Il Taccuino di Baudelaire del 10 marzo 2026 di Giovanni Farzati

Rubrica “Il Taccuino di Baudelaire” di Giovanni Farzati
…Se non ti emozioni tu per primo non puoi comunicare emozioni; viviamo su un pianeta che ha la forma di una sfera e la sfera non ha periferie…
L’editoriale di noantri
La gente di tutti i paesini hanno il vizio di non apprezzare una piccola attività nei loro centri
Prima li inducono a chiudere poiché vanno solo se hanno dimenticato il pacco di pasta e poi si lamentano !!! Pazienza!!! Dai sindaci fate le riunioni chiedete un bel centro commerciale grande sbancate tutto sdradicate alberi costruite centrocomostri così la gente è felice!!! Certo un po meno quando la natura poi si ribella ma fa niente tanto si ricostruisce allo stesso modo se non peggio!!!! by MAC
In poche parole
by Parolibe
Santa Maria di Castellabate
Chissà se mai ci sarà un remake per Andrea
Ogni vita merita un romanzo, recita il titolo di un libro di uno psicoterapeuta americano
La cosa più difficile per Andrea il tuttologo- mancato cinque mesi fa- era ricordarsi delle piccole cose; togliere in tempo dal congelatore il cibo per la cena; perché aveva la testa piena di formule, di idee strambe o meno strambe.
Era un tipo che parlava parlava parlava; una valanga di soluzioni per tutti gli ambiti del sapere umano; non è per nulla esagerato scrivere questo; Striscia la Notizia, scese a Santa Maria ad intervistarlo;
fu record di ascolti; di curiosità, un fenomeno di comunicazione; Andrea lo scienziato di Santa Maria: era anche filosofo: “la democrazia nella lunga storia umana è stata un’eccezione” citava Josiah Ober; Andrea parlava a tutti di una formula fatta di AeB; che aveva messo a punto; trasformava l’acqua in vino; sconfiggeva Covid e polmonite ; bastava pulire le narici del naso con limone e acqua salato al mattino.
Certo; magari sarebbe stato così semplice, sconfiggere il Covid; con ogni mattina acqua e sale per la gola; ma Andrea non si dedicava solo al suo mondo scientifico, ma anche a tenere bella pulita la casa ad passo dal Municipio, con tante bandiere alle finestre; doveva far provvista di carne; avvolgerla nei fogli di alluminio e applicarci sopra un’etichetta leggibile in modo che, andando a frugare alle otto di mattina nel freezer; si riusciva a capire cosa c’era dentro nei pacchetti.
Aveva anche altri interessi, come i libri -Max Weber; Sartre; Beauvoir- Andrea, per certi versi assomigliava ai personaggi dell’ultimo libro di Pierluigi Vito (Nel cuore del figlio Città Nuova edizioni) i quali si muovono carichi del peso della loro storie, intersecano le loro esistenze in modo imprevedibile, mentre ciascuno di essi si fa portatore di temi o di problematiche importanti. E nella sua casa, c’era una stanza; dove ogni cosa portava la sua firma; le lenzuola; le federe; il letto; finanche la tinta delle pareti era stata scelta da lui; dove Andrea finiva per prendere sonno.
La grande stagione della lettura
Crescenzo Marino, a Battipaglia quando i treni non erano soltanto un rumore di fondo ma il battito stesso della città
C’era un piccolo passaggio a livello in via Matteo Ripa. Oggi non c’è più, ma negli anni Settanta, alla progressiva 72+450 della linea proveniente da Napoli, quel fazzoletto di ferro e legno era un mondo intero. Era nato per servire l’adiacente zuccherificio, quando l’aria sapeva di melassa e il profumo dolciastro della lavorazione si mescolava a quello delle locomotive. Nei primi anni Settanta, divenne indispensabile: sostituì temporaneamente quello di via Roma, chiuso per consentire la costruzione del sottopasso che ancora oggi buca e attraversa la città come una ferita necessaria. Il 14 maggio 1972 fu una data storica che non si dimentica. Quel giorno si abbassarono per sempre le sbarre di via Roma. L’ultimo casellante a sollevarle e abbassarle fu Giuseppe Buongiovanni. Lo si ricorda con lo sguardo serio di chi sa che sta compiendo un gesto semplice ma definitivo. Raggiunta la pensione tornò nella sua Centola, dove si spense in silenzio, portando con sé un frammento di quella storia ferroviaria che non sarebbe più tornata. Molti casellanti arrivavano dall’area napoletana. Si alternavano nei turni di mattina, pomeriggio e notte in quel presidio minuscolo, incastrato tra strada e binari come una sentinella dimenticata. Il casello era poco più di una stanza: una scrivania, il telefono di servizio che squillava secco nel silenzio, registri pieni di grafie diverse, leve fredde da tirare con decisione. Fuori, il vento portava polvere e attese. In quel tempo tanti passaggi a livello delle Ferrovie dello Stato erano affidati a famiglie intere: padri, madri, figli che crescevano al ritmo dei convogli, imparando prima il suono dei fischi dei treni che quello delle campanelle delle scuole. C’era chi alloggiava al vecchio albergo Bella Napoli durante i riposi, e chi, finito il turno, tornava verso Napoli o nel Cilento con qualsiasi treno disponibile, talvolta viaggiando “in macchina”, nella locomotiva dei merci, tra odore di ferro e vibrazioni profonde. Alcuni si fermarono a Battipaglia, si innamorarono, si sposarono e misero radici tra quei binari. Altri ripartirono, come fanno i treni, portando nei loro paesi il ricordo di quel piccolo universo eternamente in viaggio. Poi venne il tempo della dismissione e anche il passaggio a livello di via Matteo Ripa fu chiuso. Le sbarre sparirono, il casello serrò le imposte, e al suo posto si alzò un muro, a fermare una storia ma non la memoria. E così, per chi è cresciuto vicino alla stazione, quel posto resta un luogo dell’anima. Basta chiudere gli occhi per sentire ancora le vibrazioni sotto i piedi, il clangore metallico delle sbarre che scendono, il richiamo lontano di un treno. In quelle sere dei nostalgici anni Settanta, quando passeggeri e merci si rincorrevano sui binari e i fischi si intrecciavano nell’aria e Battipaglia sembrava il centro del mondo perché tutto passava da lì: futuro, speranze, promesse, amori e addii.
Tutti affascinati dalle Minimalie, le piccole storie della vita, dietro ogni finestra illuminata, c’è una storia umana da raccontare, chi non ricorda i teneri racconti di Charles Kuralt!
Cilento, un soldato della prima Guerra mondiale fu congedato per un paese che non esiste
Svista storica; i nipoti di questo soldato della prima Guerra mondiale, Pasquale Farzati classe 1898, defunto nel 1988; mentre ordinavano vecchie carte di casa; si sono accorti che il loro nonno, combattente della Grande guerra; decorato con medaglia e croce du guerra; fu congedato per un paese che non esiste, (Pierro di fiume) ma dov’è questo paese?
Non è una leggenda metropolitana o una narrazione letteraria; sul documento di congedo militare c’è scritto “congedato per il paese di Pierro di fiume vicino Castellabate, distretto di Campagna”; volevano scrivere Perdifumo e hanno sbagliato; scrivendo “Pierro di fiume”; un errore di oltre un secolo fa, scoperto per caso.
