La lettera

MIRIAM D’AMICO*
Nell’ottobre 2023 ha avuto inizio la mia vicenda di mobbing, una vicenda che ha progressivamente distrutto la mia serenità personale e professionale. Tutto è cominciato nel momento in cui ho ricevuto la proposta di assunzione a tempo indeterminato come agente di Polizia Locale presso il Comune di Capua.
Alcuni esponenti dell’amministrazione e della struttura amministrativa dell’ente erano perfettamente a conoscenza di tale richiesta, poiché mi ero rivolta direttamente agli uffici competenti per avere chiarimenti in merito alla comunicazione ricevuta via email.
Dal primo giorno di servizio sono stata travolta da una campagna diffamatoria condotta attraverso articoli pubblicati da una testata giornalistica locale, che hanno reso immediatamente il mio ambiente di lavoro ostile e insostenibile. Quegli articoli hanno minato la mia dignità, compromesso la mia reputazione e isolato la mia figura sia sul piano umano sia su quello professionale, trasformando ogni giornata di lavoro in una prova di resistenza.
Con il pensionamento della precedente figura apicale dell’amministrazione comunale, persona corretta e rispettosa, è iniziata la fase più buia della mia vita. La nuova gestione amministrativa ha dato avvio a una persecuzione sistematica fatta di provvedimenti disciplinari, atti intimidatori, pressioni costanti e minacce più o meno esplicite.
Ho denunciato più volte quanto stava accadendo, ma ogni denuncia è stata archiviata con la medesima motivazione, ovvero l’asserita mancanza di elementi, circostanza che lascia spazio a profonde e legittime riflessioni alla luce dei ruoli e delle relazioni istituzionali delle persone coinvolte.
Nel tempo, questo clima ha favorito il coinvolgimento di ulteriori soggetti appartenenti sia alla sfera amministrativa sia a quella gestionale dell’ente, che hanno proseguito e rafforzato le condotte vessatorie nei miei confronti.
Tra questi vi sono anche figure apicali del Corpo di Polizia Locale, che hanno posto in essere ulteriori azioni vessatorie, documentate da atti formali che dimostrano la continuità e la sistematicità del comportamento persecutorio.
Mi è stato impedito in ogni modo di avvicinarmi ai miei figli.
Tutte le richieste di mobilità sono state respinte, comprese quelle fondate su una grave incompatibilità ambientale.
Questa scelta ha inciso profondamente sulla mia vita di madre, costringendomi a separarmi dai miei affetti per poter continuare a lavorare.
Ho dovuto chiedere un trasferimento fuori zona e accettare Roma come unica via di salvezza, pagando un prezzo altissimo sul piano umano ed economico.
Le conseguenze di tutto questo non sono state solo psicologiche.
Il mio corpo ha iniziato a cedere. Ho sviluppato un affaticamento cardiaco, episodi di tachicardia e altri problemi fisici che oggi compromettono seriamente la mia vita privata e professionale.
Vivo sotto terapia, con la consapevolezza che lo stress prolungato e la pressione subita sul luogo di lavoro hanno inciso direttamente sulla mia salute.
Un attestato dell’ASL certifica lo stato di mobbing e di stress lavoro correlato in cui verso ancora oggi.
Nonostante ciò, le azioni nei miei confronti non si sono fermate. Continuano tentativi di delegittimazione e denunce strumentali, con l’evidente obiettivo di distruggere la mia carriera e di allontanarmi definitivamente dal mio lavoro, arrivando persino a ipotizzare una sospensione dal servizio.
Non sono l’unica vittima.
Le stesse dinamiche hanno coinvolto anche altri appartenenti al Corpo di Polizia Locale, alcuni dei quali hanno dovuto ricorrere alla malattia per le gravi condizioni di stress subite, mentre altri sono stati costretti a trasferirsi in altri Comuni per sottrarsi alle continue vessazioni.
Questo dimostra che non si tratta di un caso isolato, ma di un sistema.
*Agente Polizia Locale
