CAUSE E METODI DI COMPORTAMENTO IN UN PAESE RESISTENTE ALLA MODERNIZZAZIONE

Gaetano FIERRO
Osserviamo, vagando per il mondo, che tutto si muove: una nuova spedizione sulla Luna, l’installazione di centrali nucleari di nuova generazione, le consegne domiciliari attraverso l’uso di droni, le auto con autista automatico, le fabbriche governate dall’intelligenza artificiale. Invece, nel nostro paese, tutto si muove a passo di lumaca. Siamo fermi all’età delle pale eoliche che girano a fasi alterne, a seconda della direzione del vento, e all’età del carbone, senza del quale l’economia si blocca. Un Paese, dunque, lento, non autosufficiente, che per sopravvivere ha bisogno di sostegni esterni, senza dei quali si trova in seria difficoltà. Sembra, pertanto, un paradosso l’attuale stato sociale dell’Italia per quello che ha espresso, nel corso dei secoli, stando in prima linea nel campo della cultura classica e dell’innovazione. Le cause di questo inspiegabile declino sono diverse: la carenza di un apparato burocratico valido e di una classe dirigente adeguata che, nel tempo, hanno operato senza avere una “visione del futuro”, vivendo alla giornata e traendo benefici di parte o personali. Si è instaurato un “modus vivendi”, in cui sono prevalsi l’incompetenza, la faziosità, e, quello caro al ricercatore americano Edward C. Banfield, il familismo amorale. Tema dominante, questo, di uno studio approfondito, di tipo socio-antropologico, in una comunità del Sud Italia, nel quale si evidenzia, all’ennesima potenza, il ruolo e i valori dell’appartenenza alla “famiglia” come insostituibile baluardo delle relazioni affettive e socio-economiche.
Il Familismo amorale
Il familismo amorale nel Paese, in modo più accentuato nel Mezzogiorno, non è un’anomalia del sistema socio-economico attuale, ma l’anomalia del sistema stesso, che si decodifica attraverso comportamenti e linguaggi da decifrare, fatti di silenzi e compromessi amorali.
E’ una “scuola di pensiero”, sui generis, che non nasce dal nulla, bensì affonda le radici in quello che Francesco Guicciardini chiamava “particulare”: ovvero la cura esclusiva del proprio interesse personale a scapito del bene comune. Questo modo di concepire la vita ha generato nelle persone, ieri come oggi, la convinzione che sia facile raggirare le leggi vigenti per conseguire i propri fini. Se per lo Stato la legge è uguale per tutti, per una pletora consistente di cittadini, la legge è un ostacolo da superare per i bisogni dei conoscenti, affiliati e congiunti stretti. Questa convinzione ha cristallizzato l’idea che l’unico modo per ottenere ciò che è giusto sia trasformarlo in una richiesta personale da inoltrare al potente di turno, pubblico o privato che sia. Tra l’essere vittima e l’essere protetti, la cultura popolare ha scelto la seconda opzione per puro spirito di sopravvivenza. Il problema è che questa scelta ha fortemente indebolito il concetto di bene comune, al punto da contaminare le strutture portanti della nostra società, come la famiglia, lo Stato e le sue articolazioni, la magistratura, etc, etc. A tal riguardo, chi si è recentemente cimentato, con dovizia, su tali temi è stato il prof. Antonio Romano, Direttore del Dipartimento di Scienze Economiche dell’ Auge University che, in un’articolata relazione dal titolo “Il clientelismo meridionale e italiano come sistema socioeconomico”, sottolinea, in particolare, il degrado della Pubblica Amministrazione, vessata dall’intemperanza delle pratiche clientelari che ne minano la credibilità e l’efficienza. Si aggiunge, altresì, per onestà intellettuale, che diversi stralci del suo pensiero fanno parte integrante di questa nostra riflessione.
La Famiglia
Per comprendere perché il familismo sia così radicato nella società bisogna guardare il DNA culturale del Paese. In una terra storicamente dominata da potenze straniere, percepite come vessatorie, il cittadino italiano ha imparato a non fidarsi dello Stato. L’unica istituzione che non tradisce è la famiglia.
Da ciò deriva un’estensione patologica dei legami di sangue: il familismo amorale. Se lo Stato è percepito come un nemico o un estraneo, è morale o quantomeno accettabile sottrarre risorse alla collettività per destinarle ai propri “congiunti” o al proprio “clan”. Il nepotismo non è percepito come un furto di merito, ma come un dovere verso la propria stirpe. “Sistemare il figlio” non è considerato un atto di corruzione dalla comune morale, ma il compimento del massimo dovere paterno.
