Cammino comune di testimonianza
Simposio delle Chiese cristiane

SERGIO CORTESE*
Alcuni fratelli mi hanno sollevato, in forma privata, alcune questioni che ritengo legittime e meritevoli di riflessione.
In sintesi, le perplessità espresse riguardano:
il timore che l’impegno ad “evitare ogni forma di proselitismo” possa tradursi in una rinuncia o limitazione dell’evangelizzazione;
la preoccupazione che il dialogo ecumenico non avvenga su un piano realmente paritario, ma finisca per favorire la posizione storicamente dominante della Chiesa cattolica;
il rischio che la memoria delle persecuzioni e delle divisioni dottrinali della Riforma venga relativizzata o implicitamente accantonata;
la convinzione che l’ecumenismo, in alcune sue forme, possa scivolare verso un sincretismo teologico incompatibile con la fedeltà alla Scrittura.
Ritengo giusto prendere sul serio tali interrogativi, perché nascono da un desiderio sincero di custodire la verità del Vangelo.
Con questo spirito condivido la mia riflessione.
Fratelli,
desidero intervenire non per alimentare una contrapposizione, ma per offrire un discernimento teologico equilibrato sul “Patto tra Chiese Cristiane” firmato a Bari.
EVANGELIZZAZIONE E PROSELITISMO – Una distinzione necessaria
Il cuore delle perplessità riguarda l’espressione “evitare ogni forma di competizione, proselitismo o prevaricazione”.
È necessario distinguere.
L’evangelizzazione, secondo il mandato di Matteo 28 e Marco 16, consiste nell’annuncio fedele del Vangelo e nella chiamata alla fede e al ravvedimento. Questo mandato è permanente e non può essere sospeso da alcun accordo umano.
Il termine “proselitismo”, nel linguaggio ecclesiale contemporaneo, non indica l’annuncio evangelico in sé, ma forme di:
concorrenza confessionale aggressiva,
delegittimazione dell’altro come non cristiano,
acquisizione di membri mediante pressione o denigrazione.
Rifiutare il proselitismo in questo senso non significa rinunciare all’evangelizzazione, ma rifiutare pratiche non evangeliche.
La Chiesa non è chiamata alla competizione, ma alla testimonianza.
La questione ecclesiologica: Roma è una “chiesa sorella”?*
Qui occorre rigore teologico.
La Riforma non ha negato l’esistenza della Chiesa di Cristo fuori dai confini protestanti; ha contestato errori dottrinali e abusi ecclesiastici.
Affermare che esistono differenze teologiche profonde tra evangelici, cattolici e ortodossi è corretto.
Affermare che ogni riconoscimento reciproco equivalga alla fine della Riforma è una forzatura.
La Riforma non è nata per creare una nuova “setta pura”, ma per richiamare la Chiesa alla centralità della Scrittura e della grazia.
Il dialogo non cancella le differenze.
Il dialogo non equivale a sottomissione.
Il dialogo non implica accettazione del papato o dei dogmi contestati.
MEMORIA DEI MARTIRI E CONTESTO STORICO –
Richiamare i martiri della Riforma è doveroso e onorevole.
Tuttavia, occorre distinguere tra:
persecuzioni del XVI secolo,
e un documento volontario del XXI secolo in uno Stato democratico.
La fedeltà dei martiri non consiste nel perpetuare la contrapposizione, ma nel custodire la verità del Vangelo anche quando il contesto cambia.
La memoria non può diventare un argomento emotivo che impedisce ogni discernimento storico.
Libertà di evangelizzare: il Patto non contiene divieti di predicare Cristo, limitazioni al battesimo, imposizioni dottrinali, vincoli legali.
Finché l’annuncio del Vangelo rimane libero e fedele alla Scrittura, non si può parlare di “rinuncia all’evangelizzazione”.
Se in futuro qualcuno volesse usare tale linguaggio per impedire la predicazione, allora sì, sarebbe necessario opporsi con chiarezza apostolica.
Ma non si può combattere un’ipotesi come se fosse già realtà.
LA VERA VIGILANZA EVANGELICA – La vigilanza evangelica non consiste nel sospettare ogni forma di dialogo, ma nel custodire:
la centralità della Scrittura,
la sufficienza dell’opera di Cristo,
la giustificazione per grazia mediante la fede,
la libertà di coscienza.
Se questi pilastri rimangono intatti, il dialogo non è compromesso ma occasione di testimonianza.
Non ogni ecumenismo è sincretismo. Non ogni dialogo è compromesso. Non ogni prudenza è resa.
La Chiesa può dialogare senza diluirsi. Può cooperare senza sottomettersi. Può riconoscere l’altro senza rinunciare alla propria confessione.
Il discernimento è necessario. L’allarmismo no.
Credo che tutti condividiamo l’impegno a rimanere fedeli alla verità del Vangelo. Proprio per questo penso sia importante distinguere tra il contenuto effettivo del Patto e le responsabilità storiche del passato, evitando di sovrapporre i piani. La vigilanza è necessaria; l’escalation retorica forse meno.
Rimaniamo saldi nell’annuncio del Vangelo, ma evitiamo che la difesa dell’identità diventi sospetto permanente.
Il Signore ci benedica
*Pastore Chiesa Evangelica della Riconciliazione – Codogno (Lodi)
