avanti per adottarlo; decisamente fortunato, il cane che ha rischiato di brutto.
Parole dalla rete
Crescenzo Marino racconta la storia di Giuseppe Barretta di Laureana
Il 21 giugno del 1943, nel giorno del solstizio d’estate, mentre le spighe della Piana del Sele attendevano il rumore ritmico e secco della falce, Battipaglia conobbe e subì il suono della paura. Era il giorno di San Luigi e la città, ancora ignara del suo destino, respirava il consueto odore di ferro, di tabacco, di latte e di treni in arrivo. Vicino alla stazione ferroviaria, dove i binari sembravano allungarsi verso il mondo, si stavano alzando i muri del palazzo dei fratelli Giovanni, Settimio e Mario Ferraro, che ancora oggi accarezza via Italia, via Istria e via Roma e guarda il passare delle stagioni e dei viaggiatori. Là, fra calce e mattoni, lavorava un ragazzo di diciott’anni di nome Giuseppe Barretta, nato a Laureana Cilento il 10 settembre 1924, figlio della dignità contadina, con le mani già indurite dalla fatica. Non immaginava che di lì a poco il cielo si sarebbe aperto non alla pioggia, ma alle bombe. Verso mezzogiorno, preceduti da un rombo lontano, tipo un temporale estivo, arrivarono gli aerei bimotori americani B-25 Mitchell. Si sentirono assordanti boati e la terra tremò. La stazione ferroviaria fu colpita con furia, il fumo oscurò il sole, i vetri esplosero, le urla si confusero con le sirene e con le preghiere. Persero la vita 55 civili e Battipaglia, per la prima volta, sanguinò. Giuseppe si salvò grazie al destino che aveva altri progetti per lui o forse per intercessione di San Luigi. Non riuscì a prendere un treno per tornare a casa, così si avviò verso Laureana a piedi. Con la polvere addosso e il terrore ancora negli occhi, camminò per decine di chilometri. Di tanto in tanto qualche anima buona che lo incontrava, vedendolo stremato, lo faceva salire sul carretto per un tratto di strada per poi lasciarlo al suo solitario viaggio di ritorno nel sole e nel silenzio. Grazie a Dio arrivò a casa sano e salvo e, per tutta la vita, ringraziò il santo del giorno in cui la morte gli passò accanto senza prenderlo. La guerra non finì con la pace, cessarono soltanto i bombardamenti, ma restarono la fame e la miseria, il padre, la madre, sei fratelli e una sorella da aiutare. Il giovane cilentano non poteva permettersi di arrendersi e così, con la disperazione dei poveri e la volontà di chi cerca solo di vivere, entrò nel mercato nero. L’olio d’oliva del Cilento divenne il suo tesoro e cominciò a recarsi a Napoli e nei paesi vicini, spesso sui treni merci, indossando un cappotto militare, per sembrare un soldato e sfuggire ai controlli. Portava sulle spalle il peso dell’olio e della speranza e non dormiva mai perché, chiudendo gli occhi anche per un solo minuto, qualcuno avrebbe potuto rubargli la merce e con essa il pane per la famiglia. Era una guerra diversa, senza bombe, ma crudele allo stesso modo. Quando l’olio costava dieci, venti lire al litro, lui arrivò a venderlo persino a mille lire, non per diventare ricco, ma per sopravvivere e pensare al domani. Fece il contrabbandiere fino al 1947 riuscendo a mettere da parte ventisettemila lire. Una fortuna se si pensa che a quel tempo un operaio guadagnava appena due o tremila lire al mese. Aveva nella mente un desiderio semplice, che ai poveri sembra sempre immenso: una piccola attività ambulante tutta sua, voleva fare il “piattaro” e vivere onestamente del proprio lavoro senza dover più soffrire la fame. Ma il desiderio suo più grande lo custodiva nel cuore: si chiamava Luigina Magna. Erano cresciuti nella frazione di San Martino dove abitavano uno di fronte all’altra. Il loro amore pulito li aveva uniti da sempre e nel 1950 si sposarono e ebbero quattro figli. Vennero i sacrifici, le notti insonni, le gioie e i dolori, ma possedevano entrambi la cosa più rara al mondo: la fiducia nel futuro. Nel 1970, quasi come un cerchio che si chiude, Giuseppe, con la famiglia, si trasferì a Battipaglia. La città che aveva visto il suo spavento più grande lo accolse e lui la amò. Lì visse fino al 30 gennaio 2006, l’ultimo dei sui giorni terreni, lasciando dietro di sé una vita che non aveva conosciuto onori, ma la nobiltà delle persone semplici. La nostra storia è fatta anche da uomini, come Giuseppe Barretta, che hanno attraversato la guerra, la fame e la miseria con le mani ferite e la schiena curva, senza smettere mai di amare. Uomini che hanno viaggiato nella notte con un sacco sulle spalle per dare un pezzo di pane ai propri cari, che hanno conosciuto la paura, ma non si sono mai arresi. E forse, da qualche parte, ogni 21 giugno, nel giorno di San Luigi, quel bel ragazzo di Laureana Cilento torna ancora a percorrere la strada verso casa, con la polvere sulle scarpe, il cuore pieno di gratitudine e il terrore delle bombe ormai lontano, vinto dall’unica forza che la guerra non riuscì mai a distruggere: l’amore per la vita.