Ciò trasforma la società in un insieme di gruppi in lotta per assicurarsi le risorse pubbliche. Il merito, dunque, scompare perché il merito è individuale, mentre il clientelismo è collettivo e rassicurante.
Lo Stato e gli Enti locali.
L’Italia, dal dopoguerra fino agli anni 70’, è cresciuta in tutti i settori. I governi che si sono succeduti, grazie ad una classe politica, eletta attraverso le preferenze dai cittadini, hanno messo in atto una serie di azioni illuminate che hanno limitate le disuguaglianze sociali e territoriali, allora, esistenti. Dopo, con l’avvento delle Regioni, molte cose progressivamente sono cambiate, in peggio. Si sono costituiti con esse tanti piccoli Stati nello Stato che hanno, gradualmente, indebolito il principio dell’Unità nazionale a favore dell’interesse regionale.
Le Regioni, nate con l’intento costituzionale di decentrare e snellire, si sono trasformate, nel tempo, nel più grande centro di spesa e di consenso elettorale del Paese. La politica non si è occupata più di “visioni”, ma di gestione di flussi. La sanità, che assorbe circa il 60%-70% dei bilanci regionali, è diventata il terreno ideale del clientelismo.
La proliferazione di Enti come ammortizzatori sociali
Accanto alla Regione, in presenza delle Province svuotate di funzioni e dei Comuni senza risorse, è nato un sottobosco di enti: consorzi di bonifica, agenzie regionali per lo sviluppo, osservatori e fondazioni. Molti di questi organismi, nati con scopi nobili o tecnici, si sono trasformati in “enti strumentali”, la cui unica funzione è quella di fornire privilegi a persone e sperperare denaro pubblico.
I Consorzi di Bonifica: in alcune zone del Sud vantano un numero di dipendenti superiore a quello di intere nazioni agricole europee, spesso senza che un solo ettaro di terra venga effettivamente bonificato.
Le Società partecipate: vere e proprie “scatole nere” in cui i bilanci sono costantemente in rosso, ma il turnover del personale è altissimo, e servono da ammortizzatore sociale per le clientele dei partiti egemoni.
I Parchi: nati con fini sicuramente utili, sono aumentati a dismisura nei territori. In piccole realtà, come la Basilicata, ce ne sono addirittura quattro. Operano come repubbliche autonome, ciascuna concentrata nella propria sopravvivenza gestionale senza una visione condivisa di sviluppo integrato. Sarebbe, pertanto, auspicabile istituirne solo una: Il Parco del Mediterraneo, per ragione di economia ed efficienza.
Agenzie di formazione: spesso trasformate in distributori automatici di fondi europei per corsi fantasma, il cui unico obiettivo è pagare gli stipendi ai docenti (spesso vicini alla politica), piuttosto che formare i discenti. Si è in perfetta sintonia con il prof. Romano quando dice: che è fiorita una “Borghesia di stato” parassitaria che non produce valore, ma consuma rendita, bloccando ogni possibilità di innovazione.
Attorno ai fondi UE è nata una vera e propria casta di intermediari, poiché la burocrazia europea è complessa e il politico locale si affida a società di consulenza “amiche”.
La Magistratura
Nemmeno l’ordine giudiziario è rimasto immune. Il familismo all’interno della magistratura, sebbene operi con codici più raffinati, risponde alle stesse dinamiche di appartenenza. Le correnti della magistratura sono spesso diventate “partiti di giudici”, dove la carriera non dipende dalla qualità delle sentenze, ma dalla fedeltà alla propria fazione.
Conclusioni
Il familismo, in sintesi, da questione strettamente familiare, è diventato, insinuandosi metodicamente nei corridoi istituzionali, una questione nazionale. Al punto di teorizzare che più il sistema Stato è poco ligio al rispetto delle regole, più il malcostume amministrativo prende corpo nella prassi della Pubblica Amministrazione. Più il sistema è inefficiente, più il cittadino ha bisogno del “favore”. Più il cittadino chiede favori, più la politica ha interesse a mantenere un sistema degradato, così da poter continuare a elargire favori invece di diritti.
I temi trattati in questa relazione non bastano a descrivere il senso di sfiducia di una terra che vede i suoi figli migliori partire perché non hanno “coperture politiche”.
Il familismo è un mostro mitologico che si morde la coda: è la causa del sottosviluppo, ma è anche l’unica risposta che una società stanca e rassegnata può dare per garantirsi un minimo di sopravvivenza.
