Il Patrimonio Culturale del Basso Cilento

È stato pubblicato il libro:
AA.VV. STORIA, CONSERVAZIONE E PROMOZIONE DEL PATRIMONIO CULTURALE, MATERIALE E IMMATERIALE DEL BASSO CILENTO (III)
a cura di Ezio Martuscelli.
Con scritti di Innocenzo Bortone, Ferdinando De Luca, Luigi Leuzzi, Pasquale Martucci, Ezio Martuscelli, Michael Shano.
Independently published, pp. 253, data pubblicazione 25 aprile 2026. Disponibile su Amazon.
Il presente volume è il terzo di una collana i cui scritti/saggi riportano le conclusioni di ricerche finalizzate a studiare e mettere in risalto il Patrimonio Storico – Culturale, Materiale e Immateriale, localizzato, prevalentemente, nel Cilento meridionale, comunemente denominato “Basso Cilento”.
Questo territorio è delimitato dai fiumi Bussento, Lambro e Mingardo. Include il Massiccio del monte Bulgheria e i monti, Cervati e Gelbison. La costa si estende da Ascea Marina fino al golfo di Policastro, al confine con la Basilicata, comprendendo il maestoso Capo di Palinuro con i suoi approdi “Gemelli” del Porto e della baia della Molpa.

Nell’Area del basso Cilento si trovano numerosi antichi paesi o borghi, molti dei quali nati e sviluppati in Età Medioevale, in conformità a “processi d’incastellamento”, laici oppure ecclesiastici, rispettivamente attorno ad un’antica fortezza/castello oppure a un’Abbazia/Chiesa. Tra essi si ricordano: Alfano, Camerota, Casaletto Spartano, Caselle in Pittari, Celle di Bulgheria, Centola, Cuccaro Vetere, Futani, Ispani, Laurito, Montano Antilia, Morigerati, Pisciotta, Roccagloriosa, Rofrano, San Giovanni a Piro, San Mauro La Bruca, Santa Marina, Sapri, Torraca, Torre Orsaia, Tortorella e Vibonati e altri.
I centri storici di questi abitati, insieme a edifici di culto, chiese e conventi, vedono spesso l’ubicazione di palazzi (pubblici o privati) di valenza storico – culturale, testimonianza, spesso, di un passato feudale. Molti Beni d’interesse culturale sono sparsi al di fuori dei centri abitati. Particolarmente interessanti sono le masserie fortificate di campagna, quale ad esempio quella eretta dalla famiglia Rinaldi in località San Sergio a Centola.
Da quanto sopra ne è derivato nel tempo l’accumulazione di un importante Patrimonio, che è una testimonianza della storia e delle caratteristiche identitarie di un antico popolo.
Gli Autori, attraverso la pubblicazione delle loro ricerche sugli aspetti sopra delineati si propongono di attirare l’attenzione delle Istituzioni locali e delle Autorità preposte sulla necessità di tutelare e valorizzare in maniera appropriata il Patrimonio storico – artistico del basso Cilento. Essi auspicano che i numerosi case study analizzati e i cui risultati sono stati pubblicati in questo volume e in quelli precedentemente dati alla stampa possano suscitare la curiosità, specialmente nei giovani, di volere conoscere i Beni Culturali e quindi farsi parte attiva per contribuire alla loro protezione, restauro appropriato e sostenibile nonché sviluppare un movimento che abbia come obiettivo la promozione di questi elementi al fine anche di sviluppare una attenta e innovativa forma di “Turismo Culturale” destagionalizzato.
Il volume è articolato in sei capitoli scritti da vari Autori e che trattano case study che riguardano elementi diversi che fanno parte integrante dei Beni Culturali dell’Area prescelta. I contenuti di queste sezioni sono sotto delineati.
Innocenzo Bortone, propone un’indagine del piccolo centro storico di Licusati, frazione del comune di Camerota, non attraverso l’analisi isolata delle singole emergenze edilizie, bensì considerandolo nella sua dimensione organica e sistemica. L’obiettivo è ricostruire le possibili fasi evolutive dell’aggregato urbano, mettendo in relazione documentazione storica, fonti cartografiche e analisi morfologica e visiva del tessuto edilizio. L’indagine si propone come prima fase di un percorso di studio più ampio. Essa intende offrire una base interpretativa e metodologica suscettibile di ulteriori approfondimenti interdisciplinari, auspicando il contributo di studiosi provenienti da ambiti diversi — dalla storia all’archeologia, dall’urbanistica all’antropologia culturale — al fine di restituire una lettura più completa e articolata dell’identità e della genesi del centro storico di Licusati.
