L’anima di Napoli

Pasquale MARTUCCI
Riflessioni e pensieri intorno al libro di Marino Niola: “La Capitale dell’anima. Perché Napoli è un’eccezione”, Cortina, 2026
Napule è mille culure
Napule è mille paure
Napule è a voce de’ criature
Che saglie chianu chianu
E tu sai ca’ nun si sulo
Napule è nu sole amaro
Napule è addore e’ mare
Napule è na’ carta sporca
E nisciuno se ne importa
E ognuno aspetta a’ sciorta
Napule è na’ camminata
Int’ e viche miezo all’ate
Napule è tutto nu suonno
E a’ sape tutto o’ munno
Ma nun sanno a’ verità.
(Pino Daniele, “Napule è”)
Ogni luogo ha un’anima, occorre tuttavia essere bravi a scoprirla. Così più o meno affermava James Hillman in: “L’anima dei luoghi” (Rizzoli, 2004), attraverso il recupero della natura animata che assorbe i pensieri e le tradizioni degli uomini che la abitano da millenni. È interessante scoprire nei luoghi l’identità e le caratteristiche che devono universalmente essere riconosciute e apprezzate, attraverso una particolare sensibilità nel saperli vedere e comprendere: i luoghi esprimono il senso della bellezza, sono quell’anima mundi, che va esplorata “in un dialogo immaginario con l’anima individuale di ciascuno di noi” (L. Leuzzi, “Un’anima, un luogo: un contributo per un processo di individuazione del Cilento e del Vallo di Diano”, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 2010).
Il termine “anima” (dal greco ànemos, “soffio”, “vento”, “respiro”) è la parte vitale e spirituale di un essere vivente, il centro della natura, il termine medio di tutte le cose (Marsilio Ficino). Occorre riferirsi a quella prospettiva che Hillman individuava nel recupero del mondo immaginario, che si rifà alla cultura greca e ai suoi miti, personificati in dèi, demoni, ninfe, avendo la consapevolezza di quale spirito, sensibilità, immaginazione fosse dotato un particolare luogo. Per anima dei luoghi si intende il legame spirituale e l’incontro con le cose, perché il luogo è costituito da noi stessi e ce lo portiamo dentro magari senza saperlo. Un ulteriore passaggio è il genius loci, corrispondente al concetto di dàimon greco, per Socrate lo spirito-guida che assiste l’uomo nelle sue decisioni, anche se in realtà era l’essenza tra la dimensione materiale e quella spirituale, rendendo sacro lo spazio abitato da un soffio divino, un’anima. Le popolazioni antiche, avendo cura della terra sulla quale camminavano e rispetto del loro spazio vitale, potevano operare in maniera attiva al mantenimento della sacralità e dell’armonia nel mondo.

Si muove entro questa visione l’antropologo Marino Niola quando sostiene, nel suo ultimo libro: La Capitale dell’anima. Perché Napoli è un’eccezione (Cortina, 2026), che Napoli è un orizzonte emotivo, un luogo mentale in cui l’anima trova rifugio e riconoscimento, producendo molte riflessioni sulla magia di quella città, delle sue strade, dei suoi volti e delle sue tradizioni, i simboli di un’esperienza umana che va oltre i confini fisici e materiali. In essa, c’è un popolo onnipresente che ripropone ogni giorno il suo spettacolo: un tempo bastava affacciarsi alla finestra per vedere la messa in scena di commedie e tragedie di “un’umanità senza paracadute, scandite dalle gravidanze indesiderate delle ragazze che diventavano autentici psicodrammi comunitari” (Ivi, p. 16).
Napoli è ethos e pathos, vita e morte che coesistono, perché il dolore è valore: è una pietas popolare che erge santuari, come il Cimitero delle Fontanelle alla Sanità, dove ci sono crani identificati con le anime delle persone morte in maniera violenta e sono senza alcun conforto. Ebbene i napoletani li venerano e li “integrano nel loro pantheon familiare, come se fossero i loro cari” (Ivi, p. 12). Qui è entrare nell’Ade, per scoprire il mondo sotterraneo dove le anime hanno smesso di vivere ma devono trovare la pace nell’aldilà; in questa comunicazione con i defunti si manifesta il lato più oscuro e misterioso della vita umana, l’incontro con la morte.