Crescenzo Marino
Parole sottolineate
Meteo fuori controllo
Quella che stiamo vivendo non è un’ondata di calore.
Queste nuove condizioni, oltre a incidere sulla salute e la mortalità, stravolgeranno i paesaggi e i sistemi colturali e agricoli che conosciamo. I ghiacciai alpini ce li siamo ormai giocati. Ma anche molte foreste (pensate alla tempesta Vaia e alla distruttiva diffusione del bostrico). E presto molte colture che non potremo più coltivare. Per il troppo caldo, per la mancanza d’acqua, per la diffusione di nuove fitopatie. Con buona pace delle tanto decantate produzioni tipiche.
Quella che stiamo vivendo non è un’ondata di calore. Un’onda sale rapidamente, raggiunge il culmine e poi scende. Fa pensare a qualcosa di temporaneamente anomalo che poi rientra. Ma qui è diverso. Non c’è nessuna discesa, nessun rientro in una tranquillizzante linea media. Solo un picco costante di temperature sopra i 35 gradi che si replica e rinforza per giorni fino a raggiungere e superare i 40. In giugno, mese che farebbe parte della Primavera. Tanto quanto maggio dove si è già registrata una situazione simile, seppur di più breve durata.
QUESTE NON SONO ONDATE. È LA NUOVA NORMALITÀ. La nuova linea della media. È l’estate tropicale che ci dobbiamo aspettare come conseguenza del riscaldamento globale. Con temperature sempre più alte, di anno in anno. Le ondate – al contrario – sono quegli episodi in cui la temperatura torna miracolosamente per qualche giorno vicino (non sotto!) alle medie che conoscevamo qualche decennio fa. Ai tempi del defunto (almeno per noi europei) anticiclone delle Azzorre.
Se si guarda ai dati e alle mappe meteoclimatiche come quella mostrata ci rendiamo conto che stiamo andando verso condizioni mai prima sperimentate. Con temperature superiori di oltre 10 gradi rispetto alle medie storiche, diffuse sull’intero continente europeo e persistenti per settimane.
Negare ora l’emergenza climatica – magari semplicemente per contrapposizione ideologica – con argomenti antiscientifici da bar non significa solo negare la realtà alla stregua dei terrapiattisti. È da irresponsabili per non dire criminali. Perché impedisce di adottare adeguate misure di prevenzione, di mitigazione e adattamento. Facendo aumentare costi, danni e rischi per la salute e le persone.
Ma purtroppo non ci sono solo i negazionisti. Da un’altra sponda c’è chi si oppone alla indispensabile, urgente transizione energetica, contrapponendosi a qualsiasi progetto per impianti di produzione di energia da rinnovabili in nome dell’ambiente (!), della sicurezza alimentare (!!), dell’impatto visivo e del paesaggio. Senza rendersi conto che il paesaggio, l’agricoltura e la vivibilità climatica che abbiamo conosciuto ce li stiamo giocando ogni giorno continuando a bruciare gas e petrolio.
da Facebook
