Pensieri sospesi
L’intervento di Massimo Montanile durante l’evento del 23 aprile 2026

Scheda del libro
- Pasquale Martucci, “Sentieri sospesi. Memoria della cultura e prospettive territoriali”
- Independently published, 2026
- 197 pagine
- ISBN 979-827719714

Che libro è
Sentieri sospesi è un saggio di riflessione culturale e territoriale che attraversa il rapporto tra memoria, identità, trasformazione sociale e prospettive evolutive del territorio, con un approccio multidisciplinare aperto anche agli sviluppi delle tecnologie e dei media.
Idea centrale
Il libro si muove dentro uno spazio “sospeso” tra passato e futuro, tra radici e cambiamento, tra permanenza e trasformazione. Il territorio non è pensato come realtà ferma o puramente geografica, ma come luogo vivo, materiale e immateriale, attraversato da dinamiche culturali, relazionali e simboliche.
Perché il titolo è importante
Il richiamo a Holzwege di Heidegger è particolarmente suggestivo. Ma qui non siamo davanti a sentieri chiusi o semplicemente interrotti: i “sentieri sospesi” di Martucci sono percorsi aperti, che non si esauriscono in una conclusione definitiva, ma lasciano al lettore una responsabilità di prosecuzione, di ricerca, di interpretazione.
Temi principali
Il volume affronta, tra gli altri, questi nuclei:
- memoria della cultura e identità collettiva
- rapporto tra centro e periferia
- marginalità territoriale
- giovani e trasformazioni sociali
- creatività come risposta all’imprevisto
- mondo materiale e immateriale
- impatto di tecnologie, media e rete
- etica digitale e intelligenza artificiale
- ecosistema culturale digitale
- turismo di prossimità e smart tourism.
I quattro sentieri
Il libro si articola in quattro percorsi principali; tra questi, uno dei più fecondi sul piano del dialogo con il presente è quello legato alla creatività, perché apre ai temi dell’umanesimo tecnologico, delle comunità narrative e della necessità di immaginare forme nuove di relazione con il mondo.
La chiave di lettura che emerge dal mio intervento
Nel mio approccio al libro, il concetto di marginalità può essere ulteriormente sviluppato nella direzione della marginalità digitale. Oggi esistono territori periferici non solo sul piano geografico, ma anche sul piano cognitivo e tecnologico: luoghi, persone e comunità che abitano il digitale senza possederne davvero i codici. In questa prospettiva, il volume di Martucci dialoga fortemente con alcune questioni decisive del nostro tempo: il virtuale come dimensione reale la rete come nuovo spazio di incontro e trasformazione l’identità come processo fluido e relazionale il rischio di nuove esclusioni legate alla scarsa comprensione dell’IA la necessità di una tecnologia governata da etica, cultura e consapevolezza
Un punto di forte attualità
Molto interessante è il fatto che il libro non trascuri gli sviluppi delle tecnologie e dei media, ma li inserisca dentro una riflessione più ampia su territorio, cultura e società. In questo senso, Sentieri sospesi non è solo un libro sul Cilento o su un’identità locale: è un libro che interroga il presente, e che invita a ripensare il rapporto tra radici e innovazione.
Risonanze culturali
Il libro entra in sintonia con alcune linee di riflessione che mi sono particolarmente care: la fusione degli orizzonti di Gadamer, richiamata anche da Padre Michele Bianco nelle note a Radici e Algoritmi, l’idea che la tecnica non sia neutra, in sintonia con riflessioni di Giulio Giorello e Luciano Floridi, la necessità di un umanesimo tecnologico, il valore della rete come spazio di contaminazione, incontro e responsabilità.
La copertina
La copertina, con l’immagine della Chiesa di Santa Maria degli Eremiti alle pendici del Monte Stella in Cilento, è particolarmente significativa. L’edificio appare in una condizione di degrado e oblio, ma continua a esserci: resta, testimonia, interroga. È una presenza sospesa tra rovina e permanenza, e per questo rispecchia molto bene il senso complessivo del libro.
Perché leggerlo
Perché è un libro che tiene insieme radicamento territoriale e apertura al mondo; identità e trasformazione; cultura e innovazione; memoria e futuro. E perché lo fa senza irrigidirsi in una tesi chiusa, ma lasciando aperto il pensiero, come aperti restano i sentieri evocati dal titolo. Sentieri sospesi è un invito a non considerare il territorio come un confine, ma come una soglia: tra memoria e progetto, tra locale e globale, tra mondo materiale e spazio immateriale.
