7 Giugno 2026

L’uomo al centro o l’algoritmo al comando?

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L’uomo al centro o l’algoritmo al comando

GAETANO FIERRO*


L‘articolo di Marcello Veneziani pubblicato sul quotidiano La Verità, prendendo spunto dall’enciclica di Papa Leone XIV
sul rapporto tra uomo e intelligenza artificiale, affronta una questione destinata a segnare il nostro tempo.
Chi governerà il futuro: l’uomo o la tecnica?

La grande illusione del nostro tempo
Ogni epoca ha avuto il proprio mito. Per generazioni si è creduto che il progresso economico avrebbe risolto ogni problema. Successivamente si è pensato che la globalizzazione avrebbe avvicinato i popoli e ridotto le disuguaglianze.
Oggi il nuovo mito sembra essere l’intelligenza artificiale. Non passa giorno senza che venga presentata come la soluzione a difficoltà che accompagnano da sempre la vita umana: il lavoro, la conoscenza, la salute, la comunicazione, perfino la creatività.
La tecnologia viene descritta come una forza neutrale e inevitabile, destinata a guidare il futuro dell’umanità. Eppure la storia insegna una lezione diversa. Nessuna tecnologia è mai stata neutrale.
Ogni innovazione modifica i rapporti di potere, redistribuisce opportunità e privilegi, crea vincitori e sconfitti. Per questo motivo il vero interrogativo non è cosa possa fare l’intelligenza artificiale, ma chi la governa, per quali finalità e nell’interesse di chi. La questione è profondamente politica e sociale prima ancora che tecnologica.

Quando lo strumento rischia di diventare il padrone
L’intelligenza artificiale rappresenta una straordinaria conquista dell’ingegno umano. Negarlo sarebbe intellettualmente disonesto.
Può contribuire alla ricerca scientifica, migliorare servizi, accelerare processi produttivi e mettere a disposizione enormi quantità di conoscenza. Il problema nasce quando si dimentica che essa rimane uno strumento. Uno strumento non possiede coscienza, responsabilità morale, sensibilità umana.
Non conosce la compassione, la solidarietà, il dubbio etico. Può elaborare dati, ma non può comprendere fino in fondo il significato della sofferenza, della speranza, dell’amore o della giustizia. La tentazione contemporanea consiste nel delegare sempre più decisioni agli algoritmi.
Non soltanto attività tecniche, ma anche scelte che incidono sulla vita delle persone. In questo passaggio si nasconde un rischio concreto: sostituire il giudizio umano con procedure automatizzate che appaiono oggettive ma che, in realtà, riflettono le logiche e gli interessi di chi le ha progettate. La macchina non decide da sola.
Dietro ogni algoritmo esistono uomini, aziende, centri finanziari, interessi economici e strategie di potere.

La concentrazione del potere
Uno degli aspetti meno discussi riguarda la concentrazione senza precedenti del potere tecnologico. Una parte rilevante delle infrastrutture digitali mondiali, dei dati e delle piattaforme che utilizziamo quotidianamente è controllata da un numero ristretto di grandi gruppi privati. Mai nella storia così poche organizzazioni hanno avuto accesso a una quantità tanto enorme di informazioni sulle abitudini, i gusti, i comportamenti e persino le emozioni di miliardi di persone.
Questo non significa immaginare complotti o scenari apocalittici. Significa semplicemente prendere atto di una realtà.
Quando il potere economico, tecnologico e informativo tende a concentrarsi nelle mani di pochi soggetti, la democrazia è chiamata a interrogarsi. Non perché la tecnologia sia il nemico, ma perché nessun potere, in qualunque epoca storica, dovrebbe essere sottratto al controllo della società.
La vera sfida consiste nel garantire che l’innovazione rimanga al servizio della collettività e non diventi uno strumento di dominio culturale, economico o politico.

La lezione dell’enciclica
In questo contesto assumono particolare significato le riflessioni proposte dalla Chiesa sul rapporto tra uomo e tecnologia. Non si tratta di una condanna del progresso né di una nostalgia per il passato.
Il richiamo è più semplice e, proprio per questo, più profondo: nessuna innovazione può sostituire la centralità della persona umana.
La dignità dell’uomo non dipende dalla sua efficienza produttiva, dalla sua capacità di elaborare informazioni o dalla velocità delle sue prestazioni. Esiste un valore che precede ogni algoritmo e ogni innovazione tecnica.
L’essere umano non è una somma di dati. È relazione, coscienza, responsabilità, libertà. Per questo motivo la tecnologia deve essere governata dalla politica, dall’etica e dalla cultura, non il contrario. Quando accade il contrario, il rischio è quello di costruire una società tecnicamente avanzata ma umanamente impoverita.

La responsabilitàche ci attende
La domanda decisiva riguarda ciascuno di noi. Siamo disposti a rimanere cittadini consapevoli o preferiamo trasformarci in semplici utenti? Vogliamo partecipare alle decisioni che plasmeranno il futuro oppure limitarci a consumare strumenti progettati da altri?
La risposta non può arrivare soltanto dai governi, dalle imprese o dagli esperti. Richiede una cittadinanza più attenta, una cultura critica più diffusa e una maggiore capacità di distinguere tra ciò che è utile e ciò che è semplicemente conveniente.
La tecnologia continuerà a evolversi. È inevitabile. Ma il punto non è fermare il progresso. Il punto è decidere quale idea di uomo e di società vogliamo affidare al progresso stesso.

La scelta che non possiamo delegare
Forse la questione più importante non è se l’intelligenza artificiale diventerà sempre più potente. Probabilmente accadrà.
La vera questione è se l’essere umano saprà rimanere all’altezza della propria responsabilità. Ogni generazione è chiamata a scegliere tra la comodità della delega e la fatica della libertà.
Anche la nostra. Possiamo lasciare che siano gli algoritmi a orientare progressivamente le nostre scelte, i nostri consumi, le nostre relazioni e perfino il nostro modo di pensare. Oppure possiamo utilizzare la tecnologia come uno straordinario strumento di crescita, mantenendo però saldamente nelle mani dell’uomo il governo delle decisioni fondamentali. La differenza è enorme. Perché il futuro non sarà determinato dalle macchine che costruiremo, ma dai valori con cui decideremo di utilizzarle.
E il giorno in cui smetteremo di porci questa domanda non sarà il trionfo dell’intelligenza artificiale. Sarà l’inizio della rinuncia all’intelligenza umana.

Politologo – già Sindaco Potenza

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