Pasquale Martucci, alfiere e mentore di identità cilentana

Antonella CASABURI
Un libro appassionato e necessario, all’insegna di un titolo sapidamente heideggeriano, questo “Sentieri sospesi” di Pasquale Martucci.
Un titolo che fa lievitare nell’orizzonte della grande cultura il nostro Cilento come aveva intrapreso a fare, ricordo, anni addietro Ugo Piscopo, indimenticabile figura di intellettuale, proprio citando Heidegger, a Metoio di Ceraso, in una sua allocuzione tenuta da quel colle baciato dalla vista di Elea e con riferimento al grande Parmenide quasi a istituire un ideale ponte di civiltà tra passato e futuro.

Non diversamente, Pasquale Martucci evoca l’ombra del Filosofo per disegnare dal suo punto di vista, quello sociologico, “cultura e prospettive” di un territorio che marginale non può e non vuole più restare, come da tanti segnali si evince.
Tra cultura e memoria, miti e immaginario, umanesimo, creatività e turismo, Martucci individua e delinea una tendenza che nel Cilento va ben al di là di velleità e immobilismo, muovendo in direzione di un “agire umano” che sa e vuole farsi “cultura” nella “intensità vitale” e nella “contemplazione” che trova nelle caratteristiche antropologiche della cilentanità la sua strutturale incarnazione, solo a prenderne coscienza.
Credo che sia in questo rilievo il succo più fertile delle tesi di Martucci in questo libro. Ed è auspicio che merita di essere segnalato e additato, a partire dall’immagine dii copertina (le rovine della chiesa di Santa Maria degli Eremiti, ai piedi del monte Stella), come un concreto “sentiero” che impone di essere praticato: come un segnale di degrado che deve risorgere nella coscienza collettiva, nel segno di una nuova relazione all’interno di esperienze sociali incorporate e interiorizzate.
RICEVO DA PASQUALE MARTUCCI, ALCUNE NOTE AL LIBRO: “SENTIERI SOSPESI” DELLA SCRITTRICE ANTONELLA CASABURI (Francesco Sampogna)