Ferdinando De Luca scrive sul monachesimo italo – greco e, in modo più particolare, riguardo all’antico cenobio di San Nazario, ubicato nell’omonima frazione del comune di San Mauro La Bruca. Sono ripercorse le vicende legate alla nascita del monachesimo greco – orientale, dai suoi primi più illustri rappresentanti (Sant’Antonio abate, San Pacomio, San Basilio), delineandone quindi le caratteristiche e gli aspetti organizzativi. In successione, si tratteggiano le tappe storiche che portarono alla diffusione nell’Italia meridionale di detto monachesimo, con particolare attenzione al Cilento. La parte centrale è dedicata all’antica abbazia di San Nazario, descrivendone, le millenarie vicende storiche dalla sua fondazione ad opera dei monaci italo – greci (sec. VIII-IX), alla distruzione causata da un’incursione saracena nel 966, alla sua rifondazione promossa dall’abbazia di Montecassino fino alla sua definitiva decadenza nel corso del ‘700. Del più grande rappresentante del monachesimo italo – greco, cioè San Nilo da Rossano, è tracciato il suo percorso biografico partendo dalla sua monacazione avvenuta nel 940 nel cenobio di San Nazario per descrivere poi la sua lunghissima “peregrinatio” che ebbe termine a Grottaferrata, dove diede inizio alla costruzione della famosa abbazia e dove morì il 26 settembre del 1004.
Luigi Leuzzi svolge una disamina mito-archeologica di alcuni siti esemplari: Palinuro e la Civitella di Moio. Questi luoghi più di altri occasionano un’indagine ermeneutica che dalle evidenze archeologiche, dei miti e dei riti persistenti si dischiudono aprendosi ai molteplici interrogativi che ciascuno di noi si pone quando cerca di appropriarsi di una tonalità affettivamente significativa del senso di appartenenza e in contemporanea dell’apertura al mistero delle origini. Il Cilento e la Lucania Occidentale pare siano state consegnate all’oblio e alla dimenticanza eppure a uno sguardo ermeneutico non sfugge il linguaggio simbolico della Grande Madre nelle varie declinazioni onomastiche e figurative che si possono rinvenire dal neolitico a tutt’oggi [Cilens, Mefite, Demetr, Era] per il fenomeno indubitabile del sincretismo pagano – cristiano sino ad attestarsi nella rappresentazione intercomunitaria del “Culto delle Sette Sorelle”, vale a dire il culto Mariano nei santuari extra-urbani in cima a rilievi montuosi o di alta collina, che le comunità hanno elevato a pantheon collettivo e identitario [Madonna del Monte Sacro; del Monte Stella; Madonna della Neve del Monte Cervati, Madonna del Granato del Monte Soprano, Madonna della Civitella etc.]. Nel caso di Palinuro il mito del timoniere di Enea, evocato dalla denominazione del promontorio, ci confronta con l’alterità delle civiltà allotrie che si sono insediate in questo territorio nel corso dei secoli, proponendo transazioni identitarie interrelate a un destino di erranza e di coesistenza con l’alterità che ancora interroga gli abitanti delle antiche terre del Cilento e della Lucania Occidentale in questi tempi attuali in cui una società liquida accoglie fenomeni emergenti di globalizzazione.
Pasquale Martucci scrive come nel rapporto tra tradizione e modernità, sia importante comprendere gli elementi di un passato che necessariamente deve confrontarsi con il proprio presente e futuro. Per fare ciò è importante affermare quel Patrimonio Culturale indirizzato alla valorizzazione di un bene rappresentativo di una cultura (o più culture), frutto del genio creativo dell’uomo che agisce nella sua comunità di appartenenza. In questo lavoro, affronta “l’elemento immateriale” che va oltre e supera la capacità di cogliere il contingente, proiettando l’uomo in una dimensione simbolica da scoprire, ricercare, costruire e co – costruire. Oggi non si può fare a meno di rilevare ancora l’importanza del mito, in quanto le collettività associate alle nuove forme di comunicazione portano i comportamenti umani ad avere nostalgia e sogni di racconti e storie un tempo diffusi nelle società tradizionali. Si avverte il bisogno e il desiderio di comunicare con gli altri, narrando gli avvenimenti significativi del loro contesto di riferimento. Nel caso di Palinuro, si sono individuati tre miti: quello del nocchiero di Enea; Ulisse e le sirene, in particolare Molpé; la favola del Club Méditerranée. Per quanto riguarda Palinuro si tratta di una vicenda tragica, cui la popolazione rimedia attraverso il ricordo perenne a Caprioli, con la realizzazione di un Cenotafio; nel caso di Ulisse e delle Sirene, è la riproposizione del mito di un eroe che ha navigato il territorio ed è riuscito a sfuggire alla tragedia; il terzo aspetto è il superamento di una visione, diciamo prettamente storico – mitica, per affermare, a partire dall’epoca del villaggio del Club Méditerranée, una diversa propensione di affermare la memoria collettiva e farla fruire a un “turismo culturale” da ripensare. L’approccio proposto mette insieme mitologia, allegoria, esclusività, mondanità, ovvero il racconto delle origini ma anche la riproposizione dello stesso in chiave moderna, permettendo di attivare nuove forme di comunicazione per lo sviluppo del territorio.
