Intervento
Perché molti cristiani votano Trump nonostante tutto?

SERGIO CORTESE*
La domanda è scomoda, ma necessaria: perché una parte consistente dei cristiani – soprattutto evangelici – sostiene Donald Trump, pur essendo evidente che il suo linguaggio, il suo stile di vita e molte sue scelte politiche risultano difficilmente conciliabili con il Vangelo?
Liquidare la questione come semplice ipocrisia sarebbe troppo facile e, soprattutto, poco utile.
Il fenomeno è più profondo e tocca nodi teologici, ecclesiali e culturali che riguardano non solo gli Stati Uniti, ma l’intero cristianesimo occidentale.
Molti cristiani non votano Trump perché lo considerano un modello morale, ma perché lo percepiscono come uno strumento.
La logica è dichiarata senza imbarazzo: non è un uomo giusto, ma difende cause giuste.
Tra queste vengono citate la lotta all’aborto, la nomina di giudici conservatori, la difesa della libertà religiosa e l’opposizione all’agenda progressista su genere e sessualità.
Il problema è che, in questo schema, il Vangelo viene ridotto a un elenco di valori isolati, separati dallo stile di vita, dal linguaggio, dalla relazione con il povero, lo straniero e il nemico.
È una fede frammentata, dove l’efficacia politica conta più della testimonianza.
Negli ultimi decenni, una parte del cristianesimo americano ha progressivamente confuso il Regno di Dio con la conservazione del potere culturale. Trump viene così interpretato come una sorta di “Ciro moderno”: un leader rozzo, persino moralmente discutibile, ma utile a proteggere il “popolo di Dio” da un mondo percepito come ostile.
Questa narrazione è teologicamente pericolosa perché giustifica tutto in nome di un bene superiore.
La croce, però, non è mai stata uno strumento di protezione del potere, ma il suo radicale smascheramento. Più che la speranza, è la paura (prov 29:5) a guidare molte scelte: paura di perdere influenza, di diventare minoranza, di essere marginalizzati. Trump parla a questa paura, promettendo forza, identità e rivincita.
Ma quando la paura diventa criterio di discernimento, il Vangelo viene piegato.
Come ricordava Karl Barth, ogni volta che la Parola di Dio viene usata per legittimare ciò che abbiamo già deciso, essa smette di essere Parola e diventa ideologia religiosa.
Il paragone con la Chiesa tedesca che sostenne il nazismo va usato con cautela, ma non è privo di senso come monito. Anche allora molti cristiani non adoravano Hitler, bensì lo teologizzavano come argine al caos, al disordine morale, alla paura del futuro.
La storia insegna che la Chiesa si smarrisce non solo quando benedice il male, ma quando tace sul linguaggio violento, sulla disumanizzazione dell’altro, sulla menzogna elevata a metodo.
Il problema, in ultima analisi, non è solo Trump.
È l’immagine di Cristo che emerge da questo sostegno: un Cristo forte, vincente, identitario, che protegge i suoi e respinge gli altri.
Ma questo Cristo somiglia poco al Crocifisso.
Il cristianesimo nasce non dalla paura di perdere, ma dalla fiducia di chi può anche perdere tutto senza smarrire la propria anima.
Quando la Chiesa baratta il Vangelo con l’illusione della sicurezza, non perde solo credibilità: perde se stessa.
In tempi di polarizzazione, la fedeltà cristiana non passa sempre dal vincere, ma dal resistere. E dal ricordare, con umiltà, che il Regno di Dio non coincide mai con un leader, una nazione o una vittoria elettorale.
*Pastore Chiesa Evangelica della Riconciliazione – Codogno (Lodi)

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