La lettera

Gentile Direttore,
il rinvio a giudizio disposto oggi lascia sconcerto, soprattutto per le modalità con cui è maturato.
In aula sono stati esaminati i nodi centrali di un fascicolo di quasi diecimila pagine, ma a fronte di una discussione complessa l’udienza è durata circa un’ora e la decisione è arrivata dopo appena dieci minuti di riserva: un tempo oggettivamente insufficiente per valutare seriamente una mole documentale di tale portata.
Le contestazioni mosse non trovano riscontro negli atti.
I presunti caratteri della condotta persecutoria risultano smentiti dalle evidenze emerse sia in udienza sia nell’intera fase investigativa.
Sul capo delle lesioni, non sono state considerate le incongruenze rilevate dai medici che visitarono il dott. Sangiuliano il 17 luglio; al contrario, sembra sia stato valorizzato un certificato prodotto due mesi dopo i fatti, in aperta contraddizione con i dati clinici immediati e con la sequenza temporale oggettiva.
I miei legali hanno inoltre evidenziato un punto dirimente: è difficile sostenere l’esistenza di uno stalking quando la stessa persona che si dichiara vittima scriveva in chat di voler ignorare impegni istituzionali, perfino un Consiglio dei Ministri, pur di vedermi, o di non rispondere a figure come Alberto Angela, con parole testuali: “non l’ho cacato”, perché voleva stare con me. Elementi documentati che mal si conciliano con qualsiasi narrazione persecutoria.
L’amarezza è evidente. Ma lo è anche la consapevolezza che il dibattimento sarà il luogo in cui questi fatti, finalmente, verranno valutati con il tempo e l’attenzione che meritano.
La verità, quella documentale, emergerà.
Cari saluti,
Maria Rosaria Boccia