Questa città è quel mondo tracciato da Basile, fatto di sentieri intricati e oscuri delle vicende umane, dove sembrano entrare in scena Malaparte e De Simone, ma anche Annibale Ruccello e Mimmo Jodice, ed innumerevoli e famosi personaggi che hanno interpretato e fatto vivere l’anima di Napoli, il mito e la memoria trasmessa attraverso lo sguardo profondo che si percepisce nei vicoli, nei luoghi dimenticati o scomparsi, cambiati nel tempo o inaccessibili.
Un riferimento opportuno va alla “Smorfia”, i numeri che si occupano dei fatti che accadono: la fortuna e i soldi connessi agli avvenimenti, le comunicazioni soprannaturali, le verità nascoste, la realtà passata, presente e futura. Qui la mitologia tradizionale e contemporanea assume i volti di San Gennaro e di Maradona, San Gennarmando, con il corpo del Santo e la testa di Diego, quel miscuglio tra sacro e profano (Ivi, p. 36), perché nell’immaginario popolare c’è l’amore tra “l’eroismo e l’erotismo, tra l’agiografia e la liturgia” (Ivi, p. 45).
Napoli significa vivere un territorio simbolico dove c’è la “compresenza dei tempi” e “quell’irruzione del passato nel presente”, che produce una familiarità e una dimestichezza con il perturbante freudiano, avvertito come familiare ed estraneo allo stesso tempo. L’esempio più illuminante è quello delle maschere teatrali: il corteo di Sfessania (Tuba Catubba), la figura ermafrodita che capeggia una processione carnevalesca, seguito da suonatori di strumenti a percussione, “un uomo che portava sulla testa un fantoccio di donna” e si muoveva a passo di danza e ritmo della musica. Si trattava di tipi rappresentativi della realtà che aveva riscontri seicenteschi, ma che oggi continua a simboleggiare il concetto di doppio nelle situazioni di vita vissuta. (Ivi, p. 18)
Il doppio produce, sostiene Otto Rank: “Il doppio” (SE, 2018), due effetti apparentemente contraddittori. Da una parte opera ai danni del soggetto, condannandolo al fallimento, dall’altra realizza i suoi desideri più reconditi o rimossi: agisce come la coscienza individuale non gli permetterebbe mai di fare. Si tratta del nostro opposto complementare che è separato anche se ci accompagna durante tutta la vita, quel fratello gemello che abbiamo da un lato sognato e dall’altro avuto terrore di avere.
Dal punto di vista antropologico, il tema del doppio è stato sempre presente: l’ombra, il riflesso, lo specchio, sono solo alcune delle espressioni di questo “altro da sé” che mantiene col soggetto un legame forte. Pulcinella, il personaggio della Commedia dell’Arte, è maschio e femmina, vivo e morto, irriverente e servile, ed incarna le mille rappresentazioni della vita (Ivi, p. 132)
È l’incontro di un’armonia nella duplicità: qui si afferma il mondo napoletano che vive su potenzialità inespresse per avere un’esistenza più completa, perché qualcosa di familiare che è dentro di noi ci accompagna fin dalla nascita, ma allo stesso tempo è qualcosa di sconosciuto.
