L’egemonia culturale della destra

Pasquale MARTUCCI
Alcune riflessioni sul libro di Tomaso Montanari, “La continuità del male. Perché la destra italiana è ancora fascista”, Feltrinelli, aprile 2026.
La crisi del nostro mondo, un tempo fondato su valori universali, principi basati sull’uguaglianza, diritti civili, sociali e politici, sta producendo la messa in discussione della democrazia e delle avanzate Carte Costituzionali faticosamente consolidate a partire dalla metà del Novecento.
La tendenza più marcata è quella della “destra” che sta cercando di affermare idee e ideologie per mettere in discussione la presunta egemonia culturale della “sinistra”, con l’obiettivo di normalizzare e riscrivere un’altra storia, depurata dalle matrici eversive del passato che hanno prodotto quel “male” che Hannah Arendt definiva “banalità” e si manifestava quando il “pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua banalità. Solo il bene è profondo e può essere radicale” (H. Arendt, “Lettera a Gershom Sholem” del 24 luglio 1963, in: T. Montanari, “La continuità del male. Perché la destra italiana è ancora fascista”, Feltrinelli, aprile 2026, p. 169).
Oggi, sostiene Tomaso Montanari, il razzismo e l’odio per la diversità, la pretesa superiorità della propria cultura, un disperato egoismo sociale si moltiplicano attraverso “idee vuote” che si inseriscono in quel vuoto lasciato da “idee argomentate, confrontate con la realtà e passate al vaglio della critica collettiva” (Ivi, p. 170).
Il volume dello storico dell’arte, saggista ed influente intellettuale, che parte dalla critica civile e politica per approdare a tesi che devono sempre avere al centro la Costituzione e i principi universali dell’uomo e del cittadino, accosta i fascismi di ieri e di oggi, attraverso tante fonti, i testi-chiave della destra oggi al governo in Italia, “rintracciando la genealogia delle loro idee guida, del loro vocabolario, del loro ethos profondo” (Ivi, p. 11)

Ancora prima di iniziare a leggere in maniera attenta il libro già si sa dove condurranno le sue tesi, perché si conoscono le sue posizioni che approdano ad un pensiero che si rifà ad una concezione del tutto antitetica alla destra. In secondo luogo, il titolo riguarda la “continuità” di quel male che supera una destra conservatrice ma istituzionalizzata per abbattere i principi di una Costituzione antifascista e riportarci all’odio e alla paura. Infine, perché a suo dire il fascismo non è il passato confinato nei libri di storia, ma una “corrente” che ha miti e idee che prendono vigore quando la democrazia è debole e si riduce la definizione dei confini tra i poteri dello Stato.
Per essere ancora più espliciti, è in quei miti che si annida la ricerca del primato di identità, famiglia, ma anche radici, ideologia (razza ed etnia), nazione (quella fondata sul sangue, sulla società naturale, sulla comunità di destino), difesa della società occidentale, uso della religione: tutto ciò riconduce a questioni che colpiscono le menti aperte e democratiche che accettano l’altro e convivono con le diversità. Si tratta di temi forti che sono tutti tratti dal confronto, tutto documentato con riferimenti in nota, tra Mussolini ed Hitler per raggiungere i discorsi di Fratelli d’Italia e gli scritti della presidente del Consiglio Meloni.
Nella conclusione del volume, l’autore entra nella mente del lettore e ne analizza le emozioni cogliendo il senso di “inquietudine” e di “nausea” nella lettura di quella sorta di “mitologia fascista”. Ho sempre creduto che tali questioni fossero chiuse o definite una volta per tutte, perché il mondo era diverso, si avviava verso l’accettazione dei diritti e delle responsabilità civili, trascurando il fatto che oggi è diffusa la sopraffazione sull’altro con l’uso di una continua e ripetuta violenza da parte di leaders autoritari e di uomini che cercano l’arricchimento personale a danno della moltitudine.
È proprio il senso di inquietudine di fronte alle tesi riferite a: nazione, identità, razza, che conducono alla necessità di affrontare e sottoporre a riflessione critica soprattutto i falsi miti di oggi che intendono imporre un potere culturale.
Nell’analisi del libro mi soffermo su metodi e forme che riconducono al tentativo di consolidamento di una certa “egemonia della destra”, che intende superare gli ambiti di un pensiero attento alle società democratiche e solidali. Come a dire, si avverte la costruzione di un mondo basato sull’assenza di una qualunque critica, per affermare la necessità di ricorrere alla gestione di un potere che non metta mai in discussione i principi dati e consolidati.
A questo punto, l’egemonia culturale appare come quella capacità di imporre i propri valori e idee per ottenere consenso, con al centro le classi dominanti che attraverso un controllo anche intellettuale mantengono il potere e non permettono forme di pensiero alternativo. In tal senso, appare evidente come le destre ritengano importante riferirsi ancora a quel concetto che Gramsci espresse per contrastare la preponderanza della cultura borghese su quella proletaria.
Riflettendo su problematiche legate all’egemonia di un certo tipo di cultura, il primo aspetto da rilevare è il concetto di negazione dell’uguaglianza, che si rifà ad una società da intendere come ordine costituito che non può essere messo in discussione dal “conflitto sociale” oppure dal “diritto di sciopero” o dalla “repressione del dissenso”.