Ezio Martuscelli riporta uno studio (sfrutta anche un’originale e rara documentazione iconografica) avente la finalità di rivisitare le vicissitudini di due complessi religiosi che nel tempo hanno avuto stretti legami, anche contenziosi, ma che comunque hanno svolto un ruolo molto importante sulla religiosità e sullo sviluppo socio economico del territorio. L’Abbazia di Santa Maria degli Angeli, basiliana fino alla fine del basso Medioevo (poi distrutta; della quale non ci sono nemmeno i resti), nota per essere dotata di vasti possedimenti, godeva di un’ampia autonomia, “Badia nullius iurisdictionis”; non dipendeva dal vescovo della diocesi di Capaccio. L’Abate era nominato direttamente dalla S. Congregazione del Concilio di Roma. Questo complesso monastico si caratterizzava, tra l’altro, per la sua controversa origine e storia, oscillante, nel tempo, tra rito latino (monaci Benedettini) e rito greco – bizantino (monaci Basiliani). La Chiesa seicentesca, nata “ricettizia”, attuale Parrocchia di Centola, intestata a San Nicola di Mira. Di quest’ultima struttura si documentano, in particolare, le sue tormentate vicissitudini statiche – strutturali che a causa di errori di progettazione, frane e altri fattori tecnici e geologici, l’hanno caratterizzata, fin dai primi anni dalla sua costruzione, 1617. A seguito di ciò essa ha dovuto subire continue chiusure per pericolo di crollo, cui facevano seguito interventi conservativi che sistematicamente si dimostravano inefficaci. Questo fino agli ultimi lavori (completati nel 2014) che sembra siano stati decisivi essendo state, attraverso nuove tecniche diagnostiche, individuate le ragioni dell’instabilità strutturale del manufatto. Si è provveduto a interventi mirati che hanno portato all’alleggerimento del fabbricato e al rifacimento di alcune parti con l’impiego di materiali leggeri innovativi. Nel corso dei secoli le traversie dei due complessi religiosi si sono molto spesso intrecciati. L’Abate aveva giurisdizione sulla religiosità del territorio, ad esempio indicava il nome del Parroco, poi avallato dal Vescovo. Dalla storia di questi due complessi traspare l’idea che quando l’Abbazia fu definitivamente chiusa (circa 1818) abbia. Metaforicamente passato il testimone alla Chiesa di San Nicola di Mira, parrocchia di Centola.
Il saggio di Michael Shano è finalizzato allo studio della stauroteca (X-XI secolo) del cenobio italo – greco di San Giovanni a Piro; un manufatto di oreficeria sacra, un reliquiario a forma di croce destinato a conservare un frammento della vera croce di Cristo. Questi reliquari, fabbricati nella officina imperiale di Costantinopoli, erano indossati come croci pettorali da vescovi e archimandriti greco – ortodossi per indicare il loro alto stato nella gerarchia e la loro stretta integrazione con le chiese patriarcali del Mediterraneo. La stauroteca testimonia la ben radicata identità socio – culturale italo – greco che animava il popolo (bilingue) del territorio alle falde di Monte Bulgheria, confinante coll’Impero Romano di Costantinopoli. Nel quattrocento, dopo la caduta di Costantinopoli nelle mani degli Ottomani e l’esilio del patriarcato di Costantinopoli, il Santo Ufficio (il Patriarcato Romano) realizzava una sistematica visitazione pontificia dei rimanenti cenobi italo – greci nella diaspora ortodossa in sud Italia. La baronia monastica di San Giovanni a Piro era l’unica vitale grande casa religiosa italo – greca rimasta nel territorio attorno al Monte Bulgheria. Nelle decadi successive la curia romana intese prendere il cenobio italo – greco sotto le sue ali. Infatti, nomina abate del cenobio/baronia il famoso umanista Teodoro Gaza. Vedevano la chiesa italo – greca in Italia come una parte integrante di una pluralista e diversificata chiesa “una santa e apostolica”. Il Gaza stimolò la popolazione a conoscere e partecipare al movimento del recupero della cultura umanistica del suo tempo. Ma il contesto storico geopolitico in merito allo stato pontificio cambiò di nuovo con la rivolta di Lutero nel 1517 con la prospettiva di una irreversibile frattura politica e territoriale tra la Chiesa occidentale e concorrenti confessioni cristiane, cattoliche, luterane, calviniste e altre. Il nuovo abate del cenobio, nominato nel 1527, il Cardinale De Vio era, come i precedenti, un alto prelato, conosciuto per la sua inchiesta su Lutero. Grazie a questo’abate/cardinale, morto nel 1534, la stauroteca fu messa in sicurezza nel duomo di Gaeta, prima delle devastanti incursioni delle flotte turco/francesi che saccheggiarono il territorio nel 1544 e nel 1552. La partenza della stauroteca per Gaeta, potrebbe essere considerato simbolica della fine della temporanea luna di miele di dialogo e reciproco rispetto fra le confessioni e discipline italo – greci e latino – romano nel Cilento. La parola d’ordine era cambiata, dal “dialogo in un mondo pluralista” a “unità in uniformità”.