Ritornando all’anima, i napoletani sono dotati di “anticorpi immaginari”, sostiene Niola, prodotti dalle forme della città che nel rapporto con il passato ritrova uno “spazio dove riannodare le sue trame”: in questo luogo sacro e profano convivono “presenze parvenze essenze, spiriti memorie, fantasmi, voci, anima”. Questa città è “da sempre avvezza a modificare gli spazi, a dividere ciò che la geometria ha unito e a unire ciò che la sorte ha diviso”. Vige la regola dell’inclusione e della condivisione: l’emblema è la Statua del Nilo “adagiato mollemente sul fianco come un eunuco costantinopolitano, che contempla impassibile il fiume di folla che scorre a Spaccanapoli, l’antico decumano medio della Neapolis greca”. Se all’inizio la statua era senza testa, “nel Seicento le venne attaccata quella di un uomo barbuto” e fu chiamato: “Corpo di Napoli”. Si tratta dell’“ologramma perfetto di Partenope, dove l’identità, la cosiddetta napoletanità, costantemente conclamata e rivendicata, variegata o esecrata, è in realtà provvisoria, basculante, mutante, perigliosamente planante”. Tutto è sovrapposto mescolato, una contaminazione del vivere le dimensioni dei tempi, e che è all’origine di quella “concitazione umana troppo umana” che riempie le strade, le piazze “come una scheggia anarchica di passato, un frammento dell’antico misteriosamente sopravvivente”. (Ivi, pp. 25-27)
I simboli sono il canto e la musica (il riferimento più pregnante è Pino Daniele, ma non solo), il teatro (Eduardo De Filippo), la comicità (Massimo Troisi). Mettendo insieme questi elementi si manifesta l’antropologia di una città/mondo, quella metafora della condizione umana, capace di superare “ogni barriera linguistica e culturale” (Ivi, p. 93). Totò poi riassume le identità molteplici e universali, la maschera perfetta di Napoli, quella città che è facile riconoscere ma difficile conoscere (Ivi, p. 129).
Nella società napoletana è delineata con forza la figura femminile, almeno quella che può essere accomunata alle caratteristiche del luogo: la donna regna ma non governa. Ha potere perché occupa il ruolo di madre: “genitrice e redistributrice di cibo, di indulgenze, di consolazione, di gratificazione”. È vivere in un mondo popolato da “mogli decantate, madri divinizzate e donne dimezzate”. La citazione è di Thomas Belmonte: “La fontana rotta” (Einaudi, 2021), che nella primavera del 1974, osservando Napoli, rilevava come furbizia e generosità sono inseparabili: “l’una appare il solidale risarcimento dell’altra, la restituzione di un debito contratto con la comunità” (Ivi, p. 61).
Per mantenere fede ad un patto sociale rigido, si prospetta la legge del vico, l’uccisione per onore perché l’uomo si distingue nel gruppo dall’infame. L’onore è un dovere domestico connesso al sacrificio, allo sforzo di edificare e proteggere la famiglia (Ivi, p. 69). Questo mondo è ben rappresentato dalla “sceneggiata”, i temi forti e di rilievo sociale che illustrano la sacralità della famiglia, l’onore, l’ingiustizia, il rapporto maschile/femminile, l’inconciliabilità tra codice comunitario e codice dello Stato.
Altro elemento caratterizzante l’anima napoletana è la musica e il canto/voce, intesa come phoné, che rappresentano per le connotazioni popolari un importante materiale identitario. Il riferimento mitico è Partenope e il suo canto tra “il lamento e il grido a pianto”, quel modo di veder nascere la città dal canto melodioso della sirena. La musica è un paradigma culturale e simbolico, al tempo stesso poietico, patetico ed estetico: è ciò che fa esistere il reale e dà vita alla geografia dell’anima. Tutto il paesaggio reale e simbolico, infatti, è consegnato al canto. La cultura napoletana è una mise en scène di un conflitto tra voce e parola, suono e senso, natura e ragione, “di cui il mito di fondazione detta l’incipit”. E ciò perché il genoma culturale vede un continuo interscambio tra mythos e logos (Ivi, p. 76-81).
La conclusione è che l’anima di Napoli, come evidenziato da molteplici esempi nelle pagine del libro, affascina in quanto laboratorio di umanità, tra vita e cultura, passato e presente, che non trova eguali nel mondo. È un universo mitico che si confronta continuamente con la realtà e trova i motivi dell’esistenza proprio in quel teatro popolare quotidiano, che ancora oggi è l’afflato identificativo, il valore poetico, l’ispirazione, la creatività e l’interiorità di quella città.
