Referendum Giustizia
Di Pietro e le ragioni del Sì. Scaldaferri: «Perché votare No»

di Francesco SAMPOGNA
Di Pietro e le ragioni del Si

Scaldaferri: «Perché votare No»
«Nonostante il Referendum sia stato artatamente riempito di argomentazioni capziose e reboante retorica, la scelta del NO è l’unica via percorribile.
Da liberale, attento anche alle battaglie civili dei Radicali (che Enzo Tortora definì “.… liberali che agiscono e non parlano, tutto qui….”, in una intervista che mi concesse al Teatro Nuovodi Milano a seguito della giusta assoluzione dopo la surreale e tragica vicenda personale), nel 1987 votai per la responsabilità civile dei magistrati.

Oggi – argomenta il giornalista indipendente Pasquale Scaldaferri – la complessità della questione e il gioco subdolo, adottato dai Nordio-boys, mi spinge a rispondere con un perentorio NO, all’ennesimo guazzabuglio del governo Meloni.
Non è una posizione ideologica, che soprattutto sui referendum non ha mai ispirato il mio agire politico.
Infatti, se avessi votato nel 1974 al referendum abrogativo sul divorzio – in cui disertai le urne non avendo ancora raggiunto la maggiore età – ancorché cattolico (DC, Msi e comitati civici vollero quella consultazione popolare per abolire la legge scritta dal socialista Loris Fortuna e dal liberale Antonio Baslini) avrei votato NO, consapevole di vivere in uno Stato laico e non confessionale.
Oggi – referendum consultivo pasticciato e voluto non da una destra sociale, ma da un governo indulgente con i poteri forti, banche e apparati – ancora il NO è la bussola per il sano equilibrio dei poteri, perché i guai della giustizia non si risolvono con la separazione delle carriere, ma vincendo la carenza di personale, i ritardi nei processi, le estenuanti lungaggini burocratiche, cose che avrebbero dovuto spingere anche Antonio Di Pietro a scendere in campo per il NO, proprio per le motivazioni addotte nel suo intervento, ma soprattutto per la genesi della riforma Nordio, partorita dall’oscurantismo del governo Meloni con finalità strumentali e demagogiche.
Una sedicente riforma sotto mentite spoglie che provocherebbe una pericolosa deriva democratica, con la magistratura ineluttabilmente succuba dell’esecutivo di turno e delle consorterie partitiche o, peggio, sotto il giogo di uomini unti dalle divinità, pronti a sopprimere il giudice scomodo e non devoto al potere, come sta avvenendo da un anno esatto nell’America di Trump».