Leggendo Sentieri sospesi di Pasquale Martucci, mi sono imbattuto subito in una frase che mi ha fermato: «Un mondo che fosse completamente conosciuto, pianificato e dominato, sarebbe un mondo morto.». E ho pensato che questo libro nasca proprio per evitare quella morte. Perché questi sentieri non sono interrotti. Sono sospesi. E quindi aperti.
Il senso del titolo
Se parto dal titolo, mi colpisce subito un riferimento importante. Martucci richiama Holzwege di Heidegger, i “sentieri interrotti”. Ma qui avviene uno scarto decisivo. Non siamo davanti a percorsi senza uscita. Siamo davanti a: percorsi sospesi tra memoria e trasformazione, tra identità e cambiamento. Ed è in questo spazio sospeso che si gioca il nostro presente. Se dovessi dire cos’è questo libro senza ridurlo a un riassunto, direi che è un attraversamento. Un attraversamento di temi che stanno al centro del nostro tempo: il territorio; la memoria; l’identità; il cambiamento. Ma con una particolarità: il territorio non è mai solo geografico. È culturale, relazionale… e sempre più immateriale.
A questo punto, leggendo, mi sono fatto una domanda. Se Martucci parla di marginalità, di centro e periferia… esistono oggi territori marginali che non sono geografici? Io credo di sì. Esistono i territori marginali digitali. E allora cosa significa oggi essere marginali?
Oggi milioni di persone abitano il digitale… ma non lo comprendono. E quindi ne sono, di fatto, periferia. Come scrive Martucci: la marginalità non è solo distanza geografica, ma condizione culturale e relazionale. E questa condizione oggi si è spostata anche nel digitale.
Il mondo immateriale è reale. Qui entra un passaggio per me decisivo. Il libro insiste sul fatto che il mondo contemporaneo è intreccio di dimensioni materiali e immateriali. E allora dobbiamo dirlo chiaramente: il virtuale è reale. Gli attacchi informatici, il cyberbullismo, la manipolazione delle informazioni producono effetti concreti. Il cyberspazio è ormai considerato la quinta dimensione del conflitto. E questo non è un concetto teorico.
Nel 2017, con l’attacco WannaCry, ospedali e servizi pubblici in oltre 150 paesi si sono fermati. Il sistema sanitario inglese è stato paralizzato. Non è stato colpito un luogo fisico. Ma un’infrastruttura digitale. Eppure, gli effetti sono stati reali. E ancora prima, nel 2007, in Estonia, un’intera nazione è stata colpita da attacchi informatici coordinati. È lì che capiamo davvero che il cyberspazio è territorio.
Ma se cambia il territorio, cambia anche l’identità. Martucci parla di identità collettiva. Ma oggi l’identità è sempre più: fluida, contaminata, reticolare E qui mi torna alla mente Gadamer, e la sua idea di fusione degli orizzonti, ripresa anche da Padre Michele Bianco nelle riflessioni su Radici e Algoritmi. Non esiste identità chiusa. Esiste incontro. E oggi questo incontro avviene nella rete. E dentro questa rete emerge un altro tema forte.
Derrick de Kerckhove parlava di intelligenza connettiva. Siamo nodi. Ma Martucci osserva con grande lucidità che la connettività funziona, ma non sempre in modo responsabile. Perché spesso non utilizza il significato, ma il riconoscimento dei modelli. E qui il confine tra umano e macchina si fa sempre più sottile. E allora arriviamo a un punto cruciale. Martucci scrive che la macchina deve essere strumento operativo e non decisionale. È una posizione importante. Ma oggi le macchine partecipano già ai processi decisionali. E allora la domanda cambia: non più: chi decide? Ma: come governiamo questi sistemi?
E qui entra il tema dell’etica. L’etica non può essere esterna. Deve essere incorporata nei sistemi. Come ricordava Giulio Giorello, la tecnica non è mai neutra. E come sottolinea Luciano Floridi, ogni sistema riflette una visione del mondo. Questo significa: qualità dei dati consapevolezza dei bias.
Ma il rischio più grande, oggi, è un altro. Non è la tecnologia. È restarne fuori. Negroponte parlava di infopoveri. Oggi questo rischio è concreto. Non capire l’intelligenza artificiale significa essere esclusi. E questa è una nuova forma di marginalità. Per questo sento fortissima una necessità. Quella di un umanesimo tecnologico. E tra i sentieri del libro, quello che più mi ha risuonato è quello della creatività. Perché lì troviamo un invito chiaro: uscire dal mondo consolidato, immaginare l’inedito, affrontare l’imprevisto. E allora chiudo tornando da dove ero partito. Martucci non conclude. Sospende. E questo è un gesto molto potente. Perché non ci lascia con una risposta. Ci lascia con una responsabilità. Quella di continuare il cammino. Su sentieri non interrotti. Ma sospesi. E quindi ancora tutti da costruire.