La prevalenza della nazione nelle attuali dinamiche politiche si fonda su un interesse economico non più limitato a rivendicazioni tra ricchi e poveri, perché occorre perseguire un bene superiore che è l’interesse nazionale determinato da chi gestisce il potere: ciò è contro l’idea di “democrazia sociale tratteggiata dalla Costituzione”, perché “la realtà nazionale è superiore agli individui e alle classi”. Anche lo sciopero sarebbe un attacco all’economia nazionale, come del resto era evidente in passato con il consolidamento delle alleanze tra fascismo e capitalismo contro le “organizzazioni operaie”. Sostiene Montanari che difendere l’ordine naturale significa percorrere la strada della diseguaglianza, negando le diversità e le differenze e ponendosi in antitesi all’art. 3 della Costituzione (Ivi, pp. 130-135).
Un passaggio rilevante riguarda le donne, da collocare nel loro giusto posto, così come dovrebbe prescrivere il loro ruolo. La tesi della presidente del Consiglio è che la donna è sotto attacco in quanto “potenziale madre”. Se la priorità della nazione è l’incentivo alla natalità, la donna diventa un mezzo al servizio della priorità politica che è “la questione demografica” e comporta a questo punto “doveri verso la comunità”. Occorre cioè soffermarsi sul ruolo di “fattrici”, attraverso un “libero coinvolgimento”, senza considerare altre forme di emancipazione: devono le donne convincersi “ad essere madri”, facendole tornare al loro ruolo, rilanciando e difendendo il loro lavoro, incentivando “le aziende che assumono donne in età fertile” (Ivi, pp. 117-124).
Il terzo e decisivo punto è quello culturale con al centro la scuola come istituzione che deve “educare a pensare”. Entriamo nel tema centrale del fare egemonia, occupando “posti, poltrone e prebende”, in cui centrale è il senso di “disciplinamento”, attraverso il “condizionamento e formazione della mentalità”, per trovare “formule neoliberiste di commercializzazione della cultura”. Il punto dirimente resta quello di una prospettiva che “faccia diventare l’Italia il tempio della bellezza”, in cui le idee siano sostituite da termini quali: “identità, orgoglio, sentimento di patria, grandezza italiana”. Non occorre educare al pensiero critico ma “plasmare, uniformare, motivare”, attraverso l’ordine e la disciplina nelle scuole dove ci saranno programmi prestabiliti senza che la cultura sia spiegata, discussa e articolata “nelle loro infinite contraddizioni, sfumature, varianti” (Ivi, pp. 140-143).
La scuola diventa istituzione che pone al centro “l’educazione all’appartenenza nazionale italiana” e alla “pretesa supremazia culturale dell’Occidente”, perché “la cultura occidentale è stata in grado di farsi innanzi tutto intellettualmente padrona del mondo, di conoscerlo, di conquistarlo per secoli e di modellarlo”. Scrive Montanari che in tal modo si afferma la scuola del colonialismo e della supremazia: “non una scuola che insegni le storie del mondo, ma una scuola che racconti la storia del nostro dominio sul mondo, per formare all’amore della patria” (Ivi, pp. 149-152)
Tutto ciò si realizza attaccando i principi della Costituzione e i suoi valori universali; riducendo il ruolo del Parlamento che di fatto risponde alle istanze governative; proponendo un governo eletto direttamente dal popolo e che risponde ad esso; consegnando una magistratura asservita al volere di chi gestisce il potere decisionale. Si tratta di una forma di governo che “si sente l’unico interprete della volontà popolare” e che non accetta altre ingerenze (Ivi, p. 162)
Quello di Montanari è un libro che l’autore non avrebbe mai pensato di scrivere; ma non avrebbe neppure pensato di vivere in un Paese dove il “metodo critico” che insegna a “leggere le fonti, metterle in relazione, interpretarle e farle parlare” è del tutto eluso. È forse stata trascurata quell’arte di praticare il dubbio, che smonta la propaganda del potere leggendo i testi, confrontandoli, denudandoli e costringendoli ad affermare la verità. È proprio il dubbio e il dissenso che possono scardinare ogni “totalitarismo” (T. Montanari, Quel lunghissimo filo nero: la destra è ancora fascista, “Domani”, 7 aprile 2026).
Alcuni studiosi hanno contestato le sue tesi, a proposito della continuità diretta tra fascismo di ieri e di oggi, per un differente e più complesso quadro storico e politico in cui si collocano le sue possibili connessioni. Inoltre, gli si attribuisce una polemica apodittica e militante, anche se si ammette che la stessa possa sollecitare l’approccio critico del lettore.
Credo tuttavia all’importanza delle voci che richiamano alla “vigilanza democratica” per evitare di incorrere in forme di intolleranza verso una equa distribuzione dei poteri di uno Stato. Così come auspico sempre le ragioni di dissenso, contestazioni e proteste, che fanno parte dell’uomo democratico e del cittadino che attraversa la storia e cerca il progresso e il miglioramento di una società inclusiva e appannaggio di tutti.
È un libro che non risulta frutto di un esercizio accademico, bensì di un atto di accusa verso la pratica politica quotidiana; non cerca consenso e si muove in un ambito crudo e brutale che serve a tenere viva la memoria dei mali prodotti e di ciò che potrebbe accadere in futuro. Si tratta di denunciare le possibili insidie, che continuano a caratterizzare una democrazia costruita sulla Costituzione, nata dalla Resistenza e che dopo ottant’anni mantiene inalterato tutto il suo valore.
