BOCCIA – REPORT
Dal Pulitzer alla “Fescina”: a Villa Domi va in scena il premio che non trova il pubblico Hoara Borselli e Salvo Sottile parlano a una platea vuota.
I Jalisse accendono la serata, le targhe si riciclano e la torta chiude tutto in versione discoteca

MARIA ROSARIA BOCCIA
Ci sono serate che entrano nella storia.
Altre che entrano direttamente nella categoria del surreale.
Quella andata in scena sabato sera a Villa Domi appartiene decisamente alla seconda.
Ed è un peccato, perché Villa Domi è una delle location più belle di Napoli. Una villa che ha ospitato fiction, cinema, eventi internazionali.
Un luogo che impone eleganza, che pretende una regia, che meriterebbe un copione.
Invece il Premio La Fescina sembra aver deciso di sfidare le leggi della logica organizzativa.
Se il Pulitzer celebra il giornalismo mondiale, qui si è celebrato soprattutto il talento dell’improvvisazione.
L’arrivo è promettente: terrazza mozzafiato, golfo di Napoli da cartolina, poche sedie, ancora meno pubblico, molti addetti ai lavori.
Più che una premiazione sembrava il briefing prima dell’apertura di un villaggio turistico. La serata parte con Hoara Borselli che presenta il libro di Lucio Presta. O meglio: presenta un libro… senza libri!
Nessuna copia sul tavolo, nessun firmacopie, nessun volume da mostrare.
Una presentazione letteraria senza l’oggetto della presentazione, un piccolo primato editoriale.
Lucio Presta racconta episodi interessanti della sua lunga esperienza.
La conversazione avrebbe anche spunti degni di nota, se non fosse che gran parte dei presenti sembra preferire lo schermo del cellulare al palco. Basta osservare la platea per capire dove fosse concentrata l’attenzione.
Finita questa parentesi, gli ospiti vengono fatti salire al piano superiore.
Ticket, percorsi, sedute, cena, platea.
Una geografia degna del Labirinto di Cnosso, con la differenza che almeno Teseo aveva il filo di Arianna.
Sono circa le nove quando partono alcune esibizioni musicali.
Sono prove? È lo spettacolo? È un sottofondo?
Nessuno lo capisce.
Solo dopo diversi minuti arrivano due presentatori locali che annunciano l’inizio ufficiale.
Sale di nuovo Hoara Borselli.
La platea rimane in larga parte vuota, mentre molti ospiti continuano a passeggiare per la villa invece di accomodarsi davanti al palco.
Segue la premiazione di Lucio Presta.
Poi arriva Salvo Sottile.
Anche in questo caso il pubblico rimane piuttosto freddo.
Poi succede qualcosa che nessun ufficio marketing avrebbe potuto prevedere: entrano i Jalisse.
Ed è come assistere all’apertura del Mar Rosso, ma al contrario: da ogni angolo della villa cominciano ad arrivare persone.
Si canta, si applaude, si balla.
Finalmente il pubblico compare.
Come se fino a quel momento stesse aspettando soltanto loro.
Il contrasto, anche in questo caso, è evidente nei video.
Da lì in avanti la serata cambia continuamente identità.
Premi, musica napoletana, attori, cantanti, interventi, riconoscimenti, spettacolo.
Un po’ Festival di Sanremo, un po’ sagra di paese, un po’ festa patronale, un po’ compleanno con karaoke. Un’identità precisa non pervenuta.
Il gran finale è il vero capolavoro: l’organizzatore Ugo Autori interrompe la scaletta per annunciare l’arrivo della torta.
La torta però non arriva.
La cercano, la aspettano, la richiamano. Finalmente compare!
Passano pochi minuti e il Premio La Fescina si trasforma improvvisamente in una discoteca.
Ma la scena destinata a restare negli annali è un’altra: le targhe.
Pare infatti che i premiati fossero più numerosi delle targhe prodotte. Così, terminata la foto di rito, alcuni riconoscimenti venivano ripresi una volta scesi dal palco.
Una sorta di economia circolare applicata ai premi, riciclo creativo in tempo reale, altro che sostenibilità.
Resta una domanda: com’è possibile che professionisti affermati del giornalismo, della televisione e dello spettacolo finiscano dentro una manifestazione che procede senza un filo narrativo riconoscibile, dove il protocollo lascia spazio all’improvvisazione e il momento più partecipato arriva soltanto quando salgono sul palco i Jalisse?
L’unica vera vincitrice della serata è Villa Domi. Lei sì, meriterebbe un premio.
Magari il Pulitzer dell’eleganza. Perché la bellezza della location ha resistito persino all’organizzazione!

