Sisma e memoria: siamo davvero andati oltre il 1980?

Gaetano FIERRO
Il terremoto registrato nella notte del 2 giugno nel basso Mar Tirreno, avvertito anche in alcune aree della Basilicata,
ha riacceso una sensazione che in questa regione non scompare mai del tutto: la consapevolezza di vivere su un territorio fragile. Non si tratta di allarmismo né di fatalismo.
È semplicemente la presa d’atto di una realtà geologica che accompagna la storia lucana da secoli.
A rendere ancora più attuale questa riflessione contribuisce la nuova scossa di terremoto di magnitudo 3.0 registrata alle ore 06:08 del 4 giugno con epicentro nel territorio di Moliterno, in Val d’Agri.

Il sisma, localizzato dalla Sala Sismica dell’INGV di Roma e avvertito anche nei comuni di Tramutola, Grumento Nova, Sarconi e Viggiano, fortunatamente non ha provocato danni. Rappresenta però un ulteriore richiamo alla natura sismica del territorio lucano e rende ancora più attuali gli interrogativi sulla prevenzione, sulla sicurezza delle infrastrutture
e sulla preparazione delle comunità locali.
Ogni volta che una scossa viene percepita dalla popolazione, l’attenzione si concentra inevitabilmente sull’evento del momento.
Per qualche ora si cercano informazioni, si consultano i dati dell’INGV, si condividono impressioni e testimonianze.
Poi, quasi sempre, tutto torna alla normalità. Eppure il vero interrogativo non riguarda la singola scossa. La domanda più importante è un’altra: quanto siamo realmente preparati a convivere con la sismicità del nostro territorio?
La Basilicata è una delle regioni italiane a più elevato rischio sismico. Non è una scoperta recente né una valutazione teorica. È un dato costruito attraverso secoli di osservazioni, studi scientifici e tragiche esperienze. Dal terremoto del 1694 a quello del 1857, passando per il sisma del Vulture del 1851 fino alla devastazione del 1980, la storia racconta di comunità costrette più volte a ricostruire case, infrastrutture e interi centri abitati.
Questa memoria dovrebbe rappresentare una risorsa collettiva. Invece spesso sembra trasformarsi in un archivio da consultare soltanto nelle ricorrenze o quando la terra torna a tremare. Il rischio è che il terremoto venga percepito come
un evento straordinario, mentre in Basilicata costituisce una componente permanente della realtà territoriale.
Negli ultimi decenni sono stati compiuti indubbi passi avanti.
Le conoscenze scientifiche sono cresciute. Le tecniche costruttive sono migliorate. Le normative antisismiche sono diventate più rigorose. Le università, i centri di ricerca e gli istituti specializzati hanno prodotto una quantità di dati e studi impensabile fino a pochi decenni fa. Sarebbe sbagliato sostenere che nulla sia cambiato. La vera questione, tuttavia, non riguarda ciò che sappiamo. Riguarda ciò che facciamo con ciò che sappiamo.
Le conoscenze scientifiche producono sicurezza soltanto quando diventano interventi concreti.
E qui emergono interrogativi che meritano risposte chiare. Qual è oggi lo stato reale del patrimonio edilizio pubblico e privato? Quanti edifici costruiti prima delle moderne normative antisismiche sono stati effettivamente adeguati? Qual è il livello di sicurezza delle scuole, degli ospedali, degli uffici pubblici e delle infrastrutture strategiche?
Allo stesso modo occorre interrogarsi sulla pianificazione delle emergenze.
I Comuni dispongono di piani aggiornati? Le aree di attesa e di accoglienza sono realmente conosciute dai cittadini?
Vengono svolte esercitazioni periodiche?
Esiste una comunicazione continua tra istituzioni e popolazione oppure l’informazione si attiva soltanto durante
le emergenze?
Sono domande che non nascono dalla sfiducia. Nascono dalla necessità di misurare la distanza tra le norme scritte e la loro applicazione concreta. Un altro aspetto riguarda la vulnerabilità delle infrastrutture.
Un terremoto non provoca danni soltanto agli edifici. Può interrompere reti idriche, elettriche e del gas.
Può compromettere collegamenti stradali e ferroviari. Può isolare intere comunità. Per questo la sicurezza di un territorio non può essere valutata esclusivamente osservando le abitazioni. Deve coinvolgere l’intero sistema che consente
a una comunità di funzionare.
Esiste poi una questione culturale che forse rappresenta la sfida più complessa. In Basilicata la cultura della protezione civile si è sviluppata soprattutto in relazione agli incendi boschivi e alle emergenze ambientali.
Sul rischio sismico, invece, la consapevolezza diffusa appare ancora insufficiente.
Molti cittadini non conoscono i comportamenti corretti da adottare durante una scossa, non sanno dove reperire informazioni ufficiali e spesso non hanno mai partecipato a un’esercitazione.
La prevenzione non consiste soltanto nel costruire edifici più resistenti. Significa costruire cittadini più preparati. Significa trasformare la conoscenza del rischio in un elemento ordinario della vita collettiva, senza paura ma anche senza superficialità.
A questo punto emerge inevitabilmente il confronto con il 1980. Siamo davvero andati oltre quella tragedia? La risposta non può essere né totalmente positiva né completamente negativa.
Sul piano delle conoscenze scientifiche e delle normative il progresso è evidente. Sul piano della consapevolezza collettiva, della verifica costante delle infrastrutture, dell’aggiornamento dei piani di emergenza e della diffusione della cultura della prevenzione, il percorso appare invece ancora incompleto.
Forse il rischio più grande non è il terremoto in sé. Il rischio più grande è abituarsi all’idea che il problema riguardi sempre
il futuro e mai il presente. Ogni scossa che non provoca danni viene rapidamente dimenticata. Eppure proprio quei momenti rappresentano l’occasione migliore per interrogarsi, programmare e intervenire.
La scossa registrata oggi a Moliterno conferma ancora una volta quanto il tema non appartenga soltanto alla memoria storica, ma alla quotidianità di una regione che continua a confrontarsi con la propria natura geologica.
Non è necessario attendere eventi distruttivi per discutere di sicurezza e prevenzione.
Al contrario, è proprio nei momenti in cui non si registrano conseguenze rilevanti che una comunità dovrebbe trovare
la lucidità necessaria per prepararsi al futuro.
La Basilicata non può impedire ai terremoti di verificarsi. Può però decidere quanto essere vulnerabile quando accadranno. La differenza tra una tragedia e un’emergenza gestibile non dipende soltanto dalla forza della natura. Dipende soprattutto dalla capacità di una comunità di prepararsi prima che la terra torni a ricordarle la propria fragilità.
